Afghanistan, le storie delle donne rifugiate in Italia: «Una resistenza silenziosa ma costante»

Kandahar, Afghanistan, 09 February 2026. EPA/QUDRATULLAH RAZWAN

C’è un filo rosso che oggi lega le 21 madri costituenti e le donne afghane: l’ostinata volontà di lottare per difendere i propri diritti e quelli di tutte le donne. Teresa Mattei, la più giovane delle prime 21 donne entrate in Parlamento, si è battuta affinché nell’articolo 3 della nostra Costituzione fosse garantita l’uguaglianza «di fatto»: oggi, per le donne afghane, è un diritto negato. Ciò nonostante, la loro libertà non si piega e, come le madri costituenti, cercano di difendere la loro voce. Per loro e per chi l’ha persa. Così, le loro storie di resistenza, sono arrivate a palazzo Madama.

Grazie all’associazione Nove-Caring Humans, e al suo capillare lavoro in Afghanistan, la giornalista Angela Iantosca ha messo in dialogo le storie di 21 donne afghane con quelle delle 21 madri costituenti: il libro “Donne. Resistenza. Libertà – Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” (Edizioni Paoline) racconta le vicissitudini di 21 donne che durante la loro esistenza in Afghanistan, e poi lontano dal loro Paese, non hanno smesso di difendere il loro diritto a esistere.

Praticare sport, cantare, leggere, ridere, indossare i tacchi, andare in tv, trattare con negozianti uomini, studiare: da quando i talebani sono tornati al potere nel 2021, le donne non possono farlo. Negli ultimi mesi, una nuova direttiva ha ordinato alle università di rimuovere dai loro curricula i libri scritti da donne o considerati in conflitto con i principi della Sharia: le donne sono cancellate nella loro vita pubblica e nella memoria storica. Ma le loro voci non si spengono: in occasione della presentazione del libro al Senato, lo spazio istituzionale è diventato un luogo di testimonianza e richiamo alla responsabilità, nel segno del legame tra la conquista dei diritti in Italia e la resistenza contro l’oppressione talebana.

Le storie delle donne afghane: forza, competenze e risorse

«Le nostre storie non sono solo le nostre: sono le storie di tutte le donne afghane e delle sofferenze che viviamo – dice Waheeda, 19 anni – La libertà è costosa: può costarti tua madre, la tua terra, le persone che ami. A volte libertà significa stare da sola. Ma ricordiamoci che c’è differenza tra chi è rimasta da sola e chi ha scelto di esserlo». Arrivata in Italia, con l’aiuto di Nove sta ricostruendo la sua vita e quella di suo figlio che, racconta, «Mi ha dato la forza di andare avanti». La sua testimonianza racconta quello che le donne in Afghanistan continuano a vivere: «Nel mio Paese non avevo il diritto di ridere, amare, scegliere cosa indossare – racconta Waheeda ad Alley Oop – In Italia sono una persona libera ma non è accettabile che ci siano donne che soffrano la violenza». Le donne afghane in Italia non possono essere lasciate sole: le loro storie sono risorse. A partire dalle loro competenze.

Razia è un ex insegnante e giornalista e, come la madre costituente Laura Bianchini, crede che il futuro possa costruirsi attraverso l’educazione e la consapevolezza: «Più di 21milioni di donne sono escluse dal diritto alla parola e alla partecipazione sociale» afferma, sottolineando quello che accade in Afghanistan e che non trova spazio nei media: «Alcuni report molto gravi dall’Afghanistan ci raccontano che i talebani rapiscono le vittime e le violentano. Le ragazze sono obbligate a cercare nuove vittime per proteggere sé stesse. Tutto questo avviene mentre i media sono sottoposti a censura: se la comunità internazionale si limita a dichiarazioni ufficiali non è sufficiente».

Sediqua, invece, è un’ostetrica: in Italia non le sono stati riconosciuti i titoli accademici e oggi lavora come operatrice socio sanitaria: «Da 5 anni essere donne nel mio Paese significa vivere con grandi limitazioni – racconta – Molte donne hanno perso il lavoro ma non si sono arrese: hanno creato piccole scuole in casa, hanno formato reti di supporto. La loro resistenza non è rumorosa ma costante».

Lo sa bene Taranhe che, in Afghanistan, era l’autista del Pink Shuttle: servizio di trasporto femminile, ideato da Nove Caring Humans, guidato da donne. «Grazie al Pink Shuttle avevo la possibilità di spostarmi, per lavoro e per le mie necessità, senza paura – racconta Taranhe – Ha rappresentato un grande aiuto per la mia indipendenza ed è stato un programma che è riuscito a incoraggiarci, tanto che tutte volevamo che ampliassimo sempre più il nostro servizio, considerato molto utile, soprattutto in un paese islamico, e che aveva la fiducia anche degli uomini, i quali affidavano serenamente le loro mogli».

Ma le difficoltà non sono mai mancate: «Non tutti gli uomini erano contenti – ricorda Sediqua – Anzi, alcuni, a causa delle loro convinzioni religiose, ci vedevano proprio male: per loro, ma anche per le persone poco istruite, era strano che una donna guidasse, che le donne lavorassero e soprattutto che si dedicassero a un’attività così vergognosa». Oggi il Pink Shuttle è stato bloccato dai talebani. Ma, a palazzo Madama, le donne ci sono arrivate con un van che lo richiama: un simbolo che racconta il potere di chi non si arrende.

La difficile integrazione in Italia, «un atto di responsabilità democratica»

Le competenze delle donne afghane non si disperdono una volta arrivate in Italia. Eppure il loro riconoscimento, come ha ricordato Flavia Mariani di Nove Caring Humans, stenta a farsi spazio. «Oggi la domanda deve essere: ‘cosa facciamo noi dopo aver ascoltato queste storie?’» afferma Livia Maurizi, direttrice di Nove Caring Humans, che sottolinea: «Le storie non richiedono solo empatia. Ma responsabilità. Nove è nata da un’idea semplice: prendersi cura delle persone. In Afghanistan abbiamo lavorato, e continuiamo a lavorare per quanto possibile, su istruzione, imprenditoria, cura, autonomia femminile. Sapendo sempre che ogni spazio conquistato dalle donne è fragile, reversibile, esposto. Eppure, ogni giorno, proviamo ad aprire nuovi spazi: a volte temporanei, ma reali».

In Italia serve fare lo stesso, ampliando gli spazi e creando le condizioni affinché sia possibile una reale integrazione. A partire dal riconoscimento dei titoli delle donne afghane che, invece, continuano a vivere una condizione di isolamento.  

«Tutte le donne vengono dall’Afghanistan: non è un luogo geografico confinato, ma un punto della storia – ha detto la senatrice Alessandra Maiorino, che ha promosso l’evento a palazzo Madama –   Come donne occidentali, portiamo il peso di aver illuso e poi abbandonato le donne afghane a un apartheid di genere che il mondo non può più tollerare». Il valore della testimonianza in uno spazio istituzionale è ciò che ha evidenziato anche Sabrina Ugolini, ambasciatrice d’Italia a Kabul, ricordando che «abbiamo necessità di non dimenticare l’Afghanistan e la sua popolazione, e urgenza di lavorare tutti insieme perchè questo Paese possa essere reintegrato nella comunità internazionale, come spazio democratico di valori diritti di libertà civile.».

Raccontare il presente, creare memoria condivisa: in dialogo con le madri costituenti

«Pubblicare oggi questo libro significa riaffermare il ruolo dell’editoria come presidio civile – ha spiegato suor Mariangela Tassielli, direttrice editoriale Paoline – È un atto doveroso per tenere accesa una luce su contesti che percepiamo come lontani, ma che in realtà ci interrogano profondamente sulla nostra identità e sui valori che professiamo».

La scrittura e l’ascolto di Angela Iantosca riescono nell’impresa: «Il libro nasce dal mio incontro con Nove Caring Humans: dentro di me avevo il desiderio di raccontare le donne afghane – racconta la scrittrice ad Alley Oop – Ma anche di far capire quale connessione esiste tra le loro storie e l’Italia, di quanta attenzione dobbiamo rivolgere ad un paese dimenticato come è l’Afghanistan. E, soprattutto, volevo raccontare il debito che abbiamo nei confronti di queste donne che hanno la linfa vitale per ricordarci che la Costituzione è ‘un pezzo di carta’. Lo diceva Calamandrei, ‘Se la lascio cadere, lei cade’.  Perché la Costituzione sia viva, bisogna metterci dentro impegno, volontà e combustibile».

Neda, un’associazione per «denunciare l’oppressione in Afghanistan e migliorare l’integrazione in Italia»

I valori costituzionali prendono forma nella dignità che le donne afghane continuano a difendere con iniziative concrete: Neda è l’associazione fondata dalle ostetriche Nesa Mohammadi e Sediqa Mushtaqi, dalle studentesse Mahdia Sharifi, Zahra Muradi e Negin Ahmadi e dalla giornalista Razia Ehsani. «Oggi vi chiediamo di non essere solo spettatori, ma di essere parte della soluzione afferma Ehsani – Sostenendo Neda, un progetto che intende denunciare l’oppressione che subiscono le donne afghane, far riconoscere l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità e affrontare le sfide dell’inserimento e dell’accoglienza in Italia, individuando soluzioni e fornendo strumenti concreti per una migliore integrazione».

L’associazione si muove su due binari paralleli: tenere alta l’attenzione su quello che sta accadendo in Afghanistan e costruire il futuro delle donne arrivate in Italia, in modo che possano esprimere liberamente il proprio potenziale. «Ci piacerebbe essere viste e riconosciute come delle risorse per l’Italia – spiegano le founder – Il nostro background migratorio è una risorsa e un valore aggiunto alle nostre professionalità. Vogliamo che il nostro impegno porti a soluzioni concrete, perché un’accoglienza più giusta e inclusiva non è solo una questione di diritti, ma un’opportunità di crescita per l’intera società». Come le madri costituenti, le donne afghane fanno squadra in ogni parte del mondo: le loro voci, oggi come ieri, diventano strumenti di emancipazione.

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