Donne resistenti ieri e oggi, l’Anpi lancia una rete per i diritti

Ridefinire la narrazione dei luoghi a partire dalla loro storia. Portare in nuovi perimetri linguaggi altrettanto rinnovati per consapevolezza e lotta. Dare voce a ciò che per troppo tempo è stato taciuto, riconoscendo le partigiane di ieri e quelle di oggi. Lo scorso 10 e 11 novembre, nello stesso dipartimento di matematica dell’Università “La Sapienza” dove furono epurati i docenti ebrei durante il ventennio fascista, la storia si riabilita ma non si cancella: a darle parole nuove è il convegno “Libere di essere. Donne resistenti ieri e oggi”, organizzato dal Coordinamento nazionale donne dell’Anpi – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Partigiane ieri e oggi

A 80 anni dall’inizio della Resistenza e dalla costituzione dei Gruppi di Difesa delle Donne, l’Anpi connette sindacati e associazioni di donne come Cgil, Cisl, Uil, Cif (Centro italiano femminile), Udi (Unione donne italiane), Unione degli universitari e Casa internazionale delle donne, per lanciare un appello in vista del 25 novembre, solidale con le donne impegnate nelle resistenze di tutto il mondo.

Al centro del dibattito le resistenze, al plurale: di ogni luogo e di ogni epoca. Il punto di partenza rimane la cultura e il dialogo tra generazioni. “I luoghi non sono neutri. Luoghi di pensiero e ascolto rappresentano la democrazia. Abbiamo voluto organizzare il convegno all’università proprio per coinvolgere le giovani – spiega ad Alley Oop Tamara Ferretti, responsabile del Coordinamento Nazionale Donne ANPI –  Ci rendiamo conto che tanta storia del movimento delle donne è poco conosciuta, anche perché ci sono stati dei buchi dal punto di vista degli storici che non hanno approfondito. Quando invece hanno iniziato a lavorarci le storiche la rotta si è invertita e sono emersi fatti importantissimi legati al valore delle donne nelle varie epoche del nostro Paese. Dal Risorgimento sino ad oggi, passando per il periodo fascista in cui la figura femminile è stata messa in secondo piano per poi riesplodere in tutta la sua consapevolezza e coscienza con l’inizio della Resistenza e la lotta di liberazione. Non a caso le nostre 21 madri costituenti hanno portato il tema della parità all’interno dell’articolo 3 della Costituzione. Per questo è importante che le giovani donne sappiano: abbiamo costruito tanti aspetti fondamentali del nostro Paese, a partire dallo stato sociale”.

Le nuove generazioni

A muovere il cambiamento sono le giovani generazioni: “Quando parliamo di Resistenza si pensa soprattutto alla lotta armata sulle montagne. In realtà la Resistenza è stato un movimento infinitamente più complesso che ha riguardato diversi ceti sociali, diversi sessi, diverse professioni e generazioni. Un fenomeno composito e trasversale che ha toccato diverse sfere di sensibilità civile – racconta ad Alley Oop Gianfranco Pagliarulo, Presidente Nazionale ANPI –  La sua caratteristica distintiva è quella di essere stata soprattutto giovanile: un messaggio che continua ad essere vivo e intrigante per le giovani generazioni di oggi. Qualsiasi cambiamento nella storia dell’umanità è sempre stato spinto dai giovani e dalle giovani che possono e devono continuare a coltivare il responsabile spirito di rivolta democratico per applicare il disegno costituzionale: se intendiamo il significato generale della parola Resistenza come un movimento teso alla liberazione, alla libertà, all’eguaglianza e alla pace – quattro sostantivi che sono tra i più significativi rispetto alla Resistenza storica italiana –  possiamo immaginare una Resistenza contemporanea che si muova sugli stessi binari”.

Ad agevolarla, la possibilità di creare connessioni: “oggi abbiamo il vantaggio di poter diffondere la conoscenzaaggiunge Ferretti – la diffusione di esperienze democratiche virtuose ha consentito la crescita di altri Paesi meno avanzati. Ad esempio, le proteste portate avanti in queste settimane dalle operaie e dagli operai del Bangladesh nasce perché oggi si conosce l’alternativa, le buone pratiche. Le condizioni di vita verso cui tendere e di cui i Paesi più avanzati – come ad esempio la Norvegia – danno l’esempio”.

Donne e Resistenza, solidarietà e pace, stato sociale e cura

Due giorni per dialogare, pensare, costruire: “Libere di essere” si apre tenendo fermo un presupposto. La democrazia non è neutrale ma è una costruzione culturale e, in quanto tale, va continuamente ridiscussa. “La legge da sola non può realizzare la parità di genere – spiega Ferretti nel suo intervento – Il patriarcato è antico di qualche millennio e la direzione del governo non va verso la parità ma continua a seguire le orme patriarcali: abbiamo sentito parlare di aziende a misura di mamma, come se la maternità fosse un interesse imprenditoriale e non un valore sociale. È necessario discutere del restringimento degli spazi dei diritti sostanziali e non solo formali. Una democrazia manipolata, citando Tina Anselmi, è una non democrazia. La democrazia per cui hanno combattuto le nostre partigiane ci sta a cuore, vogliamo bene alla Costituzione. L’abbiamo difesa, continueremo a difenderla”.

A ripercorrere la Resistenza delle donne è il primo panel – “Donne e Resistenza” – di storiche e saggiste (tra cui Daniela Padoan, Fiorenza Taricone, Lorenza Fornasir), seguito dal dialogo “La solidarietà e la pace” con Gulala Salih, attivista curda, Azam Baharami, attivista iraniana e Francesca Patrizi, attivista Cisda. Ad accomunarli, le storie delle donne taciute ieri e oggi: il loro valore prende spazio in modo autonomo e acquisisce riconoscimento nel tempo. Una rivendicazione che è un fatto storico e, come sottolinea ad Alley Oop Marina Pierlorenzi – responsabile del Coordinamento provinciale donne ANPI Roma e vicepresidente di ANPI provinciale Roma – “è emerso grazie al lavoro di storiche e scrittrici come Bendetta Tobagi, Fiorenza Taricone, Michela Ponzani: come ANPI stiamo facendo un lavoro di ricostruzione della memoria delle donne partigiane antifasciste, anche di quelle meno conosciute ma che hanno fatto nella loro vita cose grandissime che poi non hanno voluto o potuto raccontare: per anni, infatti, molte donne non hanno raccontato la loro resistenza perché lo stigma dello stupro che potevano aver subito o subire  era talmente grave che avrebbe impedito loro di avere una vita normale o avrebbe potuto implicare addirittura una non accettazione dalla loro famiglia di origine”.

Il protagonismo (taciuto) delle donne

La storia, come il linguaggio, è sessuato. Eppure, come riportato dalla scrittrice Daniela Padoan: “La letteratura di testimonianza legate alle deportazioni, ad esempio, sono quasi tutte maschili. Deportazioni maschili e femminili non possono sovrapporsi ma, come riferì in un convegno del 1994 la storica Anna Bravo, di 149 opere memorialistiche della deportazione i libri di donne non erano più di 20”.

La Resistenza delle donne, nelle generazioni, passa attraverso piccoli grandi gesti. Apparentemente frivoli eppure decisivi: ne sono un esempio l’ultima traccia di burro usata come antirughe dalle donne prigioniere nei campi di concentramento e la disobbedienza assertiva della partigiana Olga Prati che –  come racconta la prof.ssa Fiorenza Taricone – quando raggiunse la Brigata d’azione, al comandante che le chiese di ricucirgli i pantaloni, rispose “Non sono venuta per rammendare, ma per combattere”.

Ironia e forza. Leggerezza e consapevolezza. Tratti distintivi delle modalità attraverso cui le donne hanno portato avanti battaglie specifiche nel tempo e che oggi chiedono di essere ridiscusse: “Lo stato sociale, la cura, la cultura e l’innovazione” – titolo del panel che ha aperto la seconda giornata – sono le dimensioni da cui ripartire e su cui hanno dialogato Alba Bonetti, presidente Amnesty International, Linda Laura Sabbadini, statistica e già direttrice del dipartimento Metodi e Nuove tecnologie di ISTAT; Roberta Nunin, professoressa ordinaria di Diritto del lavoro presso l’università di Trieste; Lucia Migliorelli, ingegnera e ricercatrice presso l’Università Politecnica delle Marche; Simona Maggiorelli, direttrice del settimanale Left e Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino.

“Se c’è una cosa che non è cambiata nel tempo rispetto alle nostre partigiane della Resistenza storica è che le donne devono prendere in mano il proprio destino collettivamente. Siamo un Paese in cui soltanto metà delle donne lavora e ha la possibilità di essere economicamente autonoma. L’autonomia economica permette di avere più chances per combattere la povertà – per sé stesse e per la propria famiglia – e la violenza domestica. Senza autonomia economica non c’è questa possibilità –  afferma Sabbadini – La politica è stata incapace di dotarsi di una strategia adeguata a riguardo: quando c’è la mancanza della politica o le donne diventano protagoniste attive delle proprie battaglie o nessuno si farà carico per loro di questo. Lo abbiamo imparato dalla storia”: il fattore comune della pluralità di voci in dialogo.

Cambiare il modello culturale e sociale

Dal confronto alla sinergia: i due giorni di convegno si sono chiusi con la costituzione di una piattaforma comune che, attraverso il documento “Libere di essere”, unisce l’iniziativa di Anpi con i sindacati e le associazioni di donne che lo hanno sottoscritto (Casa Internazionale delle Donne, CGIL, CIF, CISL, UDI, UDU, UIL) e presentato durante il panel “La rete delle donne”.

“Da sempre ci occupiamo di fragilità e siamo sorelle delle donne che vivono in Paesi che ne oscurano e ne disconoscono il diritto di essere – si legge nel documento – Oggi è nuovamente l’ora di riprendere voce e di rimettere in campo la nostra determinazione e il nostro protagonismo. Vogliamo farlo ancora una volta insieme e unite a partire da questo 25 novembre per dire basta all’ignominia di una cultura patriarcale e violenta, generatrice dei tanti femminicidi che continuano ad insanguinare il cammino della nostra libertà. Contrastare e combattere violenza di genere e femminicidi vuol dire in primo luogo cambiare il modello culturale e sociale per riconoscere dignità e parola ad ogni essere umano. A 80 anni dall’inizio della Resistenza e dalla costituzione dei Gruppi di Difesa delle Donne che videro la nascita di un nuovo protagonismo delle donne dopo il ventennio fascista, siamo ancora una volta a ribadire che per cambiare il mondo bisogna esserci. E noi ci saremo. PARTIGIANE SEMPRE.”

Una linea di azione chiara e che prende forma con parole specifiche perché, come spiega Ferretti ad Alley Oop, “le narrazioni sono fondamentali per trasmettere il messaggio intergenerazionale: il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, ad esempio, sta registrando uno straordinario successo perché utilizza un linguaggio facile e accessibile. Racconta e ricostruisce sentimenti che nel nostro Paese esistono. Quando si dice che votare non serve a nulla, si pensi alla protagonista Delia e alle donne che come lei hanno potuto votare per la prima volta nel 1946. Quando si crea comunicazione e ascolto tra le generazioni, non si perde nulla ma si acquisisce nuova libertà. Vanno ricostruiti questi fili di relazione e un’associazione come l’ANPI può farlo”.

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