Violenza donne, in Italia ancora troppi stereotipi di genere e pregiudizi

scritto da il 09 Febbraio 2024

Stereotipi nel linguaggio, nei media e nei tribunali; scarsi finanziamenti ai centri anti violenza; lacune nel sistema della giustizia che fa registrare basse condanne  e tante archiviazioni; invisibilità dei casi di violenza nel procedimento civile, scarso empowerment economico delle donne e ancora insufficiente partecipazione alla vita politica.

Il rapporto della società civile per Cedaw, la Convenzione che vieta la discriminazione delle donne in tutti gli ambiti della vita, elaborato da 32 associazioni e 4 esperte indipendenti e coordinato da D.i.Re-Donne in rete contro la violenza, non lascia scampo: manca un approccio sistemico alla lotta alla violenza e alla disparità di genere. In poche parole, il nostro Paese viene non solo bocciato nella risposta generale a una piaga che miete oltre 100 femminicidi l’anno, ma anche nella messa in campo di quelle politiche atte a realizzare pari opportunità e a eliminare le discriminazioni.

L’Italia – ha commentato Marcella Pirrone, presidente di D.i.Re-Donne in rete contro la violenza – è un Paese che ancora non prende in seria considerazione la Convenzione Cedaw e i suoi protocolli”. Inoltre, ha dichiarato Pirrone presentando il rapporto a Ginevra, “la società è caratterizzata da forti pregiudizi e stereotipi tradizionalmente patriarcali, in cui le donne sono relegate al ruolo principale, se non esclusivo, di madri e care giver, con conseguenze discriminatorie quali: mezzi economici insufficienti, mancanza di autonomia, rischio di povertà, segregazione occupazionale e tutte le forme di violenza contro le donne”.

Pianificare l’allocazione dei fondi 

Tra le raccomandazioni formulate dalla società civile, che vengono presentate al Governo Italiano, ci sono, quindi, più attenzione alla formazione e all’istruzione, nel contrasto degli stereotipi patriarcali, più attenzione e monitoraggio sulle sentenze e su quanto accade nei tribunali civili,  mantenimento dei criteri degli standard minimi sensibili al genere per l’allocazione del budget ai centri antiviolenza,  pianificazione congiunta dell’uso dei fondi nazionali antiviolenza con tutte le parti interessate, compresi i centri, supervisione del Parlamento sull’attuazione del Piano d’azione nazionale. E ancora, in tema di lavoro e di empowerment, occorre implementare servizi pubblici di qualità per l’infanzia e una migliore assistenza agli anziani assieme a un maggiore impegno per il mainstreaming di genere al fine di rafforzare il debole impatto di genere del Pnrr e introdurre incentivi strutturali nel settore privato per promuovere parità di genere e opportunità di crescita per le donne.

Archiviazioni al 50%, tassi di condanna bassi

Nel campo della giustizia, lamentano le associazioni, nonostante l’introduzione del Codice Rosso, i dati disponibili, riportati dal Sole 24 Ore in una recente inchiesta sui reati di violenza, rivelano che circa il 50% dei casi segnalati di violenza contro le donne vengono archiviati senza nemmeno arrivare al processo.  I tassi di condanna sono bassi. Occorre dunque lavorare ancora sulla formazione specializzata visto che i corsi organizzati dalla Scuola Superiore della Magistratura si concentrano solo sugli aspetti legali e tecnici senza fare riferimento ai pregiudizi di genere, alla Convenzione di Istanbul o alla Cedaw. Bisogna poi monitorare la riforma giudiziaria Cartabia che ha l’obiettivo di tagliare i tempi della giustizia, al fine di  evitare impatti negativi sui diritti delle donne in materia civile e penale. Tra i mezzi suggeriti per migliorare la situazione, anche una migliore raccolta dati.

Invisibilità della violenza nei tribunali civili

Ombre anche in ambito della giustizia civile, nei casi in cui il tribunale è chiamato a dirimere casi di separazione in concomitanza con denunce di violenza. Già il rapporto del giugno 2021 della commissione Femminicidio ha evidenziato l’invisibilità della violenza contro le donne e della violenza domestica nei Tribunali civili. Nel rapporto del maggio 2022, la Commissione ha constatato che nel 96% delle separazioni che coinvolgono violenza, i tribunali non considerano la violenza come rilevante per l’affidamento dei figli e delle figlie.

Il Grevio, che monitora sull’applicazione della Convenzione di Istanbul per l’eliminazione della violenza firmata anche dall’Italia, ha inoltre sottolineato che l’uso del concetto di alienazione parentale e concetti simili può ostacolare l’identificazione della violenza contro le donne e i loro figli e figlie, ignorando la natura di genere della violenza. Gli antidoti per superare questa situazione, secondo le associazioni, sono da rintracciare nella prescrizione per i procedimenti di separazione/divorzio civile e per l’affidamento dei figli e delle figlie di un esame approfondito della rilevanza della violenza domestica e della violenza assistita; formazione a tutti i livelli, applicazione da parte dei tribunali e dei servizi di procedure efficienti di valutazione del rischio; mancata imposizione di forme di mediazione obbligatoria o di fatto.

E, infine, meccanismi di sostegno economico e attenzione agli assegni di mantenimento . Sempre in materia di risposta giudiziaria, una questione urgente riguarda esplicitamente la giustizia riparativa, da vietare prima della condanna nei casi di violenza contro le donne, raccogliendo e pubblicando dati relativi sul suo utilizzo.

Empowerment economico e lavoro femminile

Anche sull’empowerment economico delle donne la risposta non è sufficiente. Non sono previsti, notano le associazioni, investimenti o incentivi specifici per lo sviluppo dell’imprenditoria femminile nei settori della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Le gare d’appalto sono generiche senza attenzione all’empowerment delle imprenditrici; i progetti presentati riguardano settori “tipicamente femminili” come l’ambito di cura, la ristorazione, ecc., piuttosto che l’innovazione tecnologica e l’Ia. Lo stesso Pnrr, che appare in materia di gender balance come un’occasione mancata, “includeva una clausola di salvaguardia per garantire che tutte le gare d’appalto portassero all’assunzione del 30% di donne o giovani. Tuttavia, il 60% delle aziende non l’ha applicato, senza alcuna conseguenza sanzionatoria”. In più, non sono disponibili dati di monitoraggio per verificare quanti uomini e quante donne hanno ottenuto i premi previsti dal Pnrr,

Nel lavoro divario strutturale e invariato

In generale in ambito lavorativo, un recente sondaggio dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche conferma lo stato occupazionale ormai strutturale degli uomini (60%) e delle donne (40%). Nonostante gli incentivi assegnati nel 2022, solo 1 contratto su 4 viene assegnato a una donna e il divario di genere rimane strutturale e invariato negli anni.

Come uscirne? Il rapporto raccomanda di investire nella formazione e nello sviluppo dell’imprenditoria femminile, in particolare nei settori della tecnologia e dell’Ia;      potenziare un approccio sensibile al genere nelle gare d’appalto pubbliche estendendole a settori “non tipicamente” femminili in accezione stereotipata.

In calo la partecipazione delle donne alla governance

  L’esistenza del gender gap è confermata anche  nella politica: la partecipazione delle donne alla governance è in calo, nonostante la presenza di una Presidente del Consiglio donna. Dopo le elezioni di settembre 2022, il Parlamento contava solo il 33% di donne, in calo rispetto alle legislature precedenti. Attualmente, solo il 30,8% dei ministri sono donne, un’inversione di tendenza rispetto ai governi precedenti. Una tendenza simile si verifica tra i governi regionali e municipali. Le leggi elettorali in tre Regioni non prevedono la doppia preferenza di genere. Solo una Regione ha una Presidente donna, e le giunte e i consigli regionali sono ancora a maggioranza maschile, con un’eccezione. Dal 2018 a oggi, le consigliere comunali sono diminuite dal 33% al 28 per cento.

Troppi stereotipi e linguaggio discriminatorio

In generale, secondo il rapporto, manca un approccio sistemico per combattere gli stereotipi di genere. C’è una disparità significativa tra uomini e donne nell’istruzione che produce svantaggi sistematici per le donne. Sebbene le donne eccellano a scuola, sono per lo più presenti in aree dell’istruzione tradizionalmente femminili che conducono a occupazioni poco remunerative (ad esempio, professioni nel settore dell’assistenza). Le donne raramente ricoprono posizioni di vertice, anche in settori in cui sono fortemente rappresentate, come l’istruzione o l’assistenza sanitaria.

Un’attenzione a parte merita il linguaggio, anche considerato che la Strategia Nazionale per la Parità di Genere 2021-2026 chiede l’adozione di un protocollo  non sessista e non discriminatorio in tutta la pubblica amministrazione. Ma allo stato dei fatti, la copertura mediatica della violenza contro le donne continua a rivittimizzare le donne uccise e quelle sopravvissute.

Significativo divario di genere nei media e nel giornalismo

In particolare, nei media e nel giornalismo, il divario di genere rimane significativo, come dimostrano le rare posizioni di vertice delle donne. Le giornaliste donne sono maggiormente esposte ad attacchi legati a crimini d’odio. Nella costruzione delle notizie, le donne vengono intervistate principalmente per raccontare le loro esperienze personali piuttosto che per fornire analisi di problemi e raramente come fonti di notizie nei campi della scienza e della salute (11%), della politica (25%) e dell’economia (14%). Per combattere gli stereotipi e per un linguaggio più inclusivo, anche in questo campo, ci vuole più formazione, avere nei gruppi editoriali un diversity editor che vigili, e occorre rafforzare il ruolo della società civile nel combattere l’incitamento all’odio contro le giornaliste e le difensore, prevedendo meccanismi affinché tali vittime possano cercare una compensazione efficace.

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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

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