Giovani e reati, il percorso di messa alla prova attraverso le voci di ragazzi e ragazze

«Quando è successo avevo 14 anni, ero in prima superiore. Ho preso di mira un ragazzo». «Ero con un gruppo di amiche ed è iniziata una discussione con un gruppo di signore, poi le abbiamo seguite». «Se potessi tornare indietro, quel giorno andrei da un’altra parte.» C’è chi vorrebbe cancellare una rissa, chi gli atti di bullismo contro un compagno di scuola, chi una decisione presa per seguire il gruppo. Le loro voci arrivano dal progetto realizzato da Fondazione Carolina e Pepita, che tra il 2022 e il 2026 hanno accompagnato 37 ragazzi e ragazze autori di reato in percorsi personalizzati di messa alla prova, la map. Giovani tra i 17 e i 23 anni, che hanno commesso un reato quando erano minorenni e oggi si raccontano senza cercare giustificazioni, ma provando a dare un senso a ciò che è accaduto e alle conseguenze dei loro comportamenti.

Che cos’è la map

La messa alla prova per i minorenni è un provvedimento del processo penale minorile, che sospende il processo e affida il ragazzo ai servizi sociali. Prevede un progetto educativo personalizzato tra studio, lavoro, volontariato, incontri con educatori e psicologi, attività di responsabilizzazione e, quando possibile, percorsi di mediazione con la vittima. Al termine del percorso è il giudice a valutarne l’esito: se è positivo, il reato si estingue e non lascia precedenti penali. Se è negativo, il processo riprende da dove è stato interrotto. Secondo i dati del ministero della Giustizia sono circa 3.500 al momento i giovani inseriti nella messa alla prova, su quasi 18 mila minorenni e giovani adulti in carico ai servizi della giustizia minorile. Per i reati più gravi i percorsi di messa alla prova durano fino a 3 anni.

La denuuncia per bullismo

Aveva quattordici anni quando ha iniziato a prendere di mira un compagno di classe. «Gli chiedevo la merenda, gli davo qualche pugno sulla spalla. Volevo fare il figo davanti agli altri», racconta uno dei ragazzi.  Per tre anni non succede nulla. Poi arriva una denuncia per bullismo. «Ci sono rimasto male. Non me l’aspettavo.» Durante la messa alla prova frequenta la scuola, incontra gli assistenti sociali, svolge lavori socialmente utili e partecipa a laboratori educativi. Avrebbe voluto chiedere scusa alla vittima, ma la mediazione non è stata possibile. «Mi devo prendere le mie responsabilità. Mi dispiace soprattutto per come si è sentito lui.», spiega.

La forza del branco

Lei, invece, aveva quattordici anni quando è successo il fatto. Era con un gruppo di amiche su un mezzo pubblico e a un certo punto è iniziata una dicussione con due donne.  Quando le donne sono scese, lei e le amiche hanno deciso di seguirle. «L’ho fatto perché ero in gruppo. Se fossi stata da sola non penso l’avrei fatto.» Qualche tempo dopo è arrivata a casa la denuncia. «Ho iniziato a piangere. Mia madre mi continuava a chiedere: cosa hai fatto?.» All’inizio è stato tutto molto difficile. Col tempo la messa alla prova è diventata un’occasione per fermarsi: un mese in un centro estivo con i bambini, il doposcuola, gli incontri con educatrice e psicologa. Oggi dice di aver capito: «prima di tutto devo ascoltare me stessa e non farmi trascinare dagli altri». Avrebbe voluto una sorella più grande per avere un punto di riferimento, qualcuno che le potesse dire quello che è giusto e quello che è sbagliato. Molte volte vi è sentita sola.

I limiti del percorso

La solitudine è un sentimento che accomuna molti adolescenti, una «enorme solitudine da cui scaturiscono poi i comportamenti devianti», racconta Chiara Catana, educatrice di fondazione Carolina e Pepita. Catana spiega che la messa alla prova funziona ma richiede tempo, relazioni e adulti capaci di accompagnare il cambiamento. I limiti, spiega, sono soprattutto legati alla scarsità di risorse, ai tempi e alla burocrazia, che spesso rendono difficile costruire interventi realmente personalizzati. «Il lavoro dovrebbe essere fatto non solo con i ragazzi ma anche cone le loro famiglie», aggiunge Catana.

Per molti ragazzi la parte più importante del percorso sono i lavori socialmente utili. C’è chi aiuta alla Caritas, chi distribuisce cibo e vestiti, chi trascorre il pomeriggio con persone con disabilità. «Mi piace aiutare queste persone. Questa esperienza mi ha insegnato che prima di fare una cosa bisogna pensarci dieci volte.», raccontano i  ragazzi, che parlano spesso della delusione dei genitori, del senso di colpa, del desiderio di non ripetere gli stessi errori.  Alcuni arrivano da contesti di marginalità, altri da famiglie presenti e scuole che funzionano. I reati che hanno compiuto vanno dal bullismo e dal cyberbullismo, alle aggressioni, alle risse, ai furti, alla diffusione di materiale a sfondo sessuale. «Le grandi aree di reato su cui stiamo intervenendo come fondazione Carolina e come Pepita sono: reati digitali; reati legati a violenza fisica, verbale e violenze sessuali, stalking; detenzione e spaccio», racconta  Catana.

La domanda che riguarda tutti

Tra di loro c’è chi sogna un lavoro stabile, chi immagina di iscriversi all’università, chi pensa a una famiglia. Molti vorrebbero chiedere scusa alla vittima ma non sempre è possibile. Tutti, in modi diversi, raccontano di sentirsi cambiati. La loro storia, però, non finisce quando il giudice dichiara estinto il reato. È lì che inizia la parte più difficile. Perché la vera domanda non è se un ragazzo possa cambiare, la domanda è se la società è pronta a riconoscere quel cambiamento. «Credere nella possibilità di cambiamento di un ragazzo o di una ragazza che hanno commesso un errore è un gesto di civiltà», ricorda Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina e presidente di Pepita.

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Qui il link per ascoltare il reportage di Livia Zancaner su Radio24

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