
Giovani con laurea, valigia e ambizioni lasciano l’Italia. E’ un trend di cui si parla da anni e che continua a crescere. E se si fa un bilancio degli ultimi dieci anni basta guardare i numeri per camprendere la portata del fenomeno: al primo gennaio 2025, gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) erano 6,4 milioni, una cifra che nel 2016 si aggirava attorno ai 5 milioni. Un’emigrazione qualificata, fatta spesso di giovani che lasciano il Paese dopo aver terminato un percorso di studi e formazione terziaria, che ha un costo non solo epr le famiglie, ma anche per lo Stato. Un investimento che per l’Italia va perso nel momento in cui i talenti trovano “casa” fuori dai nostri confini.
Mete e motivi principali
Con un tasso di occupazione fermo al 62,5%, l’idea di una nuova vita oltre il confine fa sempre più gola agli italiani. Non a caso, è l’Istat a confermare la loro inarrestabile fuga: nel 2016, erano 115mila gli italiani partiti per l’estero. Dato che nel 2024 è lievitato a circa 156mila uscite. Un record storico per l’Italia.
I sondaggi riportati dal rapporto di Cnel “L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati” (2025) spiegano che, tra le ragioni che spingono di anno in anno gli italiani oltre il confine nazionale, spiccano la poca meritocrazia percepita, l’insoddisfazione per le esperienze lavorative, una remunerazione più meritocratica e la ricerca di opportunità migliori. A persuadere sono anche vantaggi quali l’efficienza dei sistemi pubblici, il riconoscimento dei diritti civili, la superiore qualità della vita e benefici lavorativi (come l’orario di lavoro o la governance dell’impresa).
Raccogliendo il 53,8% di iscritti all’AIRE, l’Europa si conferma la meta più scelta tra i connazionali. Tra le destinazioni più in voga, troneggia in testa alla classifica la Germania, seguita a ruota da Regno Unito, Spagna, Svizzera e Francia. Dati rimasti quasi invariati dal 2016, anno che già aveva già riconosciuto il primato dell’Europa (54%), con Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Brasile trai Paesi preferiti per quell’anno.

Italiani all’estero: l’identikit
Gli italiani se ne vanno con la valigia in una mano e l’attestato di laurea nell’altra. La percentuale di laureati tra gli espatri ha toccato vette inaudite negli ultimi anni, tanto da raggiungere nel 2023 il 44,2% a livello nazionale, per poi calare al 40% nel 2024. Per confronto, dieci anni fa, solo il 31% degli espatriati con più di 24 anni possedeva un titolo di studio terziario.
Lo stereotipo del giovane in fuga dalle regioni più povere è da dimenticare: tra il 2023 e il 2024, oltre la metà (51,2%) degli espatriati è partita dal Nord, mentre il 20,2% proveniva dal Sud, il 17,3% dal Centro e l’11,3% dalle Isole. Un trend negativo visibile già nel 2016, con Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige tra le regioni italiane con il più alto flusso di espatri in Italia.
Sono, inoltre, sempre di più i giovani che, al termine degli studi, decidono di muovere i primi passi lavorativi fuori dall’Itala. Se nel 2016 i 25-34enni rappresentavano un terzo (32,9%) delle partenze, in dieci anni questa stessa cifra ha subito una graduale ma decisa scalata, attestandosi al 37,5%.
Il 48,3% degli iscritti all’AIRE è donna: la presenza delle connazionali all’estero cresce a un ritmo più sostenuto rispetto a quella degli uomini. A detta del Cnel (2025), questa rapida ascesa è da imputare al minore impatto delle aspettative di genere nelle scelte individuali e all’aumentare della consapevolezza riguardo alle discriminazioni lavorative, di pari passo con la crescita del livello di istruzione.
Tirocini sottopagati: Asmaa
Asmaa ha 26 anni e vive a Lisbona, in Portogallo, dove lavora come analyst per Accenture. A pesare sulla scelta di lasciare l’Italia è stato l’impatto con il mercato del lavoro italiano: «Quando dovetti cercare un tirocinio per concludere la triennale in Lingue straniere, a laureandi e neo-laureandi offrivano solo tirocini non o scarsamente retribuiti».
Dopo aver trascorso tre anni nella capitale portoghese, Asmaa riscontra più benefici per gli studenti-lavoratori: seppur non ancora ottimali, «almeno non offrono tirocini sottopagati». È invece più strutturato il percepito supporto agli studenti-lavoratori da parte delle aziende: «Offrono diverse tutele, che variano di attività in attività: nella mia azienda, ad esempio, posso usufruire di due giorni retribuiti, il giorno prima e dell’esame».
Migliori prospettive di carriera: Massimo
Cosa ha invece spinto Massimo, 22 anni, verso l’estero sono state «le maggiori prospettive di carriera nel mio ambito, gli stipendi più alti e il rapporto stipendio-costo della vita nettamente più vantaggioso».
Ora, Massimo segue un master in Management all’Università della Svizzera italiana, a Lugano, e lavora come insegnante di Inglese: «In quanto studente, ho notato un’organizzazione migliore a livello universitario e una burocrazia decisamente più fluida rispetto all’Italia. Inoltre, mi sento più seguito dai professori rispetto ai miei colleghi italiane. In quanto lavoratore, invece, ho notato maggiore autonomia e più puntualità nell’erogazione degli stipendi». Il costo netto della vita rimane più alto rispetto all’Italia ma, fa notare, «quando si rapporta allo stipendio medio, che nel mio settore è circa tre volte e mezzo quello che si prende all’ora in Italia, si riesce a risparmiare molto di più che in Italia a parità di stile di vita».
L’accesso a Borse di studio: Francesca
Dalla capitale francese arriva il racconto di Francesca, 25 anni: «Mi sono trasferita a Parigi nel settembre del 2023 per proseguire gli studi magistrali in Fisica. Sono rientrata per un breve periodo in Italia, a Milano, solo per svolgere uno stage e scrivere la tesi; tuttavia, dopo la laurea, ho deciso di ripartire. Attualmente lavoro come ingegnere di ricerca all’ENS, presso il dipartimento di Fisica del Laboratoire de Physique de l’Ecole Normale Supérieure (LPENS)». La sua scelta è stata orientata dai programmi di eccellenza riconosciuti a livello internazionale, dall’ambiente e dai costi universitari: «L’Università costa dieci volte meno rispetto a quella italiana e offre più spazi di aggregazione. Inoltre, lo stipendio non sarebbe stato certamente così alto se fossi tornata in Italia»..
Tra i benefici per gli studenti, Francesca sottolinea il facile accesso alle borse di studio: «Al secondo anno alla Sorbona ricevevo una borsa di studio da 1.000 euro al mese. Inoltre, potevo accedere a sussidi statali per l’affitto che mi rimborsavano circa 200 euro mensili». Da lavoratrice, elogia e la presenza di un salario minimo, il rispetto degli orari di lavoro e il contrasto all’abuso di tirocini: «Non vengono richiesti straordinari eccessivi ed è malvisto l’invio di email o il lavoro durante i weekend. Inoltre, non mi è stato permesso di svolgere un altro stage post-laurea con una retribuzione da stagista».
Qualifiche professionali riconosciute: Nicholas
Nicholas, 26 anni, sta portando a termine un dottorato di ricerca inserito tra la letteratura greca e gli studi di genere all’Università di Barcellona: «Durante il mio percorso di studi ho fatto un Erasmus a Londra e uno a Berlino. Subito dopo la laurea, ho deciso di continuare questa esperienza trasferendomi in Spagna: è una delle economie più in crescita, con un salario minimo che ogni anno aumenta e con stipendi che tendono a adeguarsi di conseguenza, anche se quello da dottorando resta solo leggermente superiore a quello italiano». Rispetto all’Italia, Nicholas ha trovato a Barcellona un terreno molto più fertile per il suo ambito di ricerca: «Mentre in Italia gli studi di genere faticano a trovare un pieno riconoscimento istituzionale, qui sono centrali e forniscono anche punteggio nei concorsi».
A detta di Nicholas, in Spagna il dottorando gode di uno status ben definito: «Oltre a essere considerato un lavoratore a tutti gli effetti con ferie, contributi e tutele, è riconosciuto formalmente come “personale investigatore in formazione”, ovvero figure già altamente qualificate. Questo comporta una partecipazione attiva alla vita del dipartimento, dalle riunioni alla docenza». Si tratta di un percorso estremamente dinamico che spazia «tra insegnamento, partecipazione a conferenze, organizzazione di congressi, workshop e corsi di competenze trasversali, oltre naturalmente alla ricerca». Un’esperienza poliedrica che favorisce l’inserimento nell’ambiente accademico, agevolato nel suo caso anche «dalla disponibilità e dall’inclusività del mio direttore di tesi, del corpo docente e dei colleghi».
Cosa perde l’Italia?
Gli istituti di ricerca non si nascondono dal definire questo brain drain un danno per tutto il sistema Paese, con ricadute demografiche, sociali ed economiche. Un dato su tutti: tra il 2022 e il 2024, il valore del capitale umano “sfuggito” è di 16 miliardi annui.

Senza adeguate contromisure, l’emorragia di giovani priva l’Italia del loro contributo al rinnovamento: meno nuove famiglie e meno risorse per il mercato del lavoro, non solo perché più giovani ma anche perché in possesso di nuove conoscenze che possono giovare all’innovazione del mercato.
Il nesso che traccia Migrantes (2025) è inequivocabile: i ritardi del Paese che allontanano i giovani sono gli stessi che ne peggiorano qualità della vita, benessere, produttività e crescita potenziale. Da questo punto di vista, affrontarli non significa solo aumentare l’attrattività italiana ma anche far progredire l’intero Paese, liberando energie e risorse a vantaggio dell’intera popolazione.
Rimpatri e riforme
Il biglietto verso l’estero è spesso di sola andata. Ma la nota positiva è che, con l’aumento degli espatri, sono aumentati anche i rimpatri.
Ad incidere è stata l’entrata in vigore del decreto-legge n. 34 del 1° maggio 2019, o “Decreto Crescita”, che ha ampliato le agevolazioni fiscali per chi rientra. A questo fattore si sono aggiunti l’effetto della pandemia e quello della Brexit, che hanno convinto molti italiani a tornare in patria.
C’è stata una sola battuta d’arresto nel 2024: da un lato, una riduzione dei rimpatri e, dall’altro lato, un aumento delle partenze. Il secondo fenomeno è riconducibile al superamento delle restrizioni pandemiche, all’esaurimento delle iscrizioni tardive legate alla Brexit e, soprattutto l’entrata in vigore della legge n. 213 del 30 dicembre 2023, che ha introdotto sanzioni amministrative fino a 1.000 euro per ogni anno di mancata iscrizione all’AIRE per gli italiani residenti all’estero.
Si intravedono all’orizzonte ulteriori oscillazioni dei rimpatri con legge n. 74 del 23 maggio 2025, che ha introdotto l’articolo 3-bis nella legge n. 91/1992, limitando la trasmissione automatica della cittadinanza ai soli discendenti entro la seconda generazione nata all’estero.
Cosa ci chiede il futuro
Il timore degli esperti è la trasformazione di questa tendenza migratoria da temporanea a strutturale. Tuttavia, il rapporto di Migrantes (2025) parla di una mobilità che segue le opportunità del mercato e, proprio per questo, arginabile con le giuste strategie correttive.
In una dichiarazione rilasciata al Sole24Ore, il presidente del Cnel Renato Brunetta ha reso noto il bisogno di «meno egoismi, più merito, più trasparenza e maggiore inclusione»: ciò si traduce in salari e prospettive di carriera più competitive; costi della vita più sostenibili, abitazione compresa; maggiori investimenti in innovazione e ricerca; una nuova cultura del lavoro e della meritocrazia; innalzamento della qualità della vita; semplificazione della pubblica amministrazione e incentivi mirati al rientro.
«Si tratta di ambiti che richiedono capacità di coordinamento, collaborazione e condivisione degli obiettivi. Nel nostro percorso non possiamo dimenticare alcune risorse preziose: i giovani, le donne e il connubio “donne-giovani” nel Mezzogiorno», ha concluso il presidente.

Andarsene o tornare?
Tra i quattro intervistati, c’è chi non esclude il ritorno, chi si chiude categoricamente di fronte all’idea e chi si ferma al confine nazionale causa le scarse opportunità lavorative.
Asmaa intende iniziare un master all’estero, non necessariamente a Lisbona, e sarebbe disposta a considerare una vita in Italia se non fosse per «i bassi stipendi, specie per i profili new entry, il forte divario tra il costo della vita e i livelli salariali, e l’inefficienza dei mezzi di trasporto».
Nicholas, pur essendo aperto a nuove opportunità in Italia, si guarda bene dal lasciare la Spagna a cuor leggero: «Il problema è che la situazione post-dottorato in Italia è piuttosto incerta. È in corso in una fase di ristrutturazione della ricerca e dei post-dottorati, e i contratti di ricerca sono pochi: questo costringe spesso ad accettare altri finanziamenti post-dottorali, sia pubblici che privati, di breve durata e con compensi spesso inferiori ai contratti di dottorato».
Come per Nicholas, anche per Francesca la Francia rimane la scommessa più sicura: «Gli unici fattori che mi spingerebbero a tornare sono mancanza dei cari e il riconoscimento meritocratico dei miei titoli. Ma, soprattutto, mentre in Italia percepivo nettamente il gap generazionale e una certa sfiducia verso i giovani, qui sento che investono sulla mia crescita personale e lavorativa, senza che debba pregare o ringraziare nessuno per questo».
Massimo non è persuaso dall’idea di lasciare la Svizzera per l’Italia, né adesso né in futuro: «Per convincermi servirebbe un cambio radicale: non solo per quanto riguarda le l’assenza di opportunità lavorative, il costo della vita non in linea con gli stipendi e il fattore sicurezza, ma anche per quanto riguarda aspetti all’apparenza più banali come la burocrazia, l’efficienza dei mezzi pubblici, il decoro urbano e il senso civico».
La priorità del Paese
Cnel, Istat e Migrantes tracciano un filo rosso comune: la partita è ancora aperta. Invertire la rotta non vuol dire necessariamente bloccare la mobilità dei giovani, quanto offrire loro un’alternativa valida a quella che, senza una risposta coesa e strutturata da parte del Paese, potrebbe diventare una tendenza sistemica. O peggio ancora, l’unica risposta logica di fronte ad un mercato sempre meno capace di offrire adeguate opportunità.
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