
A quasi due anni dalle elezioni che avrebbero potuto vedere per la prima volta una donna diventare presidente degli Stati Uniti, è diminuita la percentuale degli americani che credono vedranno una commander in chief nel corso della loro vita. Allo stesso tempo sono aumentati quelli che, al contrario, la ritengono una evenienza per niente o non molto probabile. Dal 2023 a oggi, stando alle ultime rilevazioni del Pew Research Center, nel primo caso la quota è scesa dal 25% al 17%. Nel secondo, è passata dal 26% al 37% la percentuale di statunitensi che non si aspettano di vedere una donna arrivare alla Casa Bianca nei prossimi decenni.
Certo, una posizione di tale rilievo e status è unica. Estremamente arduo e complessissimo per chiunque già anche solo ambire a iniziare il cammino verso una carica simile. Ma date per appurate tali premesse, anche se si allarga il campo di osservazione a tutte le possibili elezioni, molti sono i freni che rallentano specificamente le donne. Nell’affrontare una corsa per raggiungere una posizione pubblica oltre a limiti logistici, economici e culturali, più che per i candidati le candidate devono confrontarsi con enormi difficoltà che arrivano già dal dibattito online.

Umiliazioni, attacchi sessisti e hate speech
A qualsiasi livello di carica pubblica elettiva si affaccino, in tutto il mondo infatti risultano maggiormente oggetto di attacchi degradanti. Che proprio nel mondo digitale raggiungono proporzioni enormi. Andando alla ricerca di voti, pur essendo numericamente di meno e pur, in genere, postando meno di uomini impegnati nel raggiungere gli stessi obiettivi, le candidate ricevono una quantità di messaggi negativi generalmente superiore. E più di frequente, poi, sono target di messaggi altamente tossici.
Tira le somme di questi andamenti il recente studio del Centro comune di ricerca (Jrc, dall’inglese Joint Research Center) della Commissione europea. Il documento, dal titolo provocatorio “Shut up and do the dishes!” (“Stai zitta e lava i piatti”), enfatizza una tendenza facilmente documentabile perché molto visibile. Le donne in politica subiscono un’enormità di attacchi mirati, sessisti e dai toni violenti. Contenuti umilianti o addirittura minacce che più spesso rispetto agli uomini mirano ad ambiti personali.
Per quanto queste tecniche non sono nuove, nel mondo digitale – ormai luogo di vigoroso dibattito – trovano terreno fertile per fiorire e propagarsi.
Dall’espressione libera all’attacco violento
Per delimitare il campo di studio, l’analisi Jrc è partita analizzando oltre 3,2 milioni di messaggi apparsi sulla piattaforma X in concomitanza con le elezioni per il Parlamento europeo del 2024. Individuate le specifiche interazioni negative, abiette o violente, i ricercatori hanno guardando ai diversi livelli di tossicità dei testi. Già guardando a queste due misure sono apparse evidenti e profonde disparità di genere. Come accennato all’inizio, non solo è risultata significativa la differenza tra il numero di commenti nocivi diretti a candidati in base al loro genere. Ma appare netta anche la diversa tipologia di attacchi ricevuti dagli uomini e dalle donne.
Spieghiamo le osservazioni con le evidenze riportate dallo studio. Secondo le analisi, tra i messaggi classificati come tossici nella totalità di quelli considerati, il 71% erano diretti ai profili femminili. Osservando la natura dei testi postati è apparsa poi «sorprendente» – come la descrivono gli studiosi – la differenza tra tipologie di messaggi indirizzati più frequentemente a uno o all’altro sesso.
«Le candidate – scrive Arianna Sala, scientific officer di Jrc nel suo intervento su The Conversation – sono state oggetto di attacchi personali umilianti, epiteti sessisti, commenti a sfondo sessuale e ripetuti tentativi di ridurle al silenzio o di mettere in discussione il loro diritto a occupare uno spazio politico».
Se certo anche i candidati uomini risultano target di hate speech o testi degradanti, «gli insulti a loro rivolti tendevano a concentrarsi sulle decisioni politiche, sulla condotta professionale, o sul carattere – accuse di corruzione, disonestà o incompetenza». Insomma, nel mirino finiva più la loro attività. Di contro alle candidate è contestato il diritto stesso a partecipare attivamente alla vita pubblica.

Come a dire, estremizzando la semplificazione, da una parte si mostra (violentemente) disaccordo sulle idee proposte. Dall’altra si mette in discussione (pesantemente) proprio la possibilità di appartenere a un certo ruolo, o l’ambizione di ottenerlo. E se la ricerca del Centro europeo ha considerano una manciata di Paesi membri (nel dettaglio: Francia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna), la tendenza ha chiaramente portata globale. A confermarlo, le evidenze riportate da studi effettuati nei Paesi Bassi, in Svezia e Nuova Zelanda.
Il trend appare simile ovunque. Se non sempre e non per tutte le cariche le candidate a una posizione pubblica ricevono un maggiore volume di commenti negativi, gli insulti a loro rivolti sono generalmente più personali, più sessualizzati. E tendono a mettere in discussione la loro libertà di provare a occupare una posizione di leadership.
Le più vittime tra le vittime
Torniamo un momento allo studio Pew Research Center citato. Oltre ad analizzare quanti negli Stati Uniti ritengono probabile o meno che verrà eletta una donna presidente durante il corso della loro vita, il centro ricerca americano ha provato anche a capire l’importanza per gli intervistati di avere una commander in chief. Dividendo per orientamento politico, dalle risposte è emerso che ritengono questa evenienza “personalmente importante” soprattutto le donne. E tra queste in particolare le Democrats, quelle cioè che si riconoscono come appartenenti o simpatizzanti del Partito Democratico Usa. Più di tutti gli altri gruppi considerati, sono loro a riconoscere come estremamente o molto importante l’elezione di una presidente (su tutti, condividono questa visione il 22% delle intervistate; il 6% però delle Repubblicane e il 37% delle Democratiche. Tra gli uomini queste percentuali sono rispettivamente il 12%, il 3% e il 22%).
Citare queste posizioni, a prescindere da chi le esprime, è utile perché permette di aggiungere qualche dettaglio alle premesse culturali e sociali con cui le donne si confrontano mettendosi in corsa per un’elezione. Non entriamo qui in discussioni sull’efficacia di luoghi decisionali che presentano una rappresentanza, almeno di genere, varia – e non certo perché manchino dati in merito. Però una constatazione è dovuta. Usando le parole dello studio Jrc, «quando gli abusi condizionano chi si candida a una carica pubblica, condizionano anche chi governa».
Dato per scontato che questo vale per tutti, dalle analisi sappiamo che la bilancia tende a piegarsi quasi sempre verso una parte. Nella marea di messaggi violenti, tossici o denigratori è messa più frequentemente in discussione sia la capacità delle donne di ambire a certe posizioni che il loro stesso diritto di provare a occupare certe cariche. Shut up and wash the dishes.

Una questione mondiale di scarsa rappresentazione al potere
Certo affrontare una carriera politica prevede processi complessi, che vanno ben oltre la quantità dei commenti e interazioni tossiche o i toni del dibattito online. Il successo di una campagna, inoltre, solo in parte riflette le tendenze del mondo digitale. Eppure l’animosità delle discussioni sui social possono amplificare lo scrutinio aspro (a ragione o torto) sotto cui passano tutti i candidati. Come abbiamo visto fino qui, questo si traduce molto spesso in attacchi diretti maggiormente alle donne. Che, di conseguenza, tendenzialmente entrano meno nella competizione per una carica elettiva.
Seppure non sia questa l’unica causa, nonostante le azioni positive avviate negli anni, i movimenti dal basso, il supporto esteso a partire da tante istituzioni, nel mondo oggi sono ancora solo il 27,5% le parlamentari. In 21 Paesi la loro presenta resta ancorata sotto il 10%. Considerando le assemblee locali, poi, se sono sono donne il 36% dei membri, la parità è presente in solo due nazioni. E se al primo gennaio erano 28 gli Stati guidati da una donna (capo di Stato o di Governo), nel mondo la quota delle ministre sfiora appena il 22%.
Per la maggior parte, tra l’altro, a loro vengono affidati ministeri per la parità di genere, la famiglia e i bambini, e l’inclusione e lo sviluppo sociale. Sono poche quelle alla guida di ministeri “ad alto profilo”, come affari esteri, difesa o giustizia.
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