La competizione non può essere meritocratica

scritto da il 27 Maggio 2019

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La maggior parte delle donne in Italia ha redditi sotto i 15mila euro. Più salgono gli scaglioni di reddito, più la presenza femminile va rarefacendosi. La fotografia emerge dai dati recentemente diffusi da Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) sul reddito imponibile pro capite del 2017 confermano che la differenza di genere nel nostro Paese è molto marcata: maggiore è il livello di reddito lordo annuo, minore è la percentuale di donne che si collocano a quel livello.

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La presenza femminile è predominante nelle fasce di reddito da 0 a 15.000 euro, con la punta massima in corrispondenza dello scaglione che contiene i redditi derivanti dalle pensioni più basse, poi diminuisce regolarmente nelle fasce successive sino al minimo del 14% in corrispondenza del livello di reddito più alto (oltre 300.000 euro), come evidenzia anche l’elaborazione dei dati da parte di Twig, società di data management.

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La differenza di genere nei redditi riflette le differenti decisioni che uomini e donne prendono nel corso della loro vita. Queste decisioni, a loro volta, dipendono da un lato da preferenze genuine e/o stereotipate, e dall’altro dalla diversa struttura degli incentivi che delimita il campo di scelta. Le cause di questa differenza sono dunque molte, e pongono problemi di non facile né immediata soluzione, ma qualcosa bisognerà pur fare se si vuole evitare che le donne siano sistematicamente svantaggiate solo a causa della loro appartenenza di genere, e che siano a rischio di povertà soprattutto in età avanzata, quando è ormai troppo tardi perché loro possano porvi rimedio.

L’identità di genere svolge un ruolo importante nel determinare le scelte, sia con riferimento alle diverse preferenze sia con riferimento all’azione degli stereotipi, ma è altrettanto importante sottolineare i vincoli che derivano dalla struttura degli incentivi e dalla attuale organizzazione del lavoro, perché le scelte osservate sarebbero certamente diverse in circostanze diverse (cioè nel caso in cui fossero rimossi i vincoli e fosse modificata la struttura degli incentivi a seguito di opportuni provvedimenti di politica economica).

Vero è che il denaro non dà la felicità, che le carriere implicano sacrificio, e che l’ambizione non è d’obbligo, ma se si assume l’ipotesi di uguale dotazione di talento (o abilità innata o intelligenza) tra i due generi (gender similarities), e si ribadisce il fatto che differenza non significa carenza, viene spontaneo domandarsi (ancora una volta) quali siano le cause che portano ad una diversità così marcata nelle decisioni, e quindi nei redditi, di uomini e donne.

La legge garantisce che tutti possano candidarsi ad un ruolo, ma a causa degli stereotipi alcune categorie di persone sono ritenute più adatte a svolgerlo, ed altre meno adatte, non da un punto di vista meritocratico, cioè correlato alle maggiori o minori qualità produttive, ma a causa di pregiudizi sul genere (ad esempio: le femmine sono più intuitive e sono meno logiche) e/o sul ruolo da svolgere (ad esempio: comandare è un compito da maschio e accudire è da femmina).

Queste aspettative sulle attitudini e sui ruoli sociali di uomini e donne si formano fin dall’infanzia e si ripercuotono sull’intero ciclo di vita, confinando le persone in gruppi separati e ostacolando la competizione meritocratica. La prima conseguenza di questi condizionamenti culturali, pervasivi e inconsapevoli, è infatti la separazione delle persone, cioè del potenziale produttivo del sistema economico, in due gruppi non competitivi: ciascun gruppo ricopre ruoli non contendibili da parte di esponenti dell’altro gruppo, proprio perché ritenuti inadeguati o meno adatti al compito da svolgere (segregazione).

Sotto il condizionamento degli stereotipi la competizione per le posizioni sociali, soprattutto per quelle apicali, non è più meritocratica ma diventa una lotta impari (uneven), governata da regole ingiuste (unfair), e produce pertanto un’allocazione inefficiente delle risorse produttive; l’influenza degli stereotipi ostacola la competizione, porta alla sistematica sottovalutazione del potenziale femminile, e dà luogo ad una divisione del lavoro tra i generi ineguale, ma soprattutto inefficiente.

Si comincia con la segregazione dei percorsi formativi che deriva dallo stereotipo per cui le ragazze sarebbero meno adatte per gli studi scientifici e per le competenze meglio retribuite come quelle matematiche e informatiche. Una recente ricerca evidenzia che fin dalla scuola primaria gli insegnanti attribuiscono inconsapevolmente voti più bassi alle ragazze nelle prove di matematica, e le conseguenze di queste valutazioni si ripercuotono sull’intera vita lavorativa, portando ad un gender pay gap maggiore tra i laureati e le laureate rispetto alle persone con titoli di studio più bassi.

Quando si forma una famiglia si attiva lo stereotipo per cui le donne sono più adatte al lavoro di cura, soprattutto per i figli piccoli; il lavoro familiare aumenta molto, e la motivazione per il lavoro di mercato e per la carriera si riduce di conseguenza. Pertanto, quando le donne si candidano per una posizione lavorativa sono assunte meno frequentemente di un uomo, a parità di curriculum, ma se la selezione avviene neutralizzando lo stereotipo con prove che nascondono il genere dei candidati, la probabilità di essere assunte aumenta marcatamente.

Quando scelgono l’occupazione le donne optano preferibilmente per lavori part time, vicini a casa, con orari flessibili, anche se sono poco pagati, perché sono proprio quelli ritenuti nello stereotipo i più adatti al loro genere in quanto compatibili con le responsabilità del lavoro domestico e di cura, e perché la loro retribuzione non è solitamente il primo reddito della famiglia (segregazione orizzontale).

Quando fanno i primi passi del percorso di carriera sono promosse con minor frequenza dei loro competitor, anche a parità di risultati, perché nello stereotipo le donne hanno scarse doti di leadership (segregazione verticale).

Infine, quando sono abbinate alla stessa posizione di un uomo risultano mediamente pagate meno, a parità di ogni altra caratteristica osservabile nei dati, solo a causa del loro genere (discriminazione salariale).

Se nello stereotipo questo non è un problema, perché si sa che alle donne piace fare volontariato, si sa che non vedono l’ora di offrirsi spontaneamente per compiti onerosi e di routine poco remunerati e irrilevanti per il curriculum, o quanto meno si sa che non rifiutano di svolgerli quando vengono loro richiesti, nella realtà questo può essere un problema, se, come dice Woody Allen:

“il denaro è meglio della povertà, anche se solo per motivi finanziari”.

Ultimi commenti (2)
  • christian |

    l’articolo e forviante. primo, i dati sono in valore relativo, non pesati in base al numero di retribuiti per fasce di reddito. secondo in italia sono più gli uomini sotto la soglia di povertà che le donne (dati istat), le donne sono presenti più spesso tra ie fasce di reddito meno retribuite perchè se sposate con una persona con un redito elevato, spesso scelgono di lavorare part-time per fare le casalinghe cosa che gli uomini non fanno, quasi mai le donne scelgono un uomo che no lavora.
    in oltre, i livelli di povertà sono decrescenti in funzione del aumento del età (dati istat) http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=16517

  • ned |

    oggi una donna fa scelte di carriera in maniera autonoma, non stereotipate