Il femminismo è vivo, sta bene ed è più giovane di quanto crediate

scritto da il 19 Luglio 2020

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Femminismo, femminista: diciamoci la verità, cominciando questo scritto con queste parole, mi sono già giocata una parte di lettori. Tutti quelli che trovano noioso, superato, banale e finanche un tantino supponente e fastidioso sentire ancora utilizzare questi termini.

La parole hanno un significato, ma anche un’accezione, che le incornicia e si stratifica su di esse nascondendone via via il nucleo di senso. Femminismo è sicuramente una parola che di stratificazioni ne ha subite molte e quasi tutte negative. Fino ad arrivare, oggi, a spingere alcune persone ad affermare che non si dovrebbe parlare di femminismo, ma di parità. Come se il femminismo avesse mai chiesto altro se non la parità. Come se il femminismo avesse mai affermato la supremazia del femminile a scapito del maschile. Dietro alle accezioni negative attribuite alla parola femminismo ci sono dei grossi fraintendimenti, e non completamente casuali e innocenti. Ecco perché non si può e non si vuole rinunciare a riconoscere la lotta per la parità di genere come una lotta femminista, così come non si vuole rinunciare alla complessità storica che questo termine porta con sé.

Allo stesso tempo, però, si fa urgente la chiamata a ridefinire e rispiegare il termine, alla luce delle consapevolezze e delle conquiste dei giorni nostri, ma anche delle nuove aperture e inclusività che hanno arricchito il movimento negli ultimi vent’anni.

jennifer-guerraIn questo orizzonte si fa preziosissima la presa di coscienza delle giovani generazioni e la loro volontà (e coraggio) di esporsi in prima persona, per colmare il gap generazionale che ultimamente, ahimè, sembra molto più anagrafico che di reali conquiste sul piano socio-politico. Qui si colloca il libro di Jennifer Guerra, 25 anni, giornalista e autrice, pubblicato lo scorso giugno da Edizioni Tlon. 

Guerra intitola il suo libro Il corpo elettrico perché è dal corpo che prende spunto, per costruire un discorso solidamente articolato che mira a portare alla luce le vecchie e nuove oppressioni di genere. Il corpo di cui si parla in questo libro è un luogo simbolico, un terreno in cui si gioca la contrapposizione tra personale e politico. È allo stesso tempo uno spazio privato di identità e scambio, ma anche un luogo di interferenza, in cui lo sguardo altrui e i modelli imposti diventano ostacolo alla libertà di scelta. 

Ogni capitolo del libro affronta un aspetto diverso, partendo sempre da una narrazione legata al corpo. Si parla per esempio del concetto di “monitoraggio abituale del corpo”, ovvero di quella tendenza che hanno molte donne (tutte?) a pensare costantemente al modo in cui appaiono. Scrive Guerra: “Una donna compie il monitoraggio abituale del corpo ogni trenta secondi circa. Lo sappiamo benissimo. Siamo in casa da sole, in pigiama, e l’occhio ci cade sulla pancia. Anche se nessuno ci sta guardando, la tiriamo in dentro, istintivamente”. 

In pratica una donna è talmente abituata a essere sottoposta a uno sguardo oggettivante, che istintivamente lo applica su se stessa. Occorre fare i conti con questa misoginia interiorizzata, con questo sguardo che rende il corpo femminile una forma stilizzata. Si potrebbe partire allora dalla costruzione di un nuovo sguardo, uno sguardo femminile che andrebbe a contrapporsi allo sguardo maschile, il “male gaze”.

Percorrendo questa strada si troverebbe anche risposta a quelle obiezioni al femminismo che vedono nelle donne le peggiori nemiche delle donne. Certo, questo avviene se nelle donne prevale il male gaze, che come abbiamo detto è interiorizzato e talvolta inconsapevole. Scrive ancora Guerra: “Siamo volute diventare come gli uomini. Siamo cadute nella trappola separatoria che vuole le donne da una parte e gli uomini dall’altra, come su due binari paralleli destinati a non incontrarsi mai. È stato un errore di calcolo. Abbiamo pensato che se avessimo cominciato a comportarci come gli uomini ci saremmo finalmente liberate”.

Ed ecco allora perché la conclusione di questo piccolo e denso saggio va verso un ridimensionamento degli stereotipi di “donna forte”, come se rappresentassero l’evoluzione di certe istanze ancora maschili, ma anche di quelle qualità di sacrificio estremo e di remissività che si vogliono attribuire al femminile. In pratica, alla donna che anche nei momenti peggiori si mostra incrollabile, esemplare, forte, Guerra dice di preferire la donna che mostra rabbia: “Se la forza è un valore che spesso torna utile al sistema, la rabbia è una crepa, una falla. La rabbia è impenitente e scomoda, non piace, soprattutto quando a manifestarla sono le donne”. La rabbia è azione, volontà, desiderio, possiede quella fisicità che rende il corpo vivo e pulsante e allo stesso tempo nel suo essere sentimento irrazionale per eccellenza, spezza quelle logiche che fondano i modelli e le strutture contro cui vuole scagliarsi. 

Ma la rabbia di cui parla Jennifer Guerra non rientra nello stereotipo in cui ancora qualcuno vorrebbe rinchiudere l’immagine della femminista, dura e mascolinizzata. È piuttosto una rabbia consapevole e matura: “La rabbia può manifestarsi in molti modi, e non necessariamente attraverso la qualità della forza fisica o morale, ma anche attraverso altri mezzi come la resistenza, l’autodeterminazione, la solidarietà”.

Ecco che il cerchio si chiude: se il femminismo nasce come rivendicazione politica dei diritti delle donne, per divenire poi un safe space di autocoscienza rivolto al corpo, torna a essere coscienza politica nel momento in cui l’esperienza e il vissuto del femminile e dei generi oppressi si riuniscono autodeterminandosi e narrandosi in prima persona. Senza fare dottrina nè programmi ideologici. Una sospensione in equilibrio tra azione e desiderio. Non da tutti. Come scrive Guerra nella splendida Nota di Traduzione: “Ho tradotto al meglio che ho potuto la mia coscienza privata per farne coscienza politica”.

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Jennifer Guerra, Il corpo elettrico, Edizioni Tlon 2020, €15,00

Ultimi commenti (2)
  • Valentina |

    Mi è sempre stato difficile fare gruppo con le donne. Tutte con la sigaretta in bocca, a discutere di regole culinarie e a dimostrare di essere allo stesso tempo perfette casalinghe e ottime imprenditrici. Sempre in gara. Sempre a difendere un territorio. Donne nella paura di perdere il potere nella loro area, “maschie” nella determinazione a spianare quello che le puo’ intralciare. Le donne della mia età (vado per i 60anta) cresciute nelle città sono così. Io sono cresciuta in campagna, dove le donne dovevano essere modeste, tenere gli occhi bassi e stare in cucina. Uscivo accompaganta da mio fratello. Non mi potevo depilare “lo fanno solo le puttane”, per lo stesso motivo erano vietati i pantaloni stretti. No, non sono cresciuta in un paesino della Sicilia, ma scappare è stata una mia priorità. 20km più in là c’era il mondo delle donne libere. Quel mondo dove non sono mai riuscita ad entrare, perchè non riesco a fumare una sigaretta o perchè continuo a tenere lo sguardo basso, anche quando chiedo le mie ragioni con forza. Oggi sono una donna che non dipende da nessuno, né affettivamente (no, forse affettivamente da mia figlia dipendo) né economicamente, ma che non ha mai imparato l’atteggiamento maschile e cerca di strapparsi quella femminilità sottomessa con cui è cresciuta.

  • ezio |

    “Ecco che il cerchio si chiude: se il femminismo nasce come rivendicazione politica dei diritti delle donne, per divenire poi un safe space di autocoscienza rivolto al corpo, torna a essere coscienza politica nel momento in cui l’esperienza e il vissuto del femminile e dei generi oppressi si riuniscono autodeterminandosi e narrandosi in prima persona.”
    Osservo e mi permetto qualche spunto di confronto:
    – Non il “genere” da proteggere e parificare, ma le debolezze e le fragilità tutte in generale da difendere.
    – Non l’identificazione con la bellezza del corpo femminile, ma la femmininilità come valore etico morale e sociale, ma non politico che richiede partecipazione, formazione ed esperienza della gestione delle istituzioni.
    – Non “ismo”, perché sininimo di idealismo ed arroccante separazione conflittuale dal resto della società e dalla ricchezza delle diversità etniche, culturali ed soprattutto religiose.
    – Autoanalisi delle distorsioni comportamentali, sfociate antropologicamente nella prostituzione in tutte le forme di mercinomio del corpo come immagine esibita e vendita delle prestazioni sessuali, nel matriarcato opposto e deleterio quanto il patriarcato maschilista, manipolazione a mezzo della bellezza corporale a scapito dell’armonia nei rapporti di coppia e nella conquista di ruoli, a scapito delle meno fisicamente dotate, regolarmente emarginate per somma di debolezze dalle stesse femmine dominanti.
    – Errato senso di proprietà esclusiva dei figli in caso di discgregazione delle coppie separate e divorziate.
    – Stile di vita e desideri infiniti di ricchezza, arrivismo, consumismo, insensibiltà sociale, ecologica ed ambientale, in piacevole e desiderata complicità con tutto il resto di società maschile dedito alle stesse finalità egoistiche.

    Non sono accuse di genere, ma solo spunti di riflessione per affrontare la questione della parità dei diritti anche dal punto di vista dei doveri etici, morali e sociali, in modo equanime ed intellettualmente onesto.