Sharenting, i genitori violano il diritto alla privacy dei figli sui social?

scritto da il 29 Novembre 2023

Quando si condividono immagini o dati di bambini sui social network, si comincia a sviluppare un’impronta digitale che potrà seguirli lontano negli anni, fin nell’età adulta.

Con il ruolo crescente che la tecnologia sta assumendo nelle nostre vite, anche il modo in cui le persone annunciano buone notizie o importanti sviluppi personali si è evoluto. È quindi diventato comune per un genitore utilizzare le piattaforme di social media per condividere momenti significativi, loro e dei propri figli, ancora prima che questi nascano (ad esempio con la pubblicazione di ecografie o di video di gender reveal party).

L’abitudine di genitori (tutori o parenti) di condividere costantemente informazioni identificative sui figli (minorenni) sui propri account di social media è detta sharenting, parola che nasce dalla crasi del verbo “to share”, condividere, e del termine “parenting”, che significa fare i genitori. Questo può includere foto, video, aneddoti personali, ma anche aggiornamenti sulla vita del bambino (dallo stato di salute agli hobby). Il termine – insieme all’altro neologismo, oversharenting – ha una connotazione negativa perché, di solito, si riferisce a una condivisione eccessiva e che avviene senza un consenso esplicito e informato del bambino, con il rischio di danneggiare la sua privacy.

La pratica, più o meno inconsapevole, dello sharenting, per quanto comune, solleva una serie di preoccupazioni che sta portando gli esperti a mettere in guardia i genitori dalle conseguenze di una sovraesposizione digitale dei figli. Brunella Greco, esperta di Save the Children in tema di tutela dei minori online, traccia per Alley Oop i confini del fenomeno: “Quando parliamo di sharenting e dei suoi rischi, parliamo di derive, e non della normale e fisiologica voglia di condividere online gli eventi affettivi importanti. Bensì quando si fa una condivisione eccessiva e che in qualche modo porta a delle violazioni della privacy e della riservatezza dei dati personali ed espone a dei rischi. Spesso si pensa alla privacy con un concetto che riguardi solo gli adulti ma in realtà è un diritto sancito anche per i bambini, come dicono la Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e tutti i regolamenti generali sulla protezione dei dati”.

Infanzia online

Essere un bambino del XXI° secolo significa crescere in un ambiente in cui i social media sono parte integrante della vita in famiglia. La maggior parte dei minori che vive nel Nord del mondo vive una vita “onlife”, cioè un mondo di relazioni sociali che è sia analogico sia digitale, tanto che molti bambini hanno accesso a tablet e smartphone prima ancora di imparare a camminare e parlare.

In Italia il 78,3% di bambini tra gli 11 e i 13 anni utilizza internet tutti i giorni e lo fa soprattutto attraverso lo smartphone. Intanto si abbassa sempre di più l’età in cui si possiede o utilizza uno smartphone, con un aumento significativo di bambini tra i 6 e i 10 anni che utilizzano il cellulare tutti i giorni dopo la pandemia: dal 18,4% al 30,2% tra il biennio 2018­-19 e il 2021­-22. Cresce anche il tempo trascorso online: a inizio 2023 quasi la metà (il 47%) dei 3.400 11-19enni intervistati in occasione del Safer Internet Day ha dichiarato di passare oltre 5 ore al giorno online (era il 30% nel 2020) e il 37% controlla lo smartphone più di dieci volte al giorno.

Questi sono alcuni dei dati della XIV edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia, dal titolo “Tempi digitali”, diffusi da Save the Children, in occasione della Giornata mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza. L’Atlante è una fotografia dell’Italia in un tempo in cui la vita dei bambini è “datificata”, registrata e condivisa sul web, ed esplora le opportunità e i rischi che bambini, bambine e adolescenti stanno affrontando dentro una vita spesa tra reale e virtuale.

In tutta Europa il modo in cui i più piccoli utilizzano le tecnologie digitali è cambiato in modo significativo negli ultimi 10 anni. Secondo il sondaggio EU Kids online 2020, condotto tra bambini di età compresa tra 9 e 16 anni provenienti da 19 Paesi europei (dati raccolti nel periodo 2017-2019), il tempo medio che i bambini hanno riferito di trascorrere online ogni giorno è quasi raddoppiato dal 2010 (ad esempio, da circa 1 a 3 ore al giorno in Spagna e da quasi 2 a quasi 3 ore in Repubblica Ceca).

Cosa ci dicono i dati

L’abitudine a divulgare informazioni sensibili sui bambini da parte degli adulti di riferimento sulle piattaforme dei social media è in rapida crescita ed è diventato materia di ricerca per studiosi di tutto il mondo.

Da uno studio che ha coinvolto 6017 genitori provenienti da 10 Paesi diversi di bambini sotto i 9 anni, è emerso che l’81% dei partecipanti aveva caricato su Internet foto o video dei propri figli prima che compissero due anni. Il fenomeno della nascita digitale si verifica nei bambini intorno ai 6 mesi di età e dati recenti mostrano che entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini vede le proprie foto e informazioni pubblicate online. Soprattutto, c’è un numero crescente di bambini che nasce digitalmente ancor prima di venire al mondo: il fenomeno di pubblicare immagini di ecografie, raccontare esperienze personali durante la gravidanza e persino attivare indirizzi e-mail e profili di social network per bimbi non ancora nati è in aumento. In dati, negli Stati Uniti, il 34% dei genitori pubblica regolarmente ecografie, il 13% in Francia e il 14% e il 15% rispettivamente in Italia e Germania.

I rischi

Condividere immagini, video e qualsiasi tipo di contenuto che abbia come protagonisti bambini significa costruire un “dossier digitale” senza il suo consenso. I rischi e le conseguenze sono di natura diversa e coinvolgono aspetti emotivi ma anche questioni legali relative alla tutela dell’immagine del minore, alla riservatezza dei dati personali e alla sicurezza digitale.

Come spiega Greco: “bambini e bambine in caso di sovraesposizione non hanno espresso un consenso. Non sono né nell’età per poterlo esprimere né ne colgono le implicazione. Qui c’è anche un tema educativo, genitoriale. Tra i rischi, oltre alla violazione della privacy e la mancata tutela dell’immagine del bambino o della bambina, mettiamo anche le ripercussioni psicologiche sul benessere dei più piccoli”. La pressione di esibirsi sui social media può infatti mettere a rischio anche la salute emotiva e mentale dei bambini: “quando cresceranno e cominceranno a navigare online autonomamente dovranno fare i conti con l’essere, o l’essere stati, continuamente esposti pubblicamente; avere a che fare con il giudizio delle altre persone, magari in una fascia d’età già delicata”, dice Greco.

Le ripercussioni psicologiche

Quando c’è un’eccessiva condivisione di informazioni sui bambini, dice l’esperta, “abbiamo una violazione della privacy dei dati personali e anche una mancanza mancata tutela dell’immagine del bambino con la possibilità, quasi certezza, di perdere il controllo dei dati che vengono pubblicati”. Si introduce così anche il tema dell’identità digitale “che noi adulti cominciamo a costruire e avrà effetti concreti e reali sul futuro dei propri figli e figlie. e sulla loro reputazione sociale. Consideriamo che i contenuti online sono permanenti e, soprattutto, sempre a disposizione di chiunque”.

L’eccessiva esposizione può avere effetti duraturi sulla formazione dell’identità digitale del minore, oltre al fatto che la costante narrazione online ha effetti anche “su come bambini e bambine cominciano a pensare alla propria immagine pubblica legandola a un’idea di accettabilità e di popolarità, da misurare con like e cuoricini. E questo è un carico, anche ansiogeno”. 

I pericoli 

Oltre alle tematiche legali da affrontare, lo sharenting può esporre i bambini a pericoli anche gravi: dallo sfruttamento sessuale all’accesso illegale a dati potenzialmente sfruttabili in modo improprio da criminali informatici, per esempio per il furto dell’identità digitale. Rischi che possono mettere a repentaglio anche la sicurezza fisica dei minori, oltre a provocare danni emotivi, dal momento che immagini e informazioni continueranno a circolare in rete anche quando il bambino crescerà, ma di cui i genitori sembrano non essere quasi mai consapevoli, tanto che il 73% dei bambini che vive in Europa è presente online prima dei due anni di età.

Quanto è stato condiviso sui social media, a volte anche molto personale e dettagliato, espone i bimbi a una serie di pericoli, tra cui le molestie online, furto di identità e cyberbullismo. Un’indagine condotta dall’e-Safety Commission australiana ha evidenziato come il 50% del materiale presente sui siti pedopornografici provenga dai social media, condiviso dagli utenti in modo inconsapevole. Con lo sharenting “si comincia a creare una impronta digitale fatta di dati sensibili e di informazioni che poi, decontestualizzate, possono essere usate anche per altri fini, anche lesivi dell’immagine dei minori”, mette in allerta la professionista.

Informazioni personali come passioni, scuole frequentate o attività sportive sono dati sensibili perché “forniscono materiale utile per chi vuole avviare dei processi di adescamento online”. Che non è una singola azione ma “un processo graduale di avvicinamento basato su tecniche manipolatorie per carpire la fiducia del bambino o della bambina. È un rischio residuale ma c’è e sappiamo che, anche in Italia, l’adescamento attraverso i canali dei social media e dei videogiochi è in crescita, e lo è nella fascia sotto i 10 anni“, aggiunge Greco.

Non a misura di bambino

La rete internet non è stata pensata per l’infanzia. Le sue regole, i suoi algoritmi, i suoi business non sono disegnati per accogliere i tanti bambini e adolescenti che oggi la popolano“, sottolinea Raffaela Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, che aggiunge: “È sotto gli occhi di tutti l’urgenza di ridisegnare gli ambienti digitali per farli diventare spazi sicuri. L’entrata in vigore il 21 novembre della delibera dell’Agcom con cui le sim intestate ai minori non avranno più accesso a contenuti inappropriati deve rappresentare solo il primo passo di un piano più ampio per un ambiente digitale a misura di bambini, bambine e adolescenti“.

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