Architetta, autorizzato il “timbro femminile” anche a Treviso

scritto da il 09 Dicembre 2020

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Un terremoto nel cuore dell’architettura veneta. L’uso del linguaggio corretto è la prima battaglia, fatta per “la parità di genere, perché è una distorsione dire la architetto Marta, mentre declinata al femminile significa chiamare le parole con il loro nome”.

A parlare è Marta Baretti, promotrice dell’iniziativa con cui l’Ordine degli Architetti di Treviso ha autorizzato a usare la declinazione di genere al femminile sui documenti.
Architetta, con la “a” finale, come paesaggista, conservatrice e pianificatrice territoriale può comparire per la prima volta nei timbri ufficiali, nelle comunicazioni professionali o nei cartelli di cantiere. Ma c’è anche chi al sentirsi chiamare così, non ci sta.

timbro_architetta_bergamo_architempore_-628x275L’uso, a libera scelta, da parte delle professioniste del nuovo titolo al femminile è stato approvato lo scorso 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne. Riunitosi, il consiglio dell’Ordine ha deliberato all’unanimità di aderire all’iniziativa del “Team Rebel Architette”, collettivo creativo a sostegno della professione femminile, che da tempo si batte per abbattere le distinzioni di genere. Nato nel 2017 a Bergamo, come aveva raccontato Alley Oop, il Gruppo di lavoro no profit si è sviluppato in tutto il mondo. Con l’ iniziativa di “adozione dei timbri al femminile”, Treviso e la sua provincia seguono l’esempio di grandi città tra cui Milano, Torino, Bergamo, Udine, Napoli, Lecce e Modena.

E’ stata Marta Baretti, consigliera dell’Ordine, a raccogliere l’istanza di “Rebel Architette” e a farla approvare all’unanimità. A Treviso sono 700 le iscritte all’Ordine su 2000 nel territorio nazionale, circa un terzo, e il giorno dopo sono arrivate più di 120 richieste.

“Non è con una firma – dice l’architetta – che si risolve il problema della parità di generema iniziare a chiamare le cose con le parole giuste e corrette è un primo passo”. Per lei rappresenta una possibilità che hanno le iscritte di poter scegliere se preferiscono il timbro declinato al maschile o femminile. “La lingua italiana prevede l’utilizzo della declinazione grammaticale al femminile di architetto, perché esiste anche architetta. Non si tratta di un neologismo, di una nuova parola: non è mai stata utilizzata o poco, anche perché si presta a facili doppi sensi e trova la resistenza anche di molte di noi”.

In passato è stata utilizzata per prenderle in giro. “Architette richiama ‘tette’. Noi andiamo in cantiere e molte le associano a una mancanza di rispetto”. E da qui la scelta di percorrere la strada tracciata dagli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2020 delle Nazioni Unite, che ha inserito il tema dell’uso non discriminante del linguaggio come incentivo a un panorama professionale più eterogeneo ed equo.

Senza spostare il nodo della questione sul piano di una battaglia di genere, ma rimanendo saldi sula sfida linguistica, c’è una certa resistenza nell’utilizzo di questo termine. Sfogliando i giornali locali, in alcuni articoli apparsi ci sono colleghe di Marta che sostengono il termine “architetto” sia stato sempre utilizzato, e che “non è la declinazione al femminile a dare un’ identità; chi dice che “attraverso una semplice sostituzione di vocale non stiamo dando valore alla donna”, e che “il termine architetto fa riferimento alle competenze, quindi io resterò architetto”. Baretti non si immaginava di sollevare una tale discussione. E’ soddisfatta che siano state soprattutto le più giovani a sollecitarla nel chiederle:perché non possiamo?”.

Parità di genere per Marta Beretti significa eliminare la disparità. “Non è un adattamento delle differenze – afferma –  perché non siamo uguali. Adesso in Italia viviamo in una situazione in cui la parità di genere non c’è in tutti i lavori. Si tratta di avere le stese condizioni, salario, opportunità di tutele”. Lei e la sua socia hanno uno studio a Treviso, si sono laureate da 30 anni, e adesso sembra difficile per loro riuscire ad avere degli incarichi importanti.

“Quando mi sono laureata non sentivo questa differenza. Con il passare degli anni mi sono accorta che dobbiamo lottare per conquistare la fiducia nel lavoro. Dobbiamo dimostrare sempre qualcosa di più, per ottenere incarichi di riqualificazione di aree importanti, progetti complessi. Se si gira in città i nomi nei cartelli dei cantieri sono maschili, è raro trovare femminili. Come gli studi, anche se all’interno c’è spesso una donna. A differenza della Spagna, dove molte donne hanno raggiunto obiettivi importanti, in Italia le conferenze sono partecipate da architetti maschi, e nei dibattiti la voce femminile è ridotta”.

Dove c’è un problema, c’è una resistenza culturale. E per Marta Baretti, anche se una parola non cambia una situazione, l’importante è “lasciare libere le donne che vogliono scegliere”.

Ultimi commenti (1)
  • Safran |

    Sono dell’idea che la libertà di scegliere unita al rispetto dell’opinione altrui vada sempre bene, certo, purchè non si trasformi in forzatura…se poi architettA/E iniziasse ad essere il termine dominante tra le professioniste sarebbe permesso a chi preferisce mantenere il titolo declinato al maschile? Diventerebbe motivo di divisione? Di distinzione?