Centralità del lavoro o lavoro al centro?

scritto da il 31 Gennaio 2024

Si domanda al lavoro molto più che in passato. In particolare, gli si chiede di essere un luogo di realizzazione. Personale e di vita. Un mezzo per trovarsi e definirsi. Se necessario, reinventarsi. Si declina la propria vita sulla base della professione che si svolge e ci si aspetta che il proprio ambiente lavorativo sia accogliente nei confronti della propria soggettività. Come sottolineato dallo psicologo del lavoro Yves Clot nel suo libro “La funzione psicologica del lavoro”, il lavoro finisce oggi per essere meno al centro, ma paradossalmente più centrale. Cosa significa?

Perché il lavoro è meno al centro

È ormai diffusa l’idea che il lavoro sia un di cui della propria vita. Una vita personale, familiare e sociale di cui la sfera professionale fa inevitabilmente parte, ma solo come uno spicchio dell’intera torta. Da qui, l’attenzione crescente all’equilibrio individuale, che sembra essere un terreno sempre meno incline ai compromessi.

In aggiunta a ciò, sta maturando l’idea che la persona non si caratterizzi solamente per la vita che conduce, ma anche per il suo mondo interno, fatto di vissuti psicologici e bisogni non più trascurabili.

Quando si è a lavoro non si mette in stop la propria vita o la propria emotività. Rispetto al passato, c’è molta più commistione tra dentro e fuori. I confini sono porosi. Al centro, c’è la persona.

… ma più centrale

Sebbene la vita extralavorativa stia sempre di più entrando a lavoro, de-centralizzando quest’ultimo, esso sta comunque accrescendo la sua centralità. Gli si chiede infatti di rendere la persona soggetto della propria storia, di conferirle il potere di fare ciò che desidera. Di avere spazio di manovra e occasioni nelle quali potersi esprimere.

Si cerca sì la realizzazione di sé fuori dalla vita professionale, ma si desidera che il lavoro sia un alleato fedele in questa ricerca. Come se debba essere un mezzo – o più facilmente “il” mezzo – per compiersi. Senza però essere il fine di questo percorso.
Non ci si realizza nel lavoro, dunque, ma si utilizza quest’ultimo per realizzarsi. Una differenza sottile, eppure sostanziale.

E quindi?

Prendere consapevolezza di questo equilibrio emergente consente di leggere alcune dinamiche che stanno mettendo in scacco le organizzazioni. Si pensi ad esempio alla difficoltà che molte aziende stanno avendo nell’attrarre persone, trattenerle e mantenerle ingaggiate e motivate.

Per riuscirci, è essenziale comprendere il peso e il ruolo che il lavoro ha rispetto alla vita nel suo complesso. È necessario distinguere tra chi ne riconosce la centralità e chi invece non lo ritiene centrale. Tra chi lavora per realizzarsi al di fuori del proprio ambito professionale e chi invece trova il senso in quest’ultimo.

Semplificando, è fondamentale capire in che modo le persone vogliono scrivere la propria storia. Solo così è possibile comprendere il ruolo che – come azienda – si gioca nella narrazione. Si può essere alleati, antagonisti oppure semplici comparse. Il fatto è che non si ha più la “penna” dalla parte del manico.

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