Postcovid, per ripartire davvero le donne devono contare di più

scritto da il 28 Aprile 2020

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Stiamo entrando nel vivo della Fase2, dopo quella dell’emergenza da Coronavirus. Siamo tutti consapevoli che questa pandemia avrà conseguenze di enorme portata e segnerà un prima e un dopo. Ma perché la ripartenza sia anche un’occasione di rinascita, di cambiamento e di innovazione, un’opportunità per correggere quei limiti dell’economia e dell’organizzazione sociale che questa crisi straordinaria sta mettendo in evidenza, è assolutamente prioritario che le donne entrino nei luoghi delle decisioni e che questi siano contaminati in modo virtuoso da un pensiero femminile e femminista. Non solo per una questione di parità e di giustizia sociale, ma per il futuro stesso dell’Italia.

Senza le competenze, i saperi, la visione e l’elaborazione delle donne e senza rispondere alle esigenze di più di metà della popolazione italiana non si potranno cogliere le opportunità nascoste in una crisi profonda come l’attuale. Bisogna superare le zavorre che frenano il nostro sistema economico e sociale: le disuguaglianze. Prima tra tutte quella tra donne e uomini. Senza questo passaggio, anche gli investimenti pubblici e quelli che verranno dall’Unione europea, in tutti i settori, non potranno ottenere i risultati sperati e accelerare la ripresa e il rilancio del Paese.

Nella fase di quarantena le donne sono state e sono protagoniste. Secondo i dati diffusi da Linda Laura Sabbadini i 2/3 delle donne, pari a 6 milioni 440 mila lavoratrici su 9 milioni 872 mila, hanno continuato a prestare la propria opera nell’emergenza in settori strategici come il Ssn, l’istruzione, i servizi, la vendita di alimentari. E’ aumentato il carico di lavoro femminile, perché come sappiamo le donne sommano più ruoli: in questo momento gravano su di loro ancor più il lavoro domestico e di cura di figli e genitori anziani, oltre ad attività meno tradizionali come il supporto alle insegnanti elementari e della secondaria di primo grado (anch’esse in gran parte donne) e dell’approvvigionamento alimentare in condizioni particolari.

Nel regime di reclusione domestica, le donne stanno anche pagando il prezzo più alto. Come ha di recente documentato la rete Di.re, le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza durante il lockdown sono il 74% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e questo nonostante le richieste di aiuto e le denunce si siano in una prima fase addirittura azzerate a causa delle condizioni proibitive. Chiuse in casa con i loro aguzzini, le donne non riuscivano neanche a telefonare e per questo come istituzioni abbiamo lanciato appelli e ampliato le modalità per chiedere aiuto attraverso il 1522. Con il decreto Cura Italia, abbiamo stanziato 4 milioni in più per i centri antiviolenza e le case rifugio e varato misure di maggiore protezione.

Di recente Forbes ha rilevato che i sette paesi che stanno meglio reagendo al Coronavirus hanno in comune la guida di leader femminili. Germania, Taiwan, Nuova Zelanda, Islanda, Finlandia, Norvegia e Danimarca non hanno probabilmente premier migliori, ma reagiscono meglio alla pandemia perché sono paesi più avanzati e per questo consentono alle donne, più della metà della popolazione, di arrivare fino alle più alte cariche istituzionali.

E’ da tempo, del resto, che conosciamo l’impatto positivo sul Pil di un’alta partecipazione delle donne al mondo del lavoro. L’occupazione delle donne moltiplica i posti di lavoro e il benessere sociale perché fa emergere le competenze femminili e dà valore al welfare sommerso. L’autonomia economica libera le donne dalla violenza famigliare e domestica e apre le porte ad una società più paritaria, giovane e innovativa. Il Fondo monetario internazionale ha stimato che il riequilibrio di genere nel lavoro a livello mondiale comporterebbe una crescita del Pil del 35% entro il 2025. Sappiamo anche che i paesi occidentali con i più alti tassi di occupazione femminile hanno più alti tassi di natalità. Secondo il World Economic Forum, l’Italia invece nel 2020 è scesa al 76o posto nel mondo per Gender gap occupazionale e retributivo e ha un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, fonte di ulteriore arretratezza.

E’ chiaro dunque che se vogliamo cogliere un’opportunità dalla crisi, non possiamo continuare su questa strada. Siamo ad un bivio. L’elaborazione delle donne ha ribadito da tempo la necessità di nuovi comportamenti culturali e sociali e prodotto paradigmi che prevedono l’investimento nella cura e nello sviluppo delle persone, un nuovo equilibrio tra tempi di cura e di lavoro, un nuovo rapporto tra uomini e donne, economia e ambiente. Nel futuro del nostro Paese devono esserci il potenziamento del sistema sanitario, il recupero del digital divide, economia circolare, mobilità e turismo sostenibili, energia e produzioni pulite, meno burocrazia, attenzione alla qualità della vita e al benessere delle persone, solidarietà sociale, condivisione del lavoro di cura e riconoscimento del suo valore economico.

Avevamo proposto che nella Cabina di regia e nel comitato tecnico scientifico entrassero donne competenti su questi temi, così non è stato ma non possiamo arrenderci. Non possono bastare luoghi paralleli di elaborazione, sempre preziosi ma insufficienti. Le persone, così come le idee, ci sono già. Faccio alcune proposte concrete, riprendendo anche quelle di alcune altre autorevoli esponenti femminili.

1) Combattere la violenza contro le donne significa liberare energie e risorse per la società nel suo insieme. La violenza di genere è un fenomeno strutturale legato alla cultura e all’organizzazione sociale. Per questo è una lente per leggere tutto il resto. Oltre a potenziare ancora le strutture di protezione, occorre investire sui percorsi di autonomia delle donne che hanno subito violenza. Riproponiamo di istituire un fondo ad hoc con 5 milioni. Bene hanno fatto alcune Regioni a dedicare fondi e immobili ai percorsi di autonomia delle donne abusate. Bisogna imparare a valutare l’impatto sul genere di tutte le politiche, in modo trasversale, per arrivare ad una società più equa. La vera prevenzione resta concepire una società il cui le donne siano libere di essere diverse dagli uomini, libere dal potere maschile.

2) E’ essenziale, nel potenziamento del Ssn, garantire subito sicurezza a tutti gli operatori sanitari e dare valore al lavoro delle donne, assicurando loro vere possibilità di carriera e dando seguito anche agli studi e alla ricerca sulla medicina di genere, visto che il Coronavirus ha evidenziato la differente reazione dei corpi alla patologia e il diverso impatto sui generi delle politiche sanitarie. Non possiamo lodare solo a parole le dottoresse, le ricercatrici, le infermiere che costituiscono i 2/3 degli operatori del Ssn e poi non permettere alle donne di arrivare ai vertici della Sanità e di partecipare agli organismi decisionali, come i comitati tecnico-scientifici, dove si entra chiaramente per cooptazione. Potrebbe essere utile pensare ad una legge sulle quote antidiscriminatorie anche nel Ssn e nella Pa, sul modello della Golfo-Mosca. E come è stato autorevolmente proposto, servono quote anche per tutti gli organismi direttivi.

3) Serve un nuovo Patto per il lavoro. L’esperienza forzata dello smart working va tradotta in una buona pratica, da preferire sia per le ricadute sociali che ambientali. Può contribuire finalmente alla reale condivisione del lavoro di cura e delle responsabilità familiari tra i genitori e a migliorare la conciliazione per tutti dei tempi di vita e di lavoro. Si può tradurre in maggiore efficienza, evitando invece che sia un carico più pesante solo per una metà del cielo. Va usato per ridurre le trasferte, migliorare la qualità della di vita e dell’ambiente nelle città, lavorare per obiettivi anziché solo legati ad orari e per una leadership più inclusiva. E’ necessario ridisegnare, da subito, i nuovi diritti delle lavoratrici e dei lavoratori nella fase di transizione. Va incentivato un nuovo protagonismo femminile nel mondo del lavoro, investendo davvero sull’occupazione femminile e premiando le aziende che danno occasioni alle donne, e in particolare alle giovani, e che incentivano la condivisione del lavoro di cura tra uomini e donne e la leadership femminile. Basta con la penalizzazione del part time e dello smart working, va premiato il merito e non la quantità di ore passate in ufficio.

4) La scuola non può perdere la sua funzione educativa e l’istruzione, la formazione e la ricerca devono essere il pilastro della società. Esiste un diritto all’inserimento in percorsi educativi anche per i bimbi da 0 a 6 anni. Se davvero gli istituti, come sembra, non riapriranno a breve e il prossimo anno scolastico non riprenderà nelle aule, l’homeschooling non può significare abbandonare bambini e ragazzi alla buona volontà degli insegnanti e a genitori che dovranno tornare al lavoro, senza neanche più la disponibilità dei nonni. Occorre riorganizzare la scuola, fare formazione obbligatoria, dotare gli istituti e i docenti di strumenti adatti, migliorare le piattaforme di lavoro, coinvolgere anche il Servizio pubblico televisivo, pensare in modo innovativo anche per rispondere alle esigenze dei più piccoli.

5) Il nuovo Welfare deve partire dall’emersione e dalla valorizzazione del lavoro di cura, questo anche oltre la Fase2. Ma soprattutto in questa fase di transizione, non si può pensare di riaprire le aziende e le attività, riportare le persone al lavoro senza preoccuparsi dei bambini e dei ragazzi, scaricando la cura sulle famiglie e quindi soprattutto sulle donne. E’ necessario pensare a congedi parentali veri a stipendio pieno anche per chi è in smart working, a nuove forme di flessibilità, a contributi per aiuto domestico e babysitting, facendo in questo modo emergere molto lavoro nero. Si deve pensare a retribuire il lavoro domestico, anche in part time e condiviso, lasciando ai conviventi/coniugi/genitori la scelta su chi voglia accedere a questo reddito.

6) Non si può ripartire come se niente fosse stato. Correggiamo la rotta anche sul fronte ambientale, premiamo l’innovazione, cogliamo l’occasione della digitalizzazione forzata. Semplifichiamo la vita delle persone e dei centri urbani. Puntiamo sullo sviluppo sostenibile e sull’economia circolare. Coinvolgiamo le ragazze e i ragazzi in questo progetto, da subito.

E’ un libro dei sogni e non ci sono le risorse? Molti punti che ho elencato in realtà richiedono sopratutto la riorganizzazione dell’esistente, la finalizzazione di risorse già stanziate o di quelle che stanzieremo, anche grazie all’Ue. E’ necessario operare delle scelte precise ed è per questo che serve il pensiero femminile e femminista.

Ultimi commenti (3)
  • Alessandra soligoni I |

    Mondo della scuola e indegnanti. Da sollecitare apertura concorsi prr insegnamento varie classi. Concorsi ancora sospesi, carenze gravi slls ripresa scolastica
    Alessandra soligoni ex insegnante materie letterarie.

  • Teresita Scalco |

    Donne e uomini insieme possiamo cambiare!

  • cristina santoro |

    Propongo uno sciopero generale di tutte le donne anche domestico.