“Uomini duri”: perché gli stereotipi sono tossici anche per loro

scritto da il 08 Novembre 2020

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“L’idea secolare delle differenze tra uomini e donne, pur continuando a imperversare nella nostra visione del mondo, non ha fondamento scientifico”. Parte da qui la riflessione di Maria Giuseppina Pacilli, docente di psicologia sociale all’Università di Perugia, nel suo “Uomini duri” (Il Mulino, 2020): 200 pagine che esplorano le gabbie in cui la mascolinità convenzionale li imprigiona e denunciano i danni degli stereotipi, personali e collettivi. Con il pregio di spostare l’attenzione dalle sole donne e di riportare la questione sul piano sostanziale: quello dei rapporti di potere.

La galleria dei miti sfatati dalla scienza ma duri a morire è ricca e illuminante. Gli uomini hanno il cervello più grande, dunque sono più intelligenti? Lo sosteneva il neurologo e anatomista francese Paul Broca, ma è falso: sono ormai numerosi gli studi che hanno portato ad abbandonare il neurosessismo e dimostrato che non esiste un cervello maschile e un cervello femminile. La variabilità è elevatissima, tanto che si parla di “mosaicismo cerebrale”. Ancora peggiore il riferimento agli ormoni, il classico “è colpa del testosterone”. Falso anche questo. “Le ricerche a disposizione – scrive Pacilli – non supportano affatto l’idea che la maggiore quantità di testosterone negli uomini rispetto alle donne possa spiegarne il comportamento“. Più corretto sarebbe affermare la probabilità che alcuni comportamenti considerati tipicamente maschili si verifichino in un essere umano, uomo o donna che sia, e che questi comportamenti tendono a loro volta ad aumentare il testosterone.

Chiaro il messaggio: bisogna rendersi conto di quanto sia potente la suggestione di spiegazioni biologiche della condotta umana. Lo scudo della biologia fortifica la resistenza al cambiamento dei comportamenti e fa apparire patologico, sbagliato e immorale prenderne le distanze. Ma nelle neuroscienze e nelle scienze psicologiche, nel corso del Ventesimo secolo, qualcosa è cambiato. Per dirla con Gina Rappon, “question to question”: si è compreso che le domande della ricerca “sono spesso frutto dei nostri valori, della nostra visione del mondo e della nostra ideologia”. Quando si è cominciato a mettere in discussione la domanda relativa alle differenze tra uomini e donne, quelle stesse differenze, anche in termini psicologici e comportamentali, sono crollate come un castello di carte sotto il peso dell’evidenza.

Tutto risolto? Niente affatto. Pacilli mette bene in risalto come la mascolinità rimanga una categoria sociale instancabilmente “biologizzata” dal patriarcato, ovvero da quel sistema socioculturale in cui “il potere e il controllo delle risorse, dall’ambito sociale a quello politico ed economico, sono nelle mani degli uomini”. Lo ha descritto Pierre Bourdieu: la “somatizzazione dei rapporti sociali di dominio” è un lavoro collettivo e incessante di biologizzazione di categorie sociali in cui – spiega l’autrice – “la differenza anatomica tra i caratteri sessuali primari e secondari diventa la giustificazione ‘naturale’ di una differenza socialmente costruita che influenza le scelte e il potere cui le persone hanno accesso”.

L’intreccio tra genere e potere si fa talmente pervasivo da diventare subdolo, irriconoscibile. A cascata, la cosiddetta “inconsapevolezza di genere” interessa soprattutto gli uomini, colpiti da quella cecità sociale che rende invisibili i privilegi agli occhi di chi li detiene. L’aver eletto l’uomo a standard e idealtipo dell’umanità, con l’uso del maschile generico e falsamente neutro come riflesso nel linguaggio, contribuisce a occultare il legame. La ricerca psicologica ha però svelato i tre dispositivi attraverso cui il privilegio “scompare” alla vista: il bias a favore del sé, l’errore fondamentale di attribuzione e l’ideologia meritocratica. In sintesi: l’illusione di spiegare il successo che otteniamo come dovuto esclusivamente ai nostri sforzi e al nostro talento, senza più vedere le condizioni avvantaggiate di partenza.

Fin qui i benefici. Ma la stessa dimensione di privilegio – avverte Pacilli – “ha reso gli uomini tanto generalizzabili e tanto standard da condannarli a seguire nella propria esistenza, per adeguarsi continuamente a quello standard, un percorso tutt’altro che libero e autonomo”. Da questo punto in poi il libro si snoda dunque intorno al prezzo che gli uomini pagano per mostrarsi conformi alla norma. Un prezzo alto, perché le prove cui devono sottoporsi per dimostrare la loro mascolinità, altrimenti precaria, sono “continue e potenzialmente infinite”. E passano per il rinforzo perenne al “mandato dell’antifemminilità”: allontanare da sé la femminilità, “nemico infido, pronto in ogni momento a minacciare lo status di vero uomo”. Ne conosciamo bene le manifestazioni: il mandato dell’eterosessualità e dell’interesse compulsivo per il sesso, la dominanza, lo stoicismo, la propensione ad assumersi rischi, l’avere successo ed essere sempre vincenti.

Nasce così lo stress correlato al ruolo di genere, ben raccontato nel volume “The Myth of Masculinity”  di Joseph Pleck, riconosciuto da Pacilli come spartiacque nello studio scientifico e psicologico delle questioni di genere da un punto di vista maschile. E nascono così tante distorsioni: l’incapacità di chiedere aiuto, la disattenzione alla salute, l’impegno “a rendere muto e invisibile il proprio mondo interiore”, il silenziamento emotivo. Fino al copione dominazione-sottomissione (che può sfociare privatamente nella violenza e politicamente nei suprematismi) ma anche dissimularsi nel “sessismo benevolo”, l’idea delle donne come essere fragili e bisognosi della speciale protezione maschile. La parte da recitare, d’altra parte, impedisce agli uomini di denunciare di essere stati vittime di stupro senza rischiare “la violenza secondaria di essere ridicolizzato e di non essere ritenuto un vero uomo”.

Le dimensioni valoriali della mascolinità convenzionale, il loro lato oscuro, inquinano tante relazioni e tante culture professionali occidentali. Pacilli non lesina esempi e non commette l’errore di suggerire che il cambiamento sia semplice. Non tace le conseguenze negative che subisce chi prova a scrollarsi di dosso “la maschera di potenza e infallibilità”. Ma invita a raccogliere la sfida con urgenza, cominciando dal riconoscimento del sessismo nelle sue manifestazioni quotidiane. Perché segare le sbarre, “impegnarsi per una società in cui sia presente una maggiore uguaglianza di genere, vuol dire impegnarsi per costruire una società in cui non solo le donne ma anche gli uomini stanno meglio”.


“Uomini duri. Il lato oscuro della mascolinità”
Maria Giuseppina Pacilli
Il Mulino, 2020
Pagine 197
14 euro

Ultimi commenti (1)
  • ezio |

    E’ forse uno stereotipo il desiderio femminile di scegliere ed avere vicino a se un “vero uomo” che le protegga, sostenga, difenda, le ami con vigoria e resistenza, di cui si possano anche vantare con amiche e concorrenti, che dia loro geni sani e forti per procreare figli a loro immagine e somiglianza?
    E’ forse uno stereotipo il diverso patrimonio ormonale tra un macho, un gentile ed un omosessuale?
    E’ forse tutta una questione culturale, come molte donne “femministe” pensano esserci alla base di comportamenti tanto diversi?
    Se è uno stereotipo questo, consiglio alle donne e soprattutto alle loro portavoci che scrivono, pontificano ed auspicano una parità teoretica e filologica di genere, che purtroppo/perfortuna (solo per la bio diversità) non esiste nella realtà vera della popolazione mondiale a partire da tutte le tradizioni antiche fino alle attuali “barbie” sempre in cerca del principe azzurro bello, forte e ricco che le renda felici e protette.
    Per diventare delle Margaret Thatcher non bastano le rivendicazioni al genere maschile e qualche leggina a favore, ma serve prima di tutto scendere dalla Luna e mettere i piedi sulla nuda, cruda e fredda Terra piena di insidie ed ostacoli, rendendosi forti, indipendenti e soprattutto autosufficienti anche dopo i quarant’anni.