Società inclusiva: in 10 anni il linguaggio è cambiato, il sistema in cui viviamo ancora no

Dieci anni fa vedere rappresentata la società in cui viviamo significava, molto spesso, dover spiegare prima le parole e solo dopo i concetti. Raccontare la realtà voleva dire giustificare perché fosse legittimo mostrarla nella sua complessità: nei corpi, nelle storie, nelle differenze, nelle vite che non rientravano in una narrazione standardizzata.

In quel contesto è nato il progetto associativo che ho fondato, proprio dieci anni fa. Non come risposta emergenziale, ma come lavoro culturale di lungo periodo: creare spazio, linguaggio e visibilità per ciò che esisteva già, ma faticava a essere riconosciuto come parte del racconto collettivo.

Oggi, mentre Alley Oop – Il Sole 24 Ore compie dieci anni raccontando proprio queste trasformazioni, quel progetto chiude il suo ciclo.

È una scelta che non parla di arretramento, ma di fase storica. Perché in questi dieci anni qualcosa è cambiato davvero. La società che oggi vediamo rappresentata – nei media, nel lavoro, nella cultura – è più vicina alla realtà di quella di allora. Non perfetta, non completa, ma finalmente plurale. Le parole non sono più estranee, il lessico è entrato nel quotidiano, le nuove generazioni hanno strumenti di lettura e consapevolezze che fino a poco tempo fa non erano disponibili.

Questo cambiamento non è avvenuto per inerzia. È il risultato di un lavoro diffuso, spesso invisibile, portato avanti da progetti, persone, realtà che hanno insistito nel tenere aperto lo spazio della complessità. Un lavoro culturale che ha fatto il suo corso e ha prodotto effetti concreti: ha normalizzato ciò che prima era percepito come eccezione.

Ed è proprio qui che emerge il nodo.

Il cambiamento culturale non è stato accompagnato con la stessa forza da un cambiamento strutturale. Oggi raccontare la società reale è possibile, ma sostenerne la complessità resta difficile. Il lavoro che rende visibile questa realtà continua a reggersi su modelli fragili, energie personali, progettualità intermittenti. Le strutture che dovrebbero accogliere, consolidare e far evolvere questo cambiamento non sono cresciute allo stesso ritmo del linguaggio.

In Italia, troppo spesso, il lavoro culturale è ancora chiamato a supplire a ciò che dovrebbe essere sistemico. La rappresentazione è diventata quotidiana, ma non sempre sostenibile. E quando il cambiamento resta affidato alla responsabilità individuale più che a un’assunzione collettiva, anche i progetti più coerenti sono costretti a fermarsi, trasformarsi o chiudere.

La chiusura di un’associazione, oggi, non è necessariamente un segnale negativo. Può essere, al contrario, un indicatore di maturità del contesto. Chiudere pesa meno di dieci anni fa, perché ciò che allora andava spiegato oggi esiste già nel vissuto quotidiano. Ma pesa abbastanza da ricordarci che la visibilità, da sola, non basta.

Se il linguaggio ha fatto il suo lavoro, ora tocca ai sistemi. Alle istituzioni, alle politiche culturali, ai modelli economici, alle responsabilità condivise. Non serve continuare ad aprire spazi di emergenza, se non si costruiscono strutture capaci di restare.

Dieci anni dopo, il punto non è più rendere visibile la realtà. È decidere se siamo pronti a sostenerla davvero.

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Alley Oop – Il Sole 24 Ore compie 10 anni nel 2026.

In questi dieci anni Alley Oop ha ospitato diversi contributi di persone impegnate nel costruire una società più inclusiva. Fra queste c’è Lidia Carew, che ha firmato la riflessione qui sopra ed è founder associazione no-profit Lidia Dice, una rete di figure professionali disparate con in comune la volontà di lavorare per una cultura dell’inclusione e del rispetto verso se stessi.

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