Generazione “ambivalenza”: la GenZ riconosce gli stereotipi online ma non se ne distacca

Ambivalenza. È questa la parola chiave che, più di tutte, descrive l’esperienza degli adolescenti online. Se da un lato sono consapevoli di cosa definisca una relazione “tossica” o un comportamento “sessista”, dall’altro fanno fatica a distaccarsi da questi schemi nella vita quotidiana. Il prezzo sociale da pagare, in una società che premia ancora determinati modelli stereotipati, può essere troppo alto. È quanto emerge da “È solo un meme?!”, la Survey TEEN 2026 di Fondazione Libellula, realizzata in partnership tecnica con Ipsos Doxa e con la supervisione scientifica di Manolo Farci, professore di Studi culturali e di genere presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.

Presentata alla Camera dei deputati il 7 ottobre, la ricerca raccoglie le voci di oltre 1.300 adolescenti tra i 14 e i 19 anni in tutta Italia. L’obiettivo è indagare percezioni ed esperienze nel mondo online, l’impatto del digitale sulla vita quotidiana e le rappresentazioni di genere che continuano a influenzare la costruzione delle identità e delle relazioni. Ne emerge una fotografia in cui la capacità di riconoscere gli stereotipi convive con la difficoltà di sottrarsi alla loro influenza: ragazze e ragazzi possono individuare un messaggio sessista, ma non sempre riescono a prenderne le distanze quando è condiviso dal gruppo o associato a un modello di successo.

Meme, sessismo e ironia: quando «è solo uno scherzo»

Il punto di partenza è la familiarità con contenuti che ridicolizzano o svalutano le ragazze. Il 92% degli adolescenti dichiara di aver incontrato sui social post o contenuti di questo tipo. Per il 75%, inoltre, battute e complimenti sessisti sono frequenti tra i ragazzi. Quando si passa ai meme esplicitamente sessisti, le reazioni cambiano anche in base al genere: li trova divertenti il 37% dei ragazzi, contro il 14% delle ragazze.

L’ironia può diventare una zona grigia, in cui un contenuto offensivo viene minimizzato perché considerato una battuta, un gioco o qualcosa che tutti condividono. Il problema non riguarda soltanto il singolo meme, ma il contesto in cui circola: ciò che raccoglie approvazione e riconoscimento può diventare difficile da contestare, anche per chi ne riconosce il carattere discriminatorio.

La ricerca invita quindi a guardare oltre la distinzione tra chi comprende e chi non comprende il significato di un messaggio. La consapevolezza, da sola, non basta sempre a modificare i comportamenti. Perché prendere posizione significa anche confrontarsi con il gruppo, rischiare di essere giudicati e rinunciare, almeno in parte, ai vantaggi dell’appartenenza.

Gelosia e controllo: quando il possesso viene scambiato per amore

La stessa ambivalenza emerge nella rappresentazione delle relazioni sentimentali. L’85% degli adolescenti ha visto post o video che normalizzano la gelosia e il controllo all’interno della coppia. Il 35% associa la gelosia all’amore, mentre il 50% dei ragazzi considera normale che una ragazza si impegni a essere bella per evitare che il proprio partner guardi altre ragazze.

Sono convinzioni che legano l’amore al possesso e attribuiscono alle ragazze la responsabilità di prevenire l’infedeltà attraverso il proprio aspetto. Il corpo femminile diventa qualcosa da curare e modellare non soltanto per sé, ma anche per mantenere l’attenzione del partner e proteggere la relazione.

Un’altra soglia riguarda i commenti sul corpo delle ragazze nello spazio digitale: il 27% dei ragazzi non considera problematico commentarlo online. Anche in questo caso, il confine tra scherzo, apprezzamento e oggettivazione può apparire sfumato. La diffusione di questi comportamenti contribuisce a renderli ordinari, soprattutto quando il gruppo non li mette in discussione.

Pretty privilege: la bellezza come risorsa e come pressione

Tra i temi affrontati dalla Survey TEEN 2026 c’è anche il pretty privilege, cioè il vantaggio sociale che può derivare dall’essere considerati belli. Il 32% degli adolescenti riconosce l’esistenza di questo fenomeno. La bellezza, in questa prospettiva, non è soltanto una questione personale: può diventare una risorsa capace di influenzare visibilità, popolarità e opportunità.

Per le ragazze, però, questa possibilità porta con sé una contraddizione. Da una parte, valorizzare il proprio aspetto può essere percepito come una forma di autodeterminazione; dall’altra, il riconoscimento sociale continua a dipendere da modelli estetici precisi e dallo sguardo altrui. La libertà di scegliere come apparire rischia così di intrecciarsi con la pressione a essere sempre all’altezza di un ideale.

Mara Ghidorzi, direttrice scientifica di Fondazione Libellula, richiama proprio il peso dello sguardo maschile nella costruzione di questi modelli. Il corpo femminile viene spesso rappresentato come se il suo valore dipendesse dalla capacità di attirare l’attenzione e l’approvazione degli uomini. In un ambiente digitale in cui visibilità e riconoscimento sono misurati anche attraverso like e visualizzazioni, questa logica può essere amplificata e interiorizzata.

È un processo ambivalente: la bellezza può essere vissuta come uno strumento per ottenere visibilità e affermare sé stesse, ma può anche trasformarsi in un criterio con cui misurare il proprio valore e confrontarsi continuamente con le altre.

Ragazze e ragazzi: esperienze diverse, risposte mirate

Le differenze di genere emergono anche nel modo in cui ragazze e ragazzi reagiscono alla sessualizzazione esplicita. Di fronte a questi contenuti, manifestano fastidio o una posizione critica il 77% delle ragazze, contro il 47% dei ragazzi. Il dato suggerisce che l’esposizione agli stessi messaggi non produce necessariamente le stesse reazioni e che i percorsi educativi devono tenere conto di esperienze differenti.

«I dati della ricerca svelano l’importanza dello sviluppo di un percorso di confronto diverso tra ragazzi e ragazze» afferma Eva Sacchi, research director di Ipsos Doxa. «Di fronte alla sessualizzazione esplicita, le reazioni critiche e di fastidio coinvolgono il 77% delle ragazze e solo il 47% dei ragazzi. Servono quindi percorsi capaci di rispondere a esperienze diverse: con i ragazzi è necessario lavorare sulla vulnerabilità, sull’empatia e sui codici dell’ironia che possono rendere accettabile lo sguardo oggettivante; con le ragazze occorre rafforzare gli strumenti di protezione ma anche la capacità di sottrarsi alla pressione estetica. Non si tratta di contrapporre due gruppi, ma di riconoscere che le norme di genere agiscono in modo differente e dunque richiedono risposte mirate», conclude Sacchi.

Le ragazze si sentono più sole

Anche il senso di solitudine restituisce un elemento importante del vissuto adolescenziale. Nel campione, dichiara di sentirsi solo il 38% degli intervistati: la quota sale al 42% tra le ragazze e si attesta al 32% tra i ragazzi. Sono dati che invitano a non confondere la connessione digitale con il benessere relazionale. Essere costantemente in contatto con gli altri non significa necessariamente sentirsi compresi, accettati o liberi di mostrarsi vulnerabili.

L’età conta a sua volta. Le esperienze e le reazioni dei più giovani non sono sovrapponibili a quelle degli adolescenti più grandi: cambiano l’autonomia, il tempo trascorso online e il peso dei diversi ambienti di riferimento. Parlare di adolescenti come di un gruppo uniforme rischia quindi di oscurare bisogni e possibilità differenti.

Il digitale non è uno spazio neutro

Le relazioni online non si esauriscono nei contenuti che si vedono o nei commenti che si leggono. Riguardano anche ciò che accade nelle chat private e nei gruppi, dove circolano immagini e informazioni che possono coinvolgere la sfera più intima delle persone.

Il 41% dei ragazzi dichiara di essere stato in chat o gruppi in cui circolavano immagini intime di altre persone. Il dato riguarda la presenza in questi spazi e non significa, di per sé, che tutti abbiano condiviso o diffuso quelle immagini. Resta però un segnale della necessità di affrontare con gli adolescenti il tema del consenso, della responsabilità e delle conseguenze della circolazione di contenuti privati.

«Come tutti gli spazi sociali, anche il mondo digitale non è neutro. I social media rappresentano una delle principali fonti da cui le e gli adolescenti traggono immagini, linguaggi e modelli di comportamento», sottolinea Ghidorzi. I contenuti digitali non si limitano a riflettere la realtà: possono contribuire a definire ciò che appare desiderabile, accettabile o degno di riconoscimento. E quando determinati modelli vengono premiati dalla visibilità, metterli in discussione può diventare ancora più difficile.

Rendere praticabile il dissenso rispetto ai modelli dominanti

La questione non riguarda soltanto gli stereotipi che colpiscono le ragazze, ma anche le aspettative imposte ai ragazzi e i modelli di mascolinità che vengono loro proposti. «Rispetto al passato, oggi ragazze e ragazzi hanno molte più possibilità di costruire le proprie carriere e le proprie identità con libertà. Ma noi adulti non siamo ancora stati in grado di offrire, soprattutto ai maschi, modelli nuovi in cui riconoscersi», aggiunge Ghidorzi.

Il modello vincente continua a essere quello dell’uomo che ha soldi, circondato da belle ragazze, freddo, sprezzante del pericolo, apparentemente invulnerabile. «Quali modelli alternativi praticabili stiamo offrendo?», interroga la survey. «È una sfida che riguarda tutti i contesti educativi: famiglie, scuole, oratori, comunità. Rendere possibili altri modelli e, soprattutto, rendere praticabile il dissenso. Per un adolescente non è sempre facile prendere le distanze da un modello percepito come vincente senza rischiare di essere emarginato, bullizzato o considerato “pesante”. Dobbiamo aiutare i ragazzi a poter dire di no, a prendere le distanze da ciò che non li rappresenta e ad abbracciare modelli diversi», precisa la direttrice scientifica di Fondazione Libellula.

Il punto, dunque, non è soltanto mostrare agli adolescenti che esistono modelli differenti, ma rendere possibile sceglierli senza pagare un prezzo sociale troppo alto. Per farlo servono contesti in cui il dissenso non sia motivo di esclusione e in cui la vulnerabilità non venga interpretata come una debolezza. Come? «Creando spazi in cui i ragazzi possano parlare delle proprie vite, delle proprie incoerenze e dei propri disagi. Aiutarli a stare a proprio agio nel disagio, senza doverlo nascondere né necessariamente trasformare in un problema», conclude Ghidorzi.

Dalla consapevolezza alla relazione: un nuovo patto educativo

Quello che più sarebbe necessario, stando ai numeri della ricerca, è un nuovo patto educativo. È qui che la ricerca può diventare uno strumento non soltanto per raccontare come stanno ragazze e ragazzi, ma anche per interrogarsi su ciò che gli adulti possono offrire loro. L’obiettivo è trasformare la consapevolezza in possibilità concreta di scelta. Non basta saper riconoscere una battuta sessista, una dinamica di controllo o uno stereotipo di genere: occorre potersi comportare di conseguenza, anche quando il gruppo premia modelli opposti. Per questo la prevenzione non può essere affidata soltanto a singoli interventi, ma richiede una responsabilità condivisa tra famiglie, scuole, associazioni, istituzioni e comunità.

«Avete dato un contributo nel posto dove si scrivono le leggi», ha detto la deputata M5S Stefania Ascari, riconoscendo il valore della survey e sottolineando come le norme che incidono sulle nuove generazioni non possano essere pensate senza coinvolgerle. Il rischio, ha osservato, è che vengano scritte leggi che ricadono sui giovani senza chiedere loro opinioni ed esperienze. Da qui la necessità di portare i risultati della ricerca all’attenzione delle commissioni competenti, «tra cui Cultura e Giustizia», e di promuovere una rivoluzione culturale che permetta ai giovani di sentirsi liberi di parlare del proprio vissuto. «Non possiamo occuparci dei giovani solo quando ci fa comodo», è il richiamo di Ascari: ascoltare gli adolescenti non dovrebbe essere un gesto occasionale, ma parte integrante dei processi educativi e decisionali.

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