Non arrenderti in silenzio a un lavoro che non ti convince

Passiamo 33 anni della nostra vita dormendo e 13 lavorando. Il lavoro è la seconda attività che occupa più tempo nelle nostre vite: più dei figli, dell’amore, della lettura, e anche delle serie TV e dei social.

Eppure, secondo gli ultimi dati Gallup, l’80% delle persone non ama quel che fa. Di queste, “solo” il 18% ha proprio un’avversione al proprio mestiere: ma l’intero 80% lavora di mala voglia, con un’idea poco chiara di quel che fa e del perché lo fa, sentendosi visto poco e “utilizzato” male.

Il 62% sono gli ormai famigerati “quiet quitters”, che presentano i sintomi del mal lavorare in misura media: più alta delle persone che amano il proprio ruolo lavorativo e più bassa della categoria dei “molto quitters”, mostrando valori di benessere e malessere che, in modo sorprendente, sono simili in molti casi a quelli registrati dai disoccupati. Sperimentano infatti simili livelli di rispetto (92% vs 88%), di riposo (71% vs 70%), di “risate e sorrisi” (80% vs 71%), ma anche di dolore fisico (32% vs 36%).

Che solo due persone su dieci vivano il lavoro come una “magnifica esperienza” non fa notizia, ma forse dovrebbe. La statistica ci insegna che i fenomeni hanno estremità polarizzate, e anche qui vediamo due gruppi di dimensioni simili agli estremi del molto felice e molto triste, ma è la massa centrale a fare paura.

Del 18% di veramente infelici, che portano il malessere anche a casa e che sono più preoccupati, arrabbiati e stressati anche dei disoccupati, possiamo sperare che prima o poi facciano qualcosa, qualunque cosa, per porre rimedio.

Dal 20% dei “realizzati” vorremmo ricevere la ricetta – in realtà Gallup lo ha fatto, identificando dodici fattori in grado di indicare se le persone sono messe nelle condizioni di amare quel che fanno, e curiosamente nessuno dei dodici parla di denaro o carriera: riguardano tutti la chiarezza di aspettative, la possibilità di esprimere le proprie capacità e la qualità delle relazioni umane.

Con il restante 62% sappiamo che dovremmo almeno in parte identificarci, ma chi se la sente di definirsi uno che si arrende in silenzio?
Questa nuova definizione punta il dito su un’idea del lavoro che culturalmente non abbiamo coltivato – Costituzione italiana a parte, visto che lì è scritto chiaramente che “con il lavoro concorriamo al progresso materiale o spirituale della società” – un lavoro che non riguarda solo la sussistenza economica ma ci chiede di esserci di più, crederci di più, mostrarci di più. E non solo perché così “produciamo” di più o meglio, ma perché altrimenti saremo meno felici, staremo peggio.

L’improvvisa interruzione causata dalla pandemia ce lo ha fatto intravedere: non è che siccome ci hanno messo su una ruota, tutto quel che possiamo fare è girare.

Tirare la carretta è una possibilità tra tante, e le pause di riflessione, se non ce le propone qualche fenomeno globale fuori dal nostro controllo, possiamo anche deciderle noi. La scelta che possiamo fare non riguarda tanto e soltanto la possibilità di cambiare professione: un cambio di carriera è possibile, ma anche oneroso e non sempre sostenibile. La scelta che è sempre e comunque alla nostra portata è decidere quanto di noi portare nel nostro lavoro.

Chi non ha visto persone dai lavori più umili farli col sorriso? Vedere come è possibile fare anche le attività più ripetitive dando un senso a ogni gesto, se è raro, è anche molto bello: lavorare con senso è un atto di bellezza, che fa stare meglio chi lo fa e chi di quel lavoro beneficia.

Certo, si dirà, questo dipende da molti fattori fuori dal nostro controllo. Anche nella lista di Gallup, otto fattori su dodici dipendono da altri: che ci chiariscano perché facciamo quel che facciamo, che ci dicano se lo facciamo bene, che ci diano gli strumenti per farlo, che ci ricompensino.

Ma deve davvero essere così? Oppure, a buona parte di quei bisogni ognuno potrebbe dare la propria risposta, la propria motivazione?

Perché, nonostante il dibattito sulle persone sia ormai ricco di spunti e la loro gestione sia oggetto di revisione continua, non mettiamo in discussione l’assunto di fondo, ovvero che la motivazione e la gioia che possiamo trarre dal lavoro dipendano dall’intervento di altri?

Chiaramente, non è possibile amare il proprio lavoro in un ambiente tossico, in condizioni di incertezza o con strumenti inadeguati; ma, per il resto: il senso al proprio ruolo professionale, all’attività che riempie le nostre giornate, ai mille e mille gesti che compiamo ogni giorno, chi altri può darlo se non noi? E perché di questo non parliamo mai?

Togliere al datore di lavoro la responsabilità della motivazione del lavoratore equivale a togliergli potere. Assumere questa responsabilità su di sé, da parte del lavoratore, equivale ad assumere un potere fondamentale: quello di decidere in modo autonomo che senso dare al proprio lavoro.

Vuol dire smettere di aspettare che succeda qualcosa per fermare la ruota e, quindi, non “arrendersi in silenzio”.
Vuol dire smettere di giustificarsi se le giornate sono lunghe, stressanti, noiose, adducendone le cause alla volontà di persone che non si occupano abbastanza di dirci cosa fare e perché farlo, e iniziare a chiedere risposte alla fonte più vicina e attendibile: noi stessi.

Non è necessario cambiare posto di lavoro, ma è comunque possibile cambiare “il lavoro”: il modo in cui lo facciamo, ce lo spieghiamo e lo valutiamo, presentandolo così anche alle persone intorno a noi, capi compresi.

Come è facile immaginare, questo avrebbe un effetto moltiplicatore. Come vedere la cura con cui un barista mette la schiuma su un cappuccino infonde gioia e senso a quel momento, così vedere persone che mettono cura in quel che fanno, a prescindere dall’attesa di un ritorno e per il puro piacere del proprio lavoro, dà più senso al lavoro di tutte le persone intorno a loro.

Così, tra il 20% dei fortunati che hanno vinto alla lotteria del “lavoro della vita” e il 18% degli infelici, che scapperanno appena potranno, potremmo iniziare a vedere una categoria intermedia di persone – la maggioranza – che sa di poter cercare attivamente un senso nel proprio lavoro e preferisce ingegnarsi per farlo, riprendendosi questo potere, che aspettare, in una silenziosa resa.

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