Affidi, il caso di una madre che non ha mai visto sua figlia

scritto da il 16 Luglio 2019

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Il primo ricovero a fine 2014 e nel 2015 la diagnosi: schizofrenia. Nel 2017 la gravidanza e la nascita della neonata, che viene portata via, nonostante la richiesta d’affido dei nonni. Poi l’uscita dalle case di cura, tre nuove perizie psichiatriche che attestano la capacità genitoriale e la voglia di crescere la sua bambina.

E’ la storia di Nicole (nome di fantasia), che a 30 anni viene ricoverata in un Centro per la riabilitazione psichiatrica in provincia di Bolzano. Due anni dopo, mentre è ricoverata, resta incinta. A 20 settimane di gestazione, in una relazione datata 29 maggio 2017, lo psichiatra – suo medico curante – propone “il parto indotto e il conseguente e immediato affido eterofamiliare del neonato”, ritenendola “incapace di accudirlo”. Alla base, sempre la diagnosi di schizofrenia di tipo paranoide, cronica, con esacerbazione acuta, trattata con una terapia farmacologica pesante. Il 4 luglio si parla di “parto cesareo programmato”.

I genitori di Nicole chiedono l’affido del nascituro, ma il 20 ottobre la giovane viene sottoposta a parto cesareo e la bimba viene portata via e affidata a una famiglia. Nessuno può vederla: madre, nonni e padre, quest’ultimo con tutta probabilità un ragazzo nigeriano la cui paternità non è mai stata accertata. Gli avvocati fanno ricorso, perdono in primo grado e in appello. L’11 luglio 2018, a seguito della sentenza del Tribunale dei minorenni di Bolzano, la bimba viene considerata adottabile in via definitiva.

Intanto la ragazza diminuisce i farmaci, si riavvicina alla famiglia e i primi di luglio di quest’anno torna definitivamente a casa. “Soggetto lucido, coerente, ben orientato nel tempo e nello spazio , pensiero privo di turbe sia della forma sia del contenuto. Desidera avere notizie della figlia, le manca, vuole poterla crescere”, scrive nella relazione del 29 giugno lo psichiatra Andrea Mazzeo. La conclusione è: “disturbo dell’umore, bipolare con caratteristiche miste e psicotiche, attualmente in remissione”. Un disturbo che “se correttamente curato non incide sulla capacità di intendere e volere e neanche sulla capacità genitoriale”, sottolinea il medico, che ritiene non corrette la diagnosi di schizofrenia e le terapie poiché “non è stata effettuata una rigorosa diagnostica differenziale”. “Lavora come badante, assiste una signora, se fosse affetta da schizofrenia non potrebbe farlo”, spiega Mazzeo. Stesse considerazioni a cui arriva il dottor Robert Tschenett, che conclude la valutazione “positivamente circa le competenze genitoriali”.

Con riferimento ai miei dati clinici – scrive il 5 luglio lo psichiatra Carlo Andrea Robotti – risulta indubbio come la paziente da gennaio non manifesti più alcun sintomo indicativo di psicosi. Pertanto la diagnosi di schizofrenia è da contestarsi fermamente in quanto inesatta e quanto meno da verificare e correggere a favore di una diagnosi di disturbo dell’umore”, per cui “sollecito una immediata presa in considerazione del significato della mia diagnosi per il diritto alla genitorialità”, conclude l’esperto.

Tutti e tre gli specialisti chiedono una revisione della diagnosi, considerata dannosa per la paziente e per la figlia e la sospensione immediata dell’iter di adottabilità. Un percorso a cui si è arrivati “per colpa di diagnosi e terapie sbagliate, con il Tribunale dei minorenni che non ha chiesto una seconda perizia: sulle 1400 pagine di cartelle cliniche a cui abbiamo avuto accesso dopo la sostituzione dell’amministratore di sostegno, ci sono solo 3 righe sulla diagnosi di schizofrenia”, denuncia Christian Masten, presidente dell’associazione Robin Hood.

L’11 luglio l’avvocato Boris Dubini – dopo tre denunce, tutte archiviate – deposita il ricorso presso la Corte d’appello di Bolzano per la revoca della sentenza definitiva, che ha dichiarato la minore adottabile e i nonni non idonei a essere affidatari della nipote.

Obiettivo: ottenere l’affidamento della bambina.

Ultimi commenti (1)
  • Carlo Andrea Robotti |

    Gentile dottoressa, ho letto con la dovuta attenzione il Suo articolo che, per quanto mi riguarda, rispecchia pienamente il mio pensiero ed il mio orientamento diagnostico nei riguardi della paziente che ho avuto l’occasione di visitare e della quale ho approfondito la storia clinica. Insisto che mi sembra aberrante privare una madre di suo figlio insistendo su una diagnosi che non mi sembra sia sostenibile a spada tratta, senza affrontare un contraddittorio e senza avere espresso ed approfondito, con i necessari test psicodiagnostici, le possibili diagnosi differenziali. Mi ha inoltre impressionato la ripetitività con cui la stessa immutabili diagnosi si ripete in cartella clinica, senza che si sia tenuto conto, nel tempo, del mutate dei sintomi e dell’evoluzione del decorso psicopatologico. Non riesco pertanto a sincerarmi del perché si prenda una decisione definitiva per la vita del minore, di sua madre e dei nonni senza chiedere – siamo ancora in tempo – un riscontro super partes, perché ritengo scorretto che ciò sia ignorato, alla luce delle potenziali negative conseguenze derivanti da una troppo rigida assunzione di quella che, senza indiscusse prove cliniche, finisce per venire considerata una diagnosi definitiva (mentre invece potrebbe essere piuttosto una mera “etichetta diagnostica”). Dr. C.A. Robotti