
Le pagine di cronaca sono costantemente occupate da racconti di donne uccise, violentate, vessate e il racconto cambia in ragione della provenienza e dell’appartenenza culturale, religiosa e sociale delle vittime e dei carnefici, che di volta in volta vengono analizzati, stigmatizzati o giustificati in virtù di elementi di contesto. Sono molto diversi gli aspetti messi in luce nella narrazione delle recenti vicende di Lorena Isceri, sequestrata e brutalmente uccisa dall’ex compagno; della giovane di origine pakistana che ha tentato il suicidio dopo le angherie sistematiche di un “padre padrone”, della tredicenne abusata da un uomo scarcerato perché “pentito”. Ciò che qui si vuole sottolineare è però il dato che lega questi fatti, accomunati dalla caratterizzazione delle vittime: donne che si autodeterminano, rivendicano libertà e vivono secondo i precetti della democrazia costituzionale.
Tra rispetto e libertà individuali
Ogniqualvolta la violenza contro le donne si manifesta nell’ambito di comunità migranti si accende il dibattito sulla sostenibilità delle società multiculturali e sulla conciliabilità di alcuni aspetti associati a tradizioni marcatamente patriarcali con il contesto italiano. La questione è banale perché il dovuto rispetto delle culture e delle identità tradizionali non può incidere in senso negativo sulla libertà individuale. Più esplicitamente: il pluralismo delle culture non può giustificare una interpretazione relativista dei diritti, dato che la Costituzione non concepisce libertà a geometria variabile.
La cronaca italiana ci dimostra con drammatica regolarità che la prevaricazione di genere, la riduzione a stereotipi, il confinamento in ruoli e la violenza contro le donne non sono prodotti di importazione e non hanno passaporto. Non bisogna dunque cedere alla tentazione di associare in modo automatico forme di discriminazione di genere a manifestazioni locali di culture lontane ma ormai ben presenti sul territorio.
Sarebbe profondamente sbagliato, sebbene rassicurante, pensare che la subordinazione femminile appartenga soprattutto ad altre culture e religioni e non c’è bisogno di evocare i matrimoni combinati – peraltro non estranei nel passato nemmeno tanto remoto del nostro Paese – perché venga negata l’autodeterminazione di una donna. Anche frasi del tipo “se mi lasci ti uccido” esprimono un’idea proprietaria della relazione affettiva che viene purtroppo spesso sminuita anche in sede giudiziaria. Si ricorda che l’Italia è stata ripetutamente condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per l’uso di stereotipi di genere e pregiudizi sessisti nelle decisioni della magistratura (da ultimo il caso Caso Ubeda c. Italia).
Le donne soggetti pienamente autonomi
Cambiano dunque i contesti, le tradizioni, le giustificazioni ma nei casi di limitazione della libertà femminile la radice è la stessa e affonda nella difficoltà di riconoscere le donne come soggetti pienamente autonomi. È cruciale evitare di generalizzare, utilizzando i diritti delle donne come strumento per stigmatizzare le comunità migranti, ma contestualmente non bisogna transigere sul rispetto di principi – come l’eguaglianza formale e sostanziale – imprescindibili nelle democrazie consolidate, che sono pluraliste per definizione e riconoscono le differenze culturali e religiose senza pretendere di cancellarle in nome di un’identità nazionale uniforme. Tuttavia, il riconoscimento delle diversità incontra il limite invalicabile della dignità della persona.
Basterebbe affidarsi ai numeri, eclatanti, per riconoscere l’esistenza di forme di prevaricazione di genere di ogni organo e grado che trovano l’espressione più grave nel femminicidio, reato codificato che incredibilmente alcuni stentano a riconoscere come fattispecie autonoma. La penalizzazione, pur necessaria, non è sufficiente per contrastare un fenomeno che affonda le radici in un retaggio profondo e diffuso, che può essere sradicato solo tramite un’opera organica e strutturale di alfabetizzazione costituzionale che parta dagli asili nido e si applichi trasversalmente alle scuole, agli uffici pubblici e alle strutture private, fino alle aule giudiziarie. L’alfabeto costituzionale della parità si compone di semplici regole di rispetto e riconoscimento della dignità altrui; dovrebbe essere insegnato in corsi resi obbligatori al pari degli aggiornamenti sulla sicurezza sul lavoro e delle procedure antincendio.
Si tratta di principi di base che devono essere assimilati e condivisi perché costituiscono la base fondante della convivenza civile. È necessario trasmettere competenze che consentano di riconoscere e denunciare i segnali della discriminazione e della sopraffazione anche laddove non derivino in abusi fisici, ma si traducano in violenza psicologica, economica e in qualsiasi altra forma di controllo coercitivo.
Non si tratta di una causa da confinare in ambito interno: il diritto internazionale, in crisi profonda, dovrebbe ritrovare slancio compattandosi attorno a un alfabeto costituzionale della parità, universale e non negoziabile, che renda effettivi e giustiziabili precetti sterilizzati in pur importanti norme formali. La condizione insopportabile delle afghane, private dei diritti fondamentali e relegate a una vita succube al pari di milioni di altre donne nel mondo non può essere liquidata come deriva di una cultura lontana e irriproducibile in contesti occidentali, perché la discriminazione di genere è uno degli indicatori più significativi della regressione costituzionale che ci riguarda da vicino.
La rivendicazione della parità nelle opportunità di istruzione, lavoro e realizzazione personale è una battaglia comune di donne e uomini che non può andare a buon fine senza una presenza consistente della componente femminile della società nelle sedi decisionali. Per questo l’eliminazione delle misure di equilibrio di genere nella proposta di legge elettorale all’esame del Senato è un segnale inquietante perché non si tratta di premialità irragionevoli ma di misure necessarie per rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di occupare gli spazi pubblici ed esprimersi in modo libero e plurale.
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