
Nel 2026 i tassi di disoccupazione a livello globale rimarranno stabili. Secondo le proiezioni, nei prossimi mesi la cifra media mondiale si attesterà al 4,9%, praticamente invariata rispetto alle quote registrate negli ultimi due anni. Tra l’altro, stando alle analisi dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), questa quota rimarrà simile anche nel 2027.
Ma per quanto non è prevista nel prossimo futuro una crescita dei disoccupati a livello mondiale, allo stesso tempo non si prospetta un aumento dell’occupazione. Nè si registra un progresso evidente o solido del numero di lavoratori con accesso a un impiego dignitoso e di qualità.
Chiariva sulle pagine dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite Gilbert F. Houngbo, direttore generale dell’Oil: «Una crescita resiliente e tassi di disoccupazione stabili non devono distoglierci dalla realtà più profonda: centinaia di milioni di lavoratrici e lavoratori restano intrappolati nella povertà, nell’informalità e nell’esclusione».
Il pensiero di Hungbo contiene in nuce le analisi dell’ultimo rapporto dell’organizzazione. Intitolato Employment and Social Trends 2026, il documento pubblicato a metà gennaio presenta le tendenze della partecipazione al lavoro in una prospettiva globale. Lo studio conferma che, per quanto i livelli di disoccupazione rimarranno stabili, l’occupazione mondiale calerà di 0,2 punti percentuali nel 2026, per arrivare ad attestarsi al 60,5% nel 2027. Inoltre, allerta l’indagine, oggi oltre 300 milioni di lavoratori vivono in povertà estrema, cioè guadagnano meno di 3 dollari al giorno.
Stando alle proiezioni, poi, nei prossimi dodici mesi saranno oltre i due miliardi le persone impegnate in occupazioni informali. Impieghi che, un po’ per la loro stessa natura, offrono un limitato o nessun tipo di protezione sociale. E una scarsa – quando non del tutto assente – copertura dai diritti garantiti a chi svolge lavori strutturati.
Trend preoccupanti
Tra le tendenze che caratterizzano la situazione per l’anno descritte dell’Oil, risulta particolarmente allarmante la mancanza di progresso registrata nei Paesi a basso reddito. In questi Stati non solo mancano migliori e maggiori opportunità di lavoro. Ma lo stallo registrato sta spingendo un sempre maggior numero di lavoratori nelle condizioni occupazionali peggiori.
Altro tema particolarmente rilevante riguarda poi l’impatto sugli stipendi**, soprattutto in Asia e in Europa, dovuto alle pesanti incertezze del commercio internazionale – sia in tema di regole che riguardo alle difficoltà e debolezze delle catene di approvvigionamento.
Ma su tutti gli sviluppi registrati e le questioni specifiche aperte per area geografica, secondo il rapporto risultano preoccupanti le situazioni in cui si trovano i giovani e le donne.
I primi, particolarmente colpiti dalla diffusione delle nuove tecnologie, faticano già dal momento del loro ingresso nel mercato del lavoro. Le seconde, mentre continuano a registrare tassi inferiori di occupazione rispetto agli uomini, si devono confrontare anche con ostacoli molto insidiosi perché spesso ingranati nella cultura predominante. Stereotipi di genere e barriere sociali infatti restano i principali fattori che rallentano (quando non impediscono proprio) l’accesso e la partecipazione al mondo del lavoro. E da qui, non è difficile immaginarlo, anche la crescita professionale.
I giovani e le donne sono i più a rischio
Per meglio capire i confini di queste situazioni, guardiamo ad alcune rilevazioni specifiche dell’Oil. L’analisi conferma, intanto, che nel 2025 i livelli di disoccupazione nella fascia più giovane della popolazione sono saliti al 12,4%. Ovvero, mettendola in termini numerici, sono 67,3 milioni i disoccupati nelle fasce d’età più basse.
Nello stesso periodo, poi, è aumentata tra i ragazzi la percentuale dei neet (not in employment, education or traninig), arrivata a toccare il 20%. Ciò significa che 257 milioni di giovani oggi stanno perdendo opportunità di formarsi o acquisire competenze aggiornate che possano permettergli migliori prospettive lavorative future. Questa situazione diffusa, appare specialmente difficile nei Paesi più poveri. Qui infatti la percentuale di quelli che non hanno un lavoro, non lo cercano e non stanno seguendo percorsi di formazione è addirittura di 17 punti percentuali superiore a quella registrata tra gli stati ad alto reddito.

Anche tra quelli che hanno studiato, il quadro lavorativo tra i ragazzi resta critico. Intanto, spiega il rapporto, «sebbene l’istruzione superiore offra la promessa di ottenere lavori migliori più facilmente, non sempre porta a tassi di disoccupazione giovanile inferiori». A questo poi si aggiunge in maniera particolarmente pressante oggi, la questione della penetrazione diffusa dell’intelligenza artificiale, in ogni settore e tipo di impiego. Certo sviluppo della tecnologia sarebbe un fattore notevolmente impattante soprattutto per i lavoratori che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro. A prescindere dal Paese in cui vivono.
Lo spiegano chiaramente le prospettive dell’Oil: «Un’analisi del rischio di esposizione all’Ia mostra che i giovani (dai 15 ai 24 anni) con un livello di istruzione avanzato corrono un rischio maggiore di automazione rispetto ai loro coetanei meno istruiti. Sebbene il pieno impatto dell’Ia sull’occupazione giovanile rimanga incerto, la sua potenziale portata richiede un attento monitoraggio.»
Le debolezze che emergono nello studio della situazione occupazionale dei ragazzi ritornano in certo modo anche guardando alle condizioni delle donne. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è rimasta, anche nel 2025, di molto inferiore a quella maschile. Globalmente le lavoratrici sono ancora solo i due terzi della popolazione attiva. E se già, a prescindere dall’età, hanno molte meno probabilità degli uomini di avere un’impiego (24,2 punti percentuali in meno), le ragazze sono poi più facilmente nella condizione di neet. La loro possibilità di non avere un lavoro, non essere iscritte a percorsi di formazione o inserite in qualche tipo di training è più alta di 14,4 punti percentuali rispetto a quella registrata tra i ragazzi.
Per quanto siano innegabili le differenze in opportunità e partecipazione in base alle aree del mondo e alle tipologie di Paesi considerati (se ad alto, medio o basso reddito), la costante è sempre una: le donne rimangono un passo indietro. Tanto che, prevede l’Oil, al mondo nel 2027 le disoccupate arriveranno a essere quasi 80 milioni.
I tassi registrati nell’Unione europea
Se il rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro fa una panoramica ampia delle tendenze a livello mondiale, i dati Eurostat permettono di guardare alla situazione nei Paesi dell’Unione europea.
Secondo le ultime statistiche disponibili, a novembre 2025 la disoccupazione nell’area Euro* si era attestata al 6,3%. Mentre appare leggermente più bassa se si considerando tutti i 27 Stati membri (6%). In termini numerici questo si traduce in quasi undici milioni di persone nel primo caso, oltre i 13 nel secondo. Sono queste, cifre entrambe in leggero calo rispetto alle rilevazioni del mese precedente. Ma in aumento di oltre 250mila e 400mila rispetto a novembre 2024.
I dati Eurostat indicano poi che, qualche mese fa erano quasi 3 milioni gli europei under 25 senza in occupazione in tutta l’Unione. E 2 milioni e 300 mila nell’area Euro. Anche in questo caso un numero in crescita rispetto alle rilevazioni dell’anno precedente. A novembre i ragazzi senza lavoro erano infatti il 15,1% del totale. 24 mila unità in più rispetto a novembre 2024 nell’Ue. E in eccesso di 11mila nella zona Euro.
Se non è così profonda la differenza tra le percentuali di disoccupate e disoccupati europei (rispettivamente siamo al 6,2% e 5,8%), in Europa però le lavoratrici sono 10 punti percentuali meno dei lavoratori. I dati Eurostat più recenti indicano che infatti tra le prime la media si attestava al 70,8%. Tra i secondi invece arrivava al 80,8%.

A prescindere dal genere, è interessante ricordare che in tutta l’Unione solo sei Paesi registrano tassi di occupazione superiori al target del 78% fissato per il 2030. Si tratta di: Paesi Bassi (83,5%), Malta (83%), Repubblica Ceca (82,3%), Svezia (81,9%), Estonia (81,8%), Germania (81,3%) e Ungheria (81,1%).
All’opposto, restano ancora indietro, con percentuali tutte sotto il 70%, la Romania (69,5%), la Grecia (69,3%) e, fanalino di coda, l’Italia (67,1%).
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* L’area Euro comprende i 21 Paesi dell’Ue che hanno adottato la moneta europea. L’ultimo membro in ordine di tempo a essere entrata in questo gruppo è la Bulgaria che ha adottato l’Euro il primo gennaio di quest’anno.
** Segnala il report Oil: «Le perdite di reddito stimate sono maggiori nelle regioni profondamente integrate nelle catene di approvvigionamento globali. (Si arriva) fino allo 0,45% nell’Asia sudorientale e allo 0,3% in Europa e Asia meridionale».
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