Violenza assistita, Garante infanzia: fenomeno sottovalutato e in crescita

scritto da il 29 Settembre 2021

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La violenza assistita è un fenomeno “troppo poco conosciuto perché non c’è una percezione dei danni grandissimi che provoca sia per lo sviluppo psicofisico del minore sia per quello che il minore sarà come uomo. Vedere determinati agiti in famiglia porterà ad assimilarli come comportamenti normali e non disfunzionali e a ripeterli a sua volta”. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti è chiara: “Nei casi di maltrattamenti in famiglia in presenza di minore non si può parlare di violenza assistita ma diretta. Quando sento dire nei tribunali: è un marito violento ma non ha mai toccato il bambino ed è un buon padre, faccio un balzo sulla sedia. Un genitore che picchia l’altro genitore non può essere un buon genitore, un uomo che usa violenza nei confronti delle donne non può essere un buon padre”.

I casi sono in aumento ma le denunce non sono ancora abbastanza”, continua Garlatti, ex presidente del Tribunale per i minorenni del Friuli Venezia Giulia, sottolineando che “per riconoscere la violenza assistita c’è voluto molto tempo”. Riconosciuta dalla Corte di Cassazione già nel 2010 come violenza diretta, con la Convenzione di Istanbul la violenza assistita rientra tra le circostanze aggravanti del reato di maltrattamenti in famiglia (ex art.572 c.p.), ma il minore non è riconosciuto come vittima. Solo nell’agosto 2019 con la legge 69/19 conosciuta come Codice Rosso il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti si considera persona offesa dal reato.

In Italia, secondo una ricerca di Terre des Hommes e CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) pubblicata ad aprile su dati del 2018 e su un campione di 196 comuni, sono oltre 400mila i bambini e ragazzi presi in carico dai servizi sociali in Italia. Oltre 77mila sono vittime di maltrattamento: il 32,4% è vittima di violenza assistita, mentre la forma di maltrattamento principale è rappresentata dalla patologia delle cure (40,7%). Sui 117 comuni per i quali è stata possibile una comparazione emerge un aumento del 14,8% dei casi. Situazioni amplificate in tempi di pandemia e lockdown, con l’impennata delle chiamate al numero antiviolenza 1522 (+79% nel 2020 secondo l’Istat) e al Telefono Azzurro (+30/40%).

L’indagine è nata su sollecitazione del comitato Onu per i diritti dell’infanzia perché in Italia non esistono una banca dati e un monitoraggio nazionale sui minori vittime di maltrattamento, quindi è impossibile compiere azioni mirate di prevenzione e cura”, ci spiega Gloria Soavi, coordinatrice comitato scientifico Cismai. I danni della violenza assistita sui ragazzi sono incalcolabili: insicurezza, sensi di colpa, mancanza di fiducia anche nei confronti del genitore vittima, fino ad arrivare ad atteggiamenti aggressivi e disturbi psicologici. “I figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre o che l’hanno subita hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne e le figlie di esserne vittime”, scrive l’Istat. “I minorenni che noi accogliamo, vittime di violenza assistita reiterata nel tempo, sono bambini abituati a stare in allerta, a preoccuparsi rispetto ai repentini cambi di umore da parte degli adulti, a non essere tranquilli nel poter abitare fisicamente uno spazio incuranti di quello che succede intorno. Sono bambini spaventati che hanno visto le loro due figure più importanti entrare pesantemente in conflitto e una prevaricare sull’altra. C’è un problema di conflitto e lealtà. Spesso pensano che sia loro la colpa”, ci racconta Samantha Tedesco, responsabile Programmi e Advocacy di SOS Villaggi dei Bambini.

La violenza in famiglia è sottovalutata perché nel bilanciamento degli interessi tra il diritto alla bigenitorialità e la tutela dalle violenza in molti tribunali si ritiene che il primo resti prevalente. Ci sono scuole di pensiero secondo cui il rapporto col padre maltrattante in una struttura debba essere mantenuto. Io su questo sono molto perplessa – dice la Garante – il rapporto del figlio col genitore può essere riattivato solo se nell’interesse del figlio, che va sempre sentito per capire il suo stato d’animo. Il genitore violento deve sottoporsi a un percorso di recupero della genitorialità, un percorso che gli consenta di prendere consapevolezza dei suoi agiti illeciti. Credo che da questo non si possa prescindere, non si può imporre nulla al figlio che non vuole vedere il padre violento. Bisogna lavorare sul padre”.

Negli ultimi mesi ci sono stati casi di allontanamenti forzati di minori dalle madri dopo denunce di violenza nei confronti dei mariti o ex, con manifestazioni in tutta Italia. La prossima si terrà venerdì 1 ottobre davanti a Palazzo di Giustizia a Milano: le donne chiedono l’apertura di procedure ispettive su tutti i casi di prelevamenti coatti di minori e la verifica del corretto esercizio dell’azione giudiziaria da parte di magistrati e giudici.
La mamma che denuncia è una mamma che dimostra di avere a cuore la protezione del bambino, è una mamma attenta a cui si deve guardare come mamma capace, non alienante o poco tutelante – commenta Garlatti – La teoria dell’alienazione parentale (pas) non ha alcuna base scientifica, vanno valutati i fatti, prendendo una decisione esclusivamente nell’interesse del figlio. Come rilevato dalla Corte di Cassazione in una recente sentenza, bisogna valutare se è maggiore il danno che si crea allontanando il bambino dalla mamma con cui ha costruito un rapporto molto stretto, rispetto alla lesione del diritto alla bigenitorialità. Il superiore interesse del minore deve essere sempre al centro”.

Secondo una ricerca D.i.Re – Donne in rete contro la violenza – nell’88,9% dei casi presso il Tribunale ordinario e nel 51,9% dei casi presso il Tribunale per i minorenni è stato disposto l’affidamento condiviso tra i genitori anche in presenza di denunce, referti, misure cautelari emesse in sede penale, decreti di rinvio a giudizio, sentenze di condanna e relazioni del centri antiviolenza. “Il problema è che quando un bambino rifiuta il padre, ciò non viene letto come comprensibile reazione del bambino ma come patologia, il risultato di un comportamento manipolatorio materno. Così facendo i bambini diventano invisibili, così come la violenza assistita che hanno subito”, spiega l’avvocata Tutti Carrano, tra le curatrici dello studio. Rivedere i servizi sociali. “Quello su cui stiamo spingendo molto è rendere trasparente tutto il processo minorile, in modo che le parti siano messe a conoscenza di tutto quello che succede. Due i punti fondamentali: le relazioni dei servizi sociali non devono essere mai secretate; una maggiore formazione da parte dei servizi sociali, con persone altamente specializzate per intercettare tempestivamente i disagi. Il servizio non può quindi essere esternalizzato e affidato a cooperative di persone non preparate. Sarebbe opportuno che chi valuta non fosse la persona fisica che prende in carico, così ci sarebbe ulteriore controllo. Nodo ulteriore: la modalità di redazione delle relazioni dei servizi sociali che non deve essere meramente valutativa ma fattuale, la loro valutazione deve essere desunta da un fatto specifico per permettere al giudice di capire se il loro ragionamento è corretto e alle parti di contestare il verificarsi di determinati fatti. E’ un punto su cui come giudice minorile ho insistito molto”, conclude l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

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Il Sole 24 Ore, con Alley Oop, è partner del progetto Never again, che ha come obiettivo quello di contrastare e combattere la vittimizzazione secondaria delle donne colpite dalla violenza.

NEVER AGAIN  è un progetto co-finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione europea (2014-2020), GA n. 101005539. I contenuti di questo articolo sono di esclusiva responsabilità degli Autori e non riflettono il punto di vista della Commissione europea.

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Ultimi commenti (4)
  • Roberta |

    Ho un caso da segnalare di violazione dei diritti dei bambini nonché di violenza verso la mamma che è costretta a essere nell’altra stanza mentre i bambini decidono se vedere il padre con gli assistenti sociali o restare con lq madre

  • Rita |

    RIDICOLI! È IL VOSTRO STESSO SISTEMA CHE CONTRIBUISCE A QUESTO ORRORE. LE DONNE MALTRATTATE NON OTTENGONO NESSUN APPOGGIO (IO NEPPURE UN ALLONTANAMENTO CON FIGLI DISPERATI E TRAUMATIZZATI COME CERTIFICATO DA UNA VOSTRA ESIMIA!), SOLO LA CERTEZZA CHE SARANNO PERSEGUITATE DAI SERVIZI SOCIALI, VITTIME DI FALSE ACCUSE (SE NON CI PENSANO I PARENTI DEI VIOLENTI, CI PENSANO “LE ISTITUZIONI”!) E SUBIRANNO IL RAPIMENTO DEI FIGLI FAGOCITATI DA CASE FAMIGLIA, FAMIGLIE AFFIDATARIE O… GLI STESSI PARENTI DEL VIOLENTO.
    DONNE ATTENTE!

  • Ezio |

    Finché si pretende di affrontare una situazione partendo dalle conseguenze, anche gravi e gravissime che coinvolgono i minori, non si arriverà mai a ridurre gli eventi, ma a complicare ultreiormente i casi singoli e quelli generali, come sta avvenendo.
    Seguo molti articoli e blog sull’argomento, ma quasi nessuno affronta il problema partendo dalle cause che scatenano eventi violenti e drammatici, come se fossero casualità e non causalità da leggere ed affrontare seriamente e professionalmente.
    La protesta richiama giustamente l’attenzione, ma se l’attenzione non produce analisi e studio dei fenomeni, è fine a se stessa e non cambia nulla.

  • Katia |

    Sono interessata a partecipare in quanto sto subendo anche io un ingiustizia con prove agli atti…istituzioni completamente assenti…servizi sociali incompetenti con prove sempre agli atti di quello che sono capaci di fare..