Diversity Media Awards 2026: cinema, serie tv, podcast e stampa raccontano la diversità

La Nuvola di Fuksas riflette tutti i colori di un tramonto romano che, tenendo insieme ogni sfumatura, restituisce la sua potenza: così l’architettura riesce ad abbracciare l’anima dell’evento che ospita per la prima volta. I Diversity Media Awards, lo scorso 18 settembre, sono arrivati a Roma per la loro undicesima edizione, dopo i precedenti appuntamenti milanesi: «vicino alla politica», sottolinea Francesca Vecchioni, presidente Fondazione Diversity ETS, perché l’inclusione è un fatto. E come tale va agito, deciso, reso riferimento nell’elaborazione della politica intesa come interesse della cosa pubblica.

Il concept scelto per l’undicesima edizione è “Le storie siamo noi“, ed è un appello più che uno slogan: rivolto all’industria dell’audiovisivo e dei media, ricorda che le narrazioni che attraversano ogni giorno tv, cinema, social, radio e giornali decidono chi trova spazio e chi può immaginarsi un futuro.  «Quando i racconti continuano ad escludere interi pezzi di realtà, non producono solo distanza: perdono credibilità – precisa Vecchioni – Perché oggi il pubblico non è più soltanto spettatore: è una forza attiva che cambia canale, piattaforma e consumi, determinando ciò che sopravvive».

Ampliare lo spazio della rappresentazione

I Diversity Media Awards valorizzano e premiano lo sguardo e il racconto di chi non stringe e appiattisce la realtà in etichette di più facile lettura: «Chi è capace di raccontare il mondo per quello che è, ampliando lo spazio della rappresentazione e restituendo complessità al reale», precisa Vecchioni, che aggiunge: «Per questo, alla nostra undicesima edizione, continuiamo a dire: guardateci e raccontateci, perché le storie siamo noi».

Ad aprire lo show di premiazione, la coreografia di Italy Bares, il charity show nato per sensibilizzare contro stigma e pregiudizi, con la partecipazione dell’artista e performer LIS Carolina Ambrosio. Poi il palco ha cambiato continuamente voce e linguaggio: cinema, televisione, musica, cultura, attivismo. Serena Dandini, Pilar Fogliati, Michela Giraud, Giorgia Soleri, SenzaCri, Igiaba Scego, Pietro Turano, KarmaB e Margherita Ferri hanno portato storie e sguardi diversi, dentro una serata costruita intorno a una domanda precisa: chi decidiamo di vedere, e soprattutto chi decidiamo di avere paura di vedere?

È una domanda che Dario Argento ha riportato al centro, partendo proprio da ciò che ha fatto di lui un maestro: la paura. Quella che per decenni ha costruito sullo schermo attraverso il cinema dell’orrore oggi, ha detto il regista dal palco, viene alimentata anche fuori dalle sale cinematografiche: «La politica ora utilizza il meccanismo della suspense che finora è stato impiegato solo al cinema. Continua a metterci in allerta su un pericolo imminente, seminando paura. E quella paura risiede nel diverso: la persona che è diversa da te è considerata pericolosa. E io di questa nuova paura non voglio essere il maestro. Perché io non ho mai avuto paura del diverso, sono sempre stato un diverso». La paura, dunque, non è più soltanto quella che il cinema mette in scena: è quella che può trasformare la diversità in una minaccia, il diverso in qualcuno da cui difendersi. Ed è proprio qui che il discorso di Argento interseca il senso della serata: se le storie possono alimentare la paura, possono anche sottrarla a chi la usa per costruire distanza.

Ne è testimonianza Edna Moallin Abdirahman, community leader del progetto SAFE, che ha accorciato ogni distanza portando sul palco il lavoro con ActionAid per la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e dei matrimoni precoci e forzati. Martina Attili e Alia Ansari hanno invece dato corpo a ciò che troppo spesso viene considerato “lontano” e quindi dimenticato: “Le Sirene”, la canzone che hanno portato sul palco, è nata in collaborazione con NOVE Caring Humans ed è dedicata alle donne afghane, cantata con le donne afghane. Storie che, dall’Afghanistan al mondo, chiedono di non essere relegate ai margini del racconto perché, come cantano, «Le sirene vogliono solo cantare, parlare, ballare, nuotare, Amare, uscire, partire. E non tornare da te». Diritti ancora oggi negati dai talebani.

Premiare chi «restituisce complessità al reale»

Se raccontare significa scegliere cosa portare sotto i riflettori, premiare significa anche riconoscere chi quella scelta la compie allargando, invece di restringere, lo spazio del possibile. È questa la direzione che attraversa i riconoscimenti della serata: opere, programmi e persone che hanno saputo dare forma a una rappresentazione più ampia e aderente alla complessità del presente. Nel cinema ha vinto “La vita da grandi” di Greta Scarano, per il modo in cui mette al centro il rapporto tra due fratelli e una persona con disabilità, senza ridurla alla sua condizione.

Tra le serie, “M. Il figlio del secolo” ha vinto come Miglior Serie TV Italiana, mentre “Adolescence” come Miglior Serie TV Straniera: due racconti capaci di aprire domande sul potere, sulle relazioni e sulle fragilità che attraversano il presente. “Riv4li” è stato premiato nella categoria Kids & Teen, portando dentro un racconto rivolto alle più giovani e ai più giovani temi come identità, appartenenza e differenze. “Splendida Cornice” ha conquistato il riconoscimento per il Miglior Programma TV, costruendo uno spazio televisivo capace di tenere insieme cultura, ironia e pluralità di voci. Nel mondo dell’audio, “Say Waaad?” ha vinto come Miglior Programma Radio e “Pride” come Miglior Podcast, mentre Maria Bosco è stata scelta come Creator dell’Anno. A “Papà per scelta – Domande comuni a una famiglia con due papà” è andato il premio come Miglior Prodotto Digital, per un racconto che porta nella quotidianità una famiglia omogenitoriale, sottraendola alla dimensione dell’eccezionalità.

Il Premio speciale Fondazione Diversity è andato a “Unicorni” di Michela Andreozzi. Enzo Iacchetti è stato scelto come Personaggio dell’Anno per la sua scelta di esporsi pubblicamente in favore della Palestina, portando una voce riconoscibile del panorama televisivo italiano all’interno di un dibattito complesso su conflitti e responsabilità pubbliche.

La responsabilità del racconto: i premi per l’informazione

Dare un nome alle cose, seguirne le tracce, andare oltre la superficie: un racconto può diventare così uno spazio in cui ciò che rischia di restare ai margini trova attenzione e voce. È da qui che passa anche la responsabilità di giornalisti e giornaliste premiati nella sezione dedicata all’informazione.

Per il Miglior Servizio TG sono stati due i riconoscimenti: a Tg3 per “80° anniversario dell’ultima strage nazifascista in Val di Fiemme: la storia del partigiano nero Giorgio Marincola” di Gabriele Carletti e a Tg5 per “Progetto UNICOP, nato dalla convivenza sotto lo stesso tetto di un centro diurno per anziani e un asilo nido” di Benedetta Battistoni. Il primo riporta alla memoria una figura della Resistenza e una pagina della storia italiana; il secondo racconta un’esperienza di convivenza tra generazioni, mettendo in relazione anziani e bambine e bambini nello stesso spazio.

Per la stampa periodica il premio è andato a “Memorie sul transitare” di Elisabetta Moro, pubblicato su Cosmopolitan. Nella stampa web ha vinto invece LaStampa.it con “Gianni e Franco, l’amore che resta: Torino pensa a un luogo per ricordare la prima unione civile” di Pasquale Quaranta, un racconto che parte dalla memoria di una coppia per riportare al centro la storia dei diritti e delle relazioni omosessuali in Italia. Per la stampa quotidiana, il premio è stato assegnato a “In solitudine e senza svaghi il peso della cura” di Lorena Loiacono, pubblicato su Il Messaggero. Tra le quattro nomination di categoria, due sono per il Sole 24 Ore con “Diritti delle persone con disabilità alla prova del nuovo Piano d’azione” firmato da Monica D’Ascenzo, responsabile di Alley Oop, e “Figli? No grazie. Se la fatica delle madri scoraggia la maternità delle ragazze”, scritto a quattro mani da Manuela Perrone, vice responsabile Alley Oop, e Flavia Landolfi.

D’Ascenzo, già vincitrice nella categoria nel 2024 con “La mancanza di fondi pesa sulle persone con disabilità”, continua a tenere acceso il faro su diritti e disabilità, guardando al nuovo Piano d’azione e alla sua capacità di incidere concretamente sulla vita delle persone. Un tema che porta il racconto fuori dalla sola dimensione normativa, per interrogarsi su quanto le politiche riescano a tradursi in diritti effettivi, accessibilità e inclusione. Perrone e Landolfi affrontano invece il rapporto tra maternità, lavoro e cura, partendo da una domanda che riguarda il futuro delle ragazze e le condizioni che possono renderlo più o meno desiderabile.

«Con Flavia abbiamo solo messo in fila dei numeri. Ma quei numeri bruciavano», spiega Perrone, ripercorrendo ciò che i dati raccontano: «La povertà delle mamme. Le discriminazioni. Il lavoro che manca e che, quando c’è, prevede contratti più discontinui e salari più bassi degli uomini. Carriere bloccate. Acrobazie quotidiane per far quadrare tutto: lavoro e vita privata, famiglia e vita sociale. I figli. E poi anche i genitori anziani da accudire. Madri come ammortizzatori sociali invisibili». Una condizione che accomuna «madri diversissime tra loro – naturali, adottive, sole, in coppia, italiane e straniere – eppure unite dallo stesso destino». E arriva fino alle donne che, dopo aver denunciato una violenza, possono ritrovarsi a dover difendere anche il proprio ruolo di madri: «Madri rivittimizzate nei tribunali proprio quando trovano il coraggio di denunciare la violenza del partner, punite con la pena più atroce che esista: l’allontanamento dei figli». Da qui la domanda che attraversa il lavoro: «E allora ci siamo chieste: perché le nostre figlie dovrebbero desiderare di finire come criceti nella stessa ruota? Il Paese delle culle vuote deve avere il coraggio di farsi questa domanda. Fino in fondo. Se vogliamo cambiare lo sguardo delle ragazze, non possiamo più lasciare sole le donne». Per questo la nomination è stata dedicata «a Susanna e a tutte le altre mamme “strappate”».

Le evidenze dal Diversity Media Research Report: 2025 anno di regressione

Dietro le nomination e i premi assegnati alla Nuvola, c’è un lavoro di ricerca che si materializza ogni anno nel Diversity Media Research Report, curato dalla Fondazione Diversity con l’Osservatorio di Pavia, e che quest’anno restituisce un quadro tutt’altro che rassicurante. Sul fronte dell’intrattenimento, il 2025 è un anno di regressione: calano intersezionalità e qualità narrativa delle aree di diversity monitorate, mentre il pubblico – oltre il 96% dei prodotti che segnala riceve una valutazione qualitativa positiva – si dimostra più maturo dell’industria. Su 140 prodotti passati al vaglio, solo 39 – poco più di uno su quattro – vengono considerati realmente validi sul piano della rappresentazione. I temi di genere restano i più presenti nel campione (48,6%), seguiti da Lgbt+ (37,3%) ed etnia (35,2%), mentre la disabilità cala di dieci punti rispetto al 2024, fermandosi al 21,1%, e l’aspetto fisico resta l’area meno rappresentata, al 16,2%. Le serie straniere dominano per presenza ma restano polarizzate tra prodotti avanzati e altri superficiali. Mentre  le produzioni italiane crescono in quantità, non in qualità, soprattutto quando si tratta di intrecciare più assi di rappresentazione insieme. Podcast, prodotti digitali e serie kids and teens restano, secondo il report, gli spazi più capaci di raccontare la complessità senza appiattirla.

Il capitolo curato dall’Osservatorio di Pavia si focalizza sull’informazione. Nei sette telegiornali nazionali analizzati, quasi il 42% delle notizie del 2025 tocca almeno una delle sei aree di diversity monitorate, ma la cornice narrativa prevalente resta quella della cronaca nera e giudiziaria: per l’area Generi e identità di genere, che copre il 10,9% del totale delle notizie, solo il 3,6% dei servizi adotta esplicitamente una cornice di “questioni di genere”, mentre la maggioranza racconta femminicidi e violenza attraverso il filtro della criminalità, senza affondare nelle radici strutturali del fenomeno. E allora il problema non è soltanto quanto spazio occupano le singole storie, ma quale spazio viene loro dato quando arrivano al pubblico. Perché una rappresentazione può esserci e, allo stesso tempo, continuare a non vedere davvero le persone che racconta. È qui che il concept d’edizione, “Le storie siamo noi”, diventa una richiesta precisa: non semplicemente esserci nei racconti, ma poterci essere nella propria complessità.

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