
Passione, visione e capacità di costruire alleanze. È questo il filo rosso che attraversa il percorso di Paola Coco, direttrice medico-scientifica di Novartis Italia, protagonista di una carriera che unisce ricerca clinica, industria farmaceutica e impegno per la salute delle donne. Un esempio di carriera sviluppata in Italia nella Giornata mondiale delle donne e delle ragazze nella scienza, l’11 febbraio, in un settore che resta sfidante ma ricco di opportunità.
In prima linea nella ricerca e sviluppo dell’azienda, Coco guida l’informazione medico-scientifica, le sperimentazioni cliniche, la gestione dei farmaci in Italia. È la figura di riferimento sia sui dati riguardanti l’efficacia e la sicurezza dei prodotti in corso di commercializzazione, sia sui dati relativi ai prodotti in fase di sviluppo. La direttrice di Novartis ha dedicato la sua vita (e continua a farlo) allo sviluppo dell’innovazione scientifica per cambiare la vita delle persone in ambito dove permangono grandi bisogni medici insoddisfatti, come l’oncologia, ematologia, la neurologia, la cardiologia.
La passione come motore della scelta scientifica
«Una ragazza che oggi vuole intraprendere una carriera nella ricerca e in medicina deve avere innanzitutto una forte passione» sottolinea Coco, che prosegue: «È un percorso in cui ci sono tante sfide e qualche ostacolo da superare, ma anche grandi soddisfazioni, soprattutto quando si riesce a cambiare concretamente la vita dei pazienti».
Un’esperienza che può svilupparsi tanto in ambito ospedaliero quanto in contesti più ampi, come quello dell’industria farmaceutica, «dove esiste la possibilità di generare un impatto su larga scala». È una consapevolezza maturata nel tempo per la manager: dopo la laurea in Medicina all’Università di Milano nel 2001 e la specializzazione in oncologia nel 2005, Coco ha lavorato per sei anni come oncologa alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, partecipando a numerosi studi clinici nel ruolo di co-investigator e contribuendo allo sviluppo di terapie innovative, in particolare nei tumori gastrointestinali ed è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche.
Coco è entrata in Novartis nel 2017, dopo esperienze nelle divisioni mediche di altre aziende farmaceutiche tra cui Roche e Italfarmaco e dal 2022 è alla guida della divisione medico-scientifica dell’azienda nel ruolo di country chief scientific officer and medical affairs head di Novartis Italia.
Dalla ricerca clinica alla costruzione di partnership
Il “passo in più”, secondo Coco, arriva quando si comprende che l’innovazione non si esaurisce nella scoperta scientifica. «Non basta arrivare alla commercializzazione di un farmaco. Diventa fondamentale riuscire a costruire partnership con tutti gli stakeholder che ruotano attorno alla salute del paziente: istituzioni, aziende ospedaliere, sistema sanitario».
Solo così «ciò che viene scoperto può essere davvero traslato in una terapia disponibile per i pazienti». Una visione che oggi guida il suo ruolo in Novartis Italia, dove è parte del Leadership team e coordina informazione medico-scientifica, sperimentazioni cliniche e gestione dei farmaci, sia in fase di sviluppo sia già disponibili.
Competenze, obiettivi e competizione globale
In un mondo scientifico sempre più iper-specializzato, la preparazione scientifica resta un prerequisito. «La do quasi per scontata» osserva Coco. Ma non è sufficiente: «È essenziale avere chiaro l’obiettivo finale, per non perdersi strada facendo».
Il contesto è altamente competitivo: «Noi competiamo con tutte le realtà globali, comprese quelle dei Paesi emergenti. Dobbiamo mantenere standard elevatissimi di qualità scientifica e capacità di innovazione». Una sfida che Novartis ha scelto di affrontare puntando su aree terapeutiche ad alto bisogno medico insoddisfatto: oncologia, neurologia, cardio-reno-metabolico e immunologia.
Donne, leadership e parità di genere
Il settore farmaceutico presenta una particolarità: «La componente femminile è ben rappresentata, soprattutto nella ricerca e sviluppo, dove siamo arrivati al 50%. Il problema emerge nei ruoli apicali, ancora troppo spesso maschili» spiega Coco.
In Novartis, però, il quadro è diverso: «Il 50% delle posizioni manageriali è ricoperto da donne». Un risultato sostenuto da politiche concrete: supporto alla genitorialità, smart working, programmi di leadership inclusiva che hanno portato la società ad ottenere la certificazione per la parità di genere. L’azienda ha introdotto politiche di parità retributiva, programmi di leadership inclusiva, smart working flessibile e supporto alla genitorialità, elementi che favoriscono equilibrio tra vita privata e professionale. Inoltre investe in formazione continua e iniziative per aumentare la presenza femminile in ruoli STEM e di leadership, perché crede che la diversità sia un vantaggio competitivo per l’azienda e per la società.
Più in generale Coco osserva che la percentuale alta di laureate in medicina fa pensare che in futuro possa aumentare la presenza delle donne in posizioni apicali, anche all’interno delle aziende ospedaliere. «Non dovrebbe essere però una questione numerica ma di merito. In passato, anche in presenza di donne di grande valore, le carriere sono state prevalentemente al maschile. Questo deve diventare uno stimolo a fare meglio per colmare il gap ai vertici».
La salute delle donne come responsabilità collettiva
L’impegno di Novartis va oltre i confini aziendali. Con il progetto La salute è di tutte, l’azienda sostiene iniziative dedicate alla prevenzione e alla salute femminile. «Alcune patologie oncologiche e cardiovascolari colpiscono donne che spesso non riescono ad accedere agli screening, ad esempio perché vittime di violenza» racconta Coco.
Da qui la collaborazione con l’associazione D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, per favorire l’accesso agli screening mammografici e cardiovascolari delle donne ospitate nei centri antiviolenza. Il progetto mette in primo piano l’impatto negativo della violenza di genere sull’accesso delle donne alla prevenzione e alla cura. La violenza genera disuguaglianze e questo progetto vuole intervenire concretamente, per superare gli ostacoli che allontanano le donne dalla prevenzione e dalle cure, negando il loro diritto alla salute. «La prevenzione è al centro del progetto perché nei prossimi mesi realizzeremo un calendario di appuntamenti in una selezione di centri antiviolenza della rete D.i.Re su tutto il territorio nazionale, con visite gratuite per le donne e colloqui dedicati alla prevenzione del tumore al seno e delle malattie cardiovascolari, che sono tra le principali cause di morte tra le donne in Italia, in particolare nelle fasce d’età comprese tra i 35 e i 55 anni. La salute e la prevenzione saranno quindi protagoniste in un luogo di rinascita dalla violenza».
Un’azione che intercetta anche un altro tema cruciale: «In Italia esiste ancora un gap territoriale nell’accesso alla prevenzione, soprattutto nel Sud».
Ricerca clinica e medicina di genere
La presenza femminile nei trial clinici è in crescita e la ricerca si sta orientando verso studi di stratificazione per genere: «Oggi leggiamo i risultati di uno studio e li sottoclassifichiamo: emergono differenze sia in termini di efficacia sia di reazioni ai farmaci. Dati che permettono di prendere decisioni più mirate e personalizzate» spiega Coco.
Dalla farmacologia alla cardiologia, dall’oncologia alla neurologia, la ricerca continua a poggiare su un modello maschile standard, con ripercussioni gravi sulla diagnosi, la cura e persino la sopravvivenza delle pazienti. L’allarme non è nuovo, ma i numeri più recenti, come riportato in un’inchiesta del Guardian del maggio 2025, confermano quanto la medicina resti lontana dall’aver colmato il divario di genere.
Restare o andare all’estero?
Una domanda ricorrente per chi sceglie la ricerca è restare in Italia o trasferirsi a lavorare all’estero? «Dipende dall’obiettivo», risponde Coco, che ha vissuto un’esperienza a Basilea di circa un anno. «Andare all’estero apre le prospettive, più sul piano culturale e professionale che su quello strettamente scientifico».
Il rientro in Italia è possibile, soprattutto nell’industria. Diverso il discorso per il mondo ospedaliero e per la ricerca pubblica: «Nel servizio sanitario nazionale e nella ricerca accademica i riconoscimenti economici sono meno competitivi rispetto ad altri Paesi europei».
La storia personale di Paola Coco è anche una testimonianza di cambiamento: «Sono partita pensando di diventare un camice bianco e la mia carriera ha preso una piega completamente diversa. Lavorare nella ricerca medico-scientifica in azienda mi ha dato grandi possibilità di crescita, come professionista e come persona. Per questo è importante non chiudersi in un’unica traiettoria quando si sceglie un percorso di studi».
Un messaggio che parla alle giovani donne, ma anche a un Paese che ha bisogno di trattenere e valorizzare talento scientifico, femminile e non solo.
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