E tu, lo sai mettere via quel cellulare?

scritto da il 03 Gennaio 2018

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Arrivate a casa alle otto, i bambini reclamano attenzione, c’è la cena da mettere sul fuoco. Il led sul telefonino annuncia una mail: è di lavoro. Che fate, rispondete? Dipende se è urgente, certo. Ma quante sono, queste urgenze veramente urgenti? Se avete risposto “no” con determinazione al quiz, siete tra quella minoranza di eletti che, nonostante le nuove tecnologie e il lavoro ubiquo, sanno tenere perfettamente separato il tempo degli affari da quello degli affetti. Siete fortunati: secondo l’Università di Newcastle, solo un lavoratore su quattro ha il dono dell’equilibrio. Almeno il 60%, invece, annaspa in un modello cronicamente disorganizzato, finendo col soccombere e regalare fette di tempo libero al datore di lavoro.

La Work Foundation ci dice che oggi il 30% di tutto il lavoro da ufficio può già essere svolto lontano dalla scrivania: lo si può fare da casa, ma anche dal parco, dal treno, da un bar. Niente, rispetto a quello che potremo vedere fra soli due anni, quando il lavoro svolto in remoto potrà essere pari al 70%. Ecco perché è necessario saper costruire un confine tra il #tempoperme e quello per il business. E la regola vale tanto per i lavoratori dipendenti quanto per quelli autonomi.

Al campione sotto esame, i ricercatori dell’ateneo inglese hanno fatto soprattutto domande qualitative. Hanno scelto lavoratori in smartworking, che cioè svolgevano le loro mansioni in tutto o in parte da casa, in modo che fossero immersi il più possibile nella dicotomia. Secondo voi, in che categoria rientra chi, alla domanda “lavori mai dopo cena?”, ha risposto “qualche volta mi è capitato”? Non fatevi trarre in inganno, per sua fortuna si tratta di un lavoratore che rientra in quel 25% di equilibrati. Perché lavorare ogni tanto la sera dopo cena non è peccato, se avviene solo in caso di vera necessità. Piuttosto, è quando la necessità si fa costante, o addirittura quotidiana, che il confine fra il tempo di lavoro e quello per se stessi si slabbra, e il lavoro diventa patologia. Più “grave” è il caso della donna che, descrivendo la sua giornata tipo di lavoro da casa, racconta di uscire alle quattro del pomeriggio per accompagnare il figlio a hockey: lui gioca, lei sfodera il computer sugli spalti e continua a lavorare ma, assicura, “in questo modo non mi perdo un lancio”. La verità, invece, è che se li perde tutti, perché non si gode quell’ora con il figlio. Non sa staccare. E immagino che quel bambino se ne accorga.

La stessa mamma dell’hockey è anche quella che controlla le mail sul cellulare come ultimo gesto prima di andare a letto e che non si sognerebbe mai di usare la scrivania per leggere un libro. “Appena mi siedo alla scrivania – racconta – è per lavorare”. Io ho sempre adorato le minoranze e sto con quelli del 25%. E voi, lo sapete mettere via quel cellulare?

(dedicato al padre dei miei figli: lo mettiamo, nei buoni propositi di questo 2018?)

Ultimi commenti (1)
  • Mariano Corso |

    Il “diritto alla “disconnessione” è sancito oggi anche dalla legge. Ma più che un diritto va visto come una “disciplina”, importante per qualunque lavoratore ed addirittura fondamentale per gli Smart Worker. Quando si lavora “per risultati” – e non in base al numero di ore – e la nostra professione e la tecnologia (in primis il nostro cervello ) ci consentono di lavorare ovunque e in qualunque orario, allora autodisciplina ed equilibrio diventano essenziali, per essere completi come persone, ma anche per essere eccellenti professionisti. Per migliorare i risultati e sviluppare il proprio capitale umano aziende e capi dovrebbero investire in questa nuova cultura.