Covid-19, è emergenza anche in Sicilia

scritto da il 18 Marzo 2020

palermolockdown

Raccontare l’emergenza Coronavirus in Sicilia non è raccontare una storia, ma provare a metterne in fila tante. La situazione è in evoluzione, rapida, con numeri purtroppo in crescita progressiva anche se lontani da quelli delle altre regioni. 2916 tamponi eseguiti, 237 positivi alla data di martedì; 114 ricoverati, 28 in terapia intensiva; 112 in isolamento domiciliare, 8 guariti e 3 deceduti. Questi sono i dati diffusi dalla Unità di crisi nazionale della Regione Siciliana, il 17 marzo.

A destare preoccupazione sono i moltissimi che hanno raggiunto l’isola dal nord Italia in questi ultimi dieci giorni e che vanno ad aggiungersi agli oltre 30.000 che si sono registrati al rientro, seguendo le procedure stabilite dal governo.

Il presidente Musumeci ha chiesto l’intervento dell’esercito per contenere le altissime probabilità di diffusione del virus al Sud, con picchi che manderebbero in tilt una sanità già fortemente depotenziata dai tagli alla spesa: “Non si tratta di mettere i carri armati sulle strade, ma di coadiuvare le Forze dell’ordine, nello scoraggiare gli arrivi”. La Sicilia prova dunque a isolarsi; due soli voli e un unico treno al giorno, garantiranno i collegamenti con il continente.

cataniaSull’isola, è Catania la città più colpita con 108 positivi. E la rete ospedaliera è già alle prese con il contrasto al virus. Alley Oop ha incontrato Marinella Astuto che dirige l’Unità Operativa Complessa del Servizio di Anestesia e Rianimazione 1 del Policlinico Universitario Gaspare Rodolico. “Il problema oggi è che siamo chiamati a mettere in campo, in brevissimo tempo, tutti gli sforzi resisi necessari, intanto per riportare a 32 i posti in rianimazione. Dobbiamo riallineare una situazione che per molto tempo ci ha visti lavorare con 8 posti più 7. Servirà oltre alla rete un ulteriore 50 %, le direttive dell’Assessorato sono chiare. Le difficoltà oggi restano legate a carenze precise. Mancano pompe di infusione, ventilatori, mascherine e dispositivi di sicurezza individuale. Serve più personale, medico e infermieristico”.

Ma il punto Covid a Catania c’è già? “ – ci dice la direttrice – il Covid hospital è stato individuato nel nuovo San Marco, nella periferia sud di Catania. Qui al Policlinico rimane il pronto soccorso però, da cui i pazienti risultati positivi partiranno per essere trasferiti lì”. Sulla necessità di presidi quali tute e mascherine, i medici della zona hanno fatto registrare il supporto della popolazione che sta firmando una petizione, lanciata qualche giorno fa sulla piattaforma change.org.

E poi c’è il disagio che in questo periodo di infinita incertezza pretende attenzione. Roberta Moro è dirigente psicologa e psicoterapeuta dell’Asp di Catania, in servizio al Garibaldi. “Facciamo attenzione all’impatto che questo virus avrà sulla collettività: la paura del contagio e l’ansia, il modificarsi delle abitudini quotidiane e le restrizioni cui tutti – specie quelli che comunemente consideriamo sani – sono sottoposti avranno delle conseguenze. È chiaro che con il prolungarsi della situazione attuale avremo bisogno di ragionare di un supporto anche per gli operatori sanitari, quelli in prima linea”. Il consiglio per tutti è di non farsi inghiottire dall’angoscia, dunque, distrarsi e non lasciare che il virus domini i nostri pensieri.

tribunale-di-cataniaSe dal fronte sanità sono momenti difficili, al palazzo di giustizia i corridoi sembrano spettrali, pressoché deserti. Rosario Pizzino è il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catania: “Quello che registriamo, in questo momento, è una grande condivisione tra l’Avvocatura e gli Uffici giudiziari – spiega – Stiamo provando insieme a gestire l’emergenza, ma il dopo richiederà sforzi altrettanto importanti. C’è bisogno che si faccia chiarezza sulle norme che disciplinano la sospensione dei termini processuali”. Il decreto, che ha rinviato d’ufficio molte delle udienze programmate per questo periodo, richiede certamente un passaggio ulteriore. Occorre che in definitiva si sia in grado di superare le ambiguità del testo e per questo gli avvocati hanno rivolto un’interpellanza al ministro; in molti si auspicherebbero un nuovo provvedimento.

Ho già fatto presente ai capi degli Uffici giudiziari come le criticità future saranno legate intanto alla necessità di riprendere a lavorare in sicurezza, con strutture come quelle di cui disponiamo che sono inadeguate. Avremo bisogno di testare soluzioni non ancora sperimentate, malgrado il PCT (ndr processo civile telematico, in vigore dal 2014) e la digitalizzazione del processo civile, penso alla necessità che si sviluppino sistemi per lo svolgimento delle udienze per via telematica. Senza dimenticare che sarà inevitabile cercare subito soluzioni e risposte a una crisi economica cui l’Avvocatura tutta è esposta, per le gravissime ripercussioni dovute all’inattività. Qui il ruolo di Cassa forense è importantissimo” sottolinea Pizzino.

Aule deserte, come le città del resto. Anche i siciliani hanno capito che è il momento dell’emergenza, della reclusione. Ed ecco che dai balconi ci si dà appuntamento per suonare in diretta Facebook, Bella ciao! o l’inno di Mameli. I social riuniscono, avvicinano, accorciano le distanze anche sull’isola.

belpassoI ragazzi in classe non entrano più dal 4 marzo e provano ad imparare in un modo tutto nuovo. Parte, forzato, l’esperimento di una didattica digitale. Anna Spampinato è la dirigente dell’istituto di istruzione secondaria di primo grado “Nino Martoglio” a Belpasso, un comune nella zona etnea. “La scuola sta affrontando egregiamente la situazione. E questo seppur con i mezzi personali di docenti e alunni – spiega ad Alley – Servirebbero, però, dal Ministero dispositivi in comodato d’uso, a quanti non possono permetterseli. Noi dirigenti, brancoliamo nel buio. Lavoriamo senza direttive precise: tempi, modi, valutazioni, piattaforme condivise, non c’è nulla di tutto questo. E si sono invece manifestate da subito delle differenze importanti. Ci sono le esigenze dei ragazzi cosiddetti BES o H, ad esempio. Sono gli alunni con situazioni di disabilità grave che analogamente a quelli con autismo, per forza di cose, rimangono abbandonati a se stessi. Ci risulta impossibile, con i pochi mezzi a disposizione, lavorare sulla socializzazione a distanza in un ambiente forzatamente isolato”. Non è tutto rose e fiori, insomma, sebbene si sia entrati da tempo nell’era digitale.

Tutti a casa, ma in quale casa? Viene da chiedersi dove viva la quarantena una comunità che ha ancora i segni del terremoto di un anno e mezzo fa. “Ci invitano a rimanere nelle nostre abitazioni, per la sicurezza di tutti. Ma noi siamo ancora fuori da lì. Da tempo sto in un alloggio messo a disposizione da amici, in un luogo che non è più il mio”, Daria è l’avvocata che Alley Oop aveva incontrato all’indomani del sisma che ha scosso violentemente Zafferanza Etnea nella notte tra Natale e Santo Stefano del 2018. Di sfollati se ne sono contati circa un migliaio. A rivederla, dopo questi mesi, il suo sguardo ci dice che nulla è cambiato e che però tutto è anche, irrimediabilmente, diverso. “Cosa ci manca? Un aiuto concreto per ricostruire. La grande casa della mia famiglia sulla montagna sarebbe stata perfetta per affrontare questa quarantena. I bambini, invece, sono rinchiusi in un appartamento. E questa reclusione la vivono oggi con grandissimi disagi”.

fleriIn Sicilia, insomma, c’è chi si sente abbandonato. Lo sono gli abitanti di Fleri, la frazione più colpita da quel sisma, che si sono costituiti in comitato. Matilde Riccioli che lo presiede parla chiaro: “Ci sentiamo dimenticati dallo Stato. Agevolazioni e misure concesse ai terremotati del centro Italia, a noi sono state negate. Abbiamo bussato a tutte le porte, ma con l’unico risultato di aver ottenuto una proroga dello stato di emergenza per un altro anno. Oggi più che mai aspettiamo di rientrare nelle nostre case, ma siamo ancora al punto di partenza. Per avere un’idea, per le ricostruzioni minori su 384 domande di contributi, allo stato ne sono state liquidate soltanto 10; per gli interventi maggiori non va meglio, sono ancora bloccati. Ma l’Ufficio del Commissario per la ricostruzione del resto si è insediato solo a ottobre”.

zafferana-1A sentire Salvo Russo, il sindaco di Zafferana, però a quasi due anni dal terremoto di sfollati, nel senso più stretto del termine, non ce ne sono. Non ci sono tendopoli e non ce ne sono state nemmeno nell’immediato. “Chi ha perso la casa è stato ospitato sin da subito nei cinque alberghi della zona, fino al 31 dicembre del 2019. Al momento hanno tutti una sistemazione alternativa, con un aiuto per l’affitto. Si chiama CAS, ovvero contributo di autonoma sistemazione, ed è una somma che varia in base al numero di componenti del nucleo familiare, gravando sulla Protezione civile. Transitano, è vero, dalle casse dal comune, ma facciamo il possibile. Seppure con un po’di ritardo, saranno liquidati a breve i contributi di dicembre”, precisa.

Ci sono poi le storie delle isole minori. C’è Stromboli, da dove gli abitanti hanno rivolto un appello al presidente Mattarella nei giorni scorsi. Qui il virus spaventa più del vulcano che, nonostante qualche notizia difforme, è invece calmo dall’estate scorsa. Carlo Lanza è stato per dieci anni presidente della circoscrizione. Fino al 2017 era di fatto il sindaco di Stromboli.

Raggiunto al telefono da Alley Oop ci racconta quello che sta accadendo in queste ore convulse nell’arcipelago delle Eolie, dove gli abitanti fanno i conti con la paura del contagio: “Siamo riusciti a ottenere l’annullamento, già dieci giorni fa, della corsa che da Napoli, per nave, collega l’arco Eoliano alla penisola. Qui il terrore di ammalarsi è concreto. I 20 mila abitanti delle isolette possono contare su un solo ospedale. È a Lipari e sconta peraltro lo smantellamento di anni di tagli selvaggi. Nessuna rianimazione, una sola ambulanza della Croce Rossa. Servirebbe istituire come minimo due punti di terapia intensiva e dotarci almeno di barelle di biocontenimento per malati. Le mascherine per i nostri medici sono state acquistate con una colletta della popolazione che si è autotassata. Se ci fossero contagi dovremmo aspettare di essere prelevati dall’elicottero dell’esercito e trasferiti chissà dove, già solo per il tampone. I costi sono altissimi e la sanità da queste parti resta un miraggio, possiamo contare solo sui punti di guardia medica e sul medico di base. Adesso, con l’emergenza, la sensazione di essere stati davvero dimenticati da tutti è nettissima”.

Ancora tra le isole minori, c’è poi la frontiera, le Pelagie, tra Europa e Africa. A Lampedusa ci sono i barconi carichi di migranti, sbarchi autonomi che non sembrano fermarsi. Malgrado il Covid-19, la cronaca dice che solo nei giorni scorsi sono arrivate più di un centinaio di persone, fra uomini, donne e bambini, subito messi in quarantena. E il sindaco chiede aiuto alla ministra dell’Interno.

Ma c’è anche la Sicilia vista da fuori. Rossana fa l’insegnante di sostegno in una scuola Montessori a Stoccolma da sei anni. Lei, la crisi la vive con un occhio rivolto a Catania e la preoccupazione di chi si trova in un Paese che non sembra intenzionato a contrastare il diffondersi del contagio.

Da quando mi sono trasferita in Svezia oggi posso dire di avere paura. Il governo non ci protegge. Si sta perdendo tempo prezioso e il sistema sanitario è già debolissimo. Tutto da noi è iniziato dopo l’ultima settimana di febbraio – ci spiega al telefono – Sono rientrata dall’Italia, dopo il periodo di vacanze legato alla settimana dello sport. Con me, mio figlio adolescente. Avvertivo qualche sintomo e ho chiesto immediatamente che mi somministrassero un tampone. Ma è stato del tutto inutile! Non ci sono controlli e ogni cosa funziona, come se nulla stesse accadendo. I nostri figli sono regolarmente in classe e si comincia solo adesso a considerare l’idea di chiudere le scuole. La misura finora era stata esclusa, perché troppo onerosa in termini di sostegno economico ai genitori. Non ho informazioni, non so nemmeno se riuscirò a rientrare perché i piani della Farnesina sembrano destinati ad organizzare voli che non riguardano i residenti all’estero ma solo chi vi è bloccato, per lavoro o per motivi di studio. Della Svezia nessuno si interessa, eppure c’è già il terzo decesso, una diciottenne intubata. Questo governo ha annunciato finora che intende immunizzare la popolazione, dopo avere lasciato che il 60% di essa si infetti. Un piano criminale, identico a quello di Boris Johnson”, da cui – aggiungiamo – la Gran Bretagna comincia a prendere le distanze solo ora. “La questione è però che di noi nessuno parla”, conclude Rossana.

ortigia_800x513E infine c’è anche chi in Sicilia l’emergenza la vive come un’opportunità e la quarantena come tempo ritrovato. Siamo al centro di Siracusa, nel cuore di Ortigia – altra isola nell’isola – dove la rete degli Impact Hub ha la sua cellula siciliana. Il network internazionale si propone di creare dei changemakers, in soldoni è gente che vuole cambiare il mondo. Nasce a Londra nel 2005 e poi si diffonde. “Siamo tutti dei changemakers, basta averne gli strumenti”. A parlare ad Alley Oop di questa realtà che conta 104 Hub nel mondo e che in Sicilia è ospitata nell’ex-convento del ritiro è Maria Clotilde Notarbartolo che è la referente per Community ed Eventi. “Creare il cambiamento è la nostra mission. Il nostro scopo è promuovere attività che facciano impatto, che abbiano come parole d’ordine il valore diffuso, la sostenibilità. Abbiamo deciso di sfruttare l’emergenza. Siamo certi che questo evento cambierà in qualche modo le nostre vite, per sempre. E abbiamo pensato di aiutare i precari di oggi, o chi semplicemente vuole reinventarsi e ha un sogno nel cassetto. L’obiettivo è dare, seppure in pillole, le informazioni necessarie per cominciare a capire come passare dall’idea al progetto. Per questo abbiamo deciso di regalare mezz’ora del nostro tempo e delle nostre competenze. Spiace dire che mancherà forse quest’anno il Festival della Felicità Lorda, l’evento che a cadenza biennale porta la rete degli Impact Hub a contatto con il territorio, ma abbiamo comunque deciso di esserci”.

E in effetti ci sono. Solo, in un modo diverso. Come ci sono quelli di Officine culturali, una realtà catanese che per dirla con il suo presidente, Francesco Mannino – che si racconta a noi tra una call e l’altra – si occupa di rendere fruibili i beni culturali e di farne uno spazio di integrazione e aggregazione per la collettività. “Il Coronavirus ha avuto su di noi un effetto devastante. Tra disdette relative alle visite scolastiche e quelle individuali siamo all’80 per cento del prenotato. Nel 2019 abbiamo registrato oltre 40 mila presenze. E al momento è difficile pensare a programmare in un altro modo quella stessa partecipazione fisica. In realtà la chiusura decisa con il decreto dell’8 marzo era già stata anticipata da una paralisi che per noi è iniziata due settimane prima, siamo fermi da circa un mese. Dopo più di dieci anni di attività, oggi l’esigenza è intanto la tutela del lavoro. E ci siamo mossi in questa direzione, abbiamo provato a sviluppare una serie di richieste al tavolo del ministero che in parte sembra siano state accolte” spiega Mannino, precisando poi:Ci preme l’estensione a tutte le categorie di lavoratori degli ammortizzatori sociali; il settore della cultura è un contenitore enorme di forme di occupazione le più diversificate. Da domenica accadrà che i nostri nove dipendenti avranno esaurito le ferie e dovremo cominciare a pensare al dopo. La città non creda che ci siamo dimenticati di lei, però. Troveremo un’altra maniera per rendere fruibile la cultura ai catanesi. L’obiettivo rimane quello di umanizzare, il più possibile. Lo faremo con #CasaOfficine: #noicisiamo, la programmazione “casalinga” di Officine Culturali. E così, proprio come Impact Hub, ma con una specificità tutta nostra, cercheremo di mettere a disposizione competenze e tempo in maniera del tutto gratuita, con incontri di mentorship all’interno di un progetto più ampio che rivolgiamo a quanti iniziano a pensare a intraprendere un percorso come il nostro”.

Anche per la Sicilia, che è isola dalle mille facce, sono giorni difficili. Come nel Paese intero, si fanno i conti con un’esperienza inedita. E si prova a resistere e a reagire. Ciascuno reinventa la vita da casa, temendo un giorno alla volta e ripetendosi che andrà tutto bene.

Ultimi commenti (1)
  • Giancarlo Francica Nava |

    I giornalisti siete la peggiore categoria lavorativa italiana, tendete sempre a peggiorare la situazione perché sapere bene che, un popolo ignorante mira a seguirvi se vede una notizia drammatica. Se diceste le cose come stanno…non vi leggerebbe nessuno