Omicidio di Varese, chi difende i figli delle donne vittime di violenza?

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Un padre violento può essere un buon padre? La risposta a questa domanda appare scontata, così ancora non è nel nostro Paese. Nel nome di un principio astratto di bigenitorialità a tutti i costi, nei tribunali italiani ancora troppo spesso si ignorano le denunce e i precedenti di violenza nei processi di affidamento e nelle decisioni che permettono al genitore violento di vedere il proprio figlio. Così un uomo ai domiciliari per tentato omicidio, Davide Paitoni, per il quale era stato attivato il Codice rosso a causa dei maltrattamenti in famiglia, ha ucciso suo figlio di 7 anni, a Capodanno. Un’uccisione per vendetta nei confronti della ex moglie, raccontano le cronache, l’ultima di una serie inaccettabile di morti che segna ancora una volta il tragico fallimento delle istituzioni nel difendere le donne vittime di violenza maschile e i loro figli.

La senatrice Valente: “Un padre violento non può essere un buon padre”
Lo ripetiamo ancora una volta: un padre violento non può essere considerato un buon padre, non c’è diritto alla bigenitorialità che tenga – dice con forza Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio – La convenzione di Istanbul, le recenti pronunce della Cassazione, tutte le norme internazionali sui diritti dei minori sono chiare: a prevalere nell’analisi del caso concreto deve essere sempre il principio della sicurezza e dell’ incolumità psicofisica del minore”. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio ha anche depositato un ddl che afferma un principio chiaro: i padri violenti vanno tenuti lontani dai minori. “Le norme per tenere i padri violenti lontani dai figli minori ci sono già e si possono applicare. L’omicida di Viggiù era agli arresti domiciliari per aver accoltellato un collega ed era stato denunciato per maltrattamenti in famiglia. Purtroppo ancora una volta la piena circolarità delle informazioni nei procedimenti giudiziari, in questo caso tra procura e gip, non ha funzionato come avrebbe potuto e dovuto funzionare, ancora una volta la violenza domestica non viene letta o viene sottovalutata. Nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e dei diritti delle parti coinvolte, ci auguriamo inoltre che ora non si faccia ricorso allo strumento dell’infermità mentale. Intanto ci stringiamo al dolore di questa donna, di questa mamma sopravvissuta e a nome di tutte le istituzioni chiediamo scusa per non essere riuscite a salvare l’ennesima vita innocente da un uomo violento”, conclude la senatrice.

La ministra della Giustizia Cartabia chiede accertamenti 
E’ mancata l’informazione, quindi, tra uffici giudiziari, qualcosa ancora una volta non ha funzionato nella protezione del bambino e di sua madre. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha chiesto all’ispettorato di avviare con urgenza accertamenti preliminari per capire cosa non ha funzionato. Proprio sulla maggiore circolazione delle informazioni tra civile e penale in cui ci sono casi di violenza sulle donne si è concentrata anche la nuova riforma del processo civile, ma evidentemente la strada è ancora lunga perché diventi prassi. D’altra parte, le associazioni che combattono la violenza contro le donne dencunciano da anni l’inefficienza del sistema di protezione su donne e minori che non dipende tanto dalle norme (che negli anni sono state introdotte e migliorate) ma dalla loro applicazione e dalla mentalità di chi, quelle leggi, deve far rispettare.

Le norme ci sono, ma non vengono rispettate
Il figlicidio del piccolo Davide, così come prima di lui quello dei fratelli Pontin, dei fratelli Iacovone, di Gloria Danho, di Federico Barakat e molti altri, dimostra il costante fallimento del sistema giudiziale nella protezione dei minori“, dice Michela Nacca presidente di Maison Antigone. “Un fallimento che stiamo denunciando da anni, che non dipende solo dalla influenza di pseudo teorie della psicologia giuridica come l’alienazione parentale (ex Pas) o la sindrome della madre malevola, ma prima di tutto dalla mancata applicazione, da parte dei giudici, delle norme, specie quando questa violenza è paterna. Norme che pur ci sono, sono vigenti, ma non raramente vengono ignorate, prevalendo nelle decisioni dei giudici i pregiudizi a sfavore delle madri che denunciano e dei bambini che manifestano paura verso il padre. Come accaduto a Davide“. Un problema culturale, quindi, di una mentalità ancora patriarcale che fatica a credere alla donna che denuncia. “La Convenzione di Istanbul – aggiunge – deve essere rispettata non solo dai giudici ma anche dagli avvocati! In caso di violenza domestica e di personalità pericolose la mediazione non deve essere mai intrapresa“, proprio come prevede la Convenzione.

Il caso di Varese non va trattato come caso isolato
Norme che esistono ma non vengono applicate per pregiudizi culturali: insiste su questo punto anche Antonella Veltri presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza: “Continuiamo a ripetere che le norme ci sono, ma non sono applicate o vengono interpretate sulla base di un pervasivo pregiudizio contro le donne che denunciano la violenza. Il caso di Varese non può e non deve essere trattato come un caso isolato o un’eccezione: sono troppi i bambini e le bambine che sono stati uccisi dai loro padri come estrema vendetta e aggressione contro la loro madre che cercava di sottrarsi a violenze e maltrattamenti“. Manca la formazione dei magistrati, questo è un punto centrale, prosegue Veltri, e “a forza di sottovalutare il rischio – o non fare alcuna valutazione del rischio, mentre la magistratura procede a compartimenti stagni – succedono tragedie come questa. Per questo, come rete D.i.Re, abbiamo chiesto e torniamo a chiedere un incontro con la ministra della Giustizia Marta Cartabia: non ha senso continuare a proporre nuove misure legislative, occorre un confronto su quanto è possibile fare già oggi, con un coinvolgimento più attivo e tempestivo dei centri antiviolenza“.

“Siamo madri senza strumenti per difendere i propri figli”
A scrivere invece alla Procura e al Tribunale di Varese una lettera aperta sono le madri di MATERNAmente e MovimentiAMOci Vicenza, scese in piazza nell’autunno scorso proprio per denunciare quanto accade ancora troppo spesso nei tribunali: donne che dopo aver denunciato le violenze dell’ex marito o compagno vengono ritenute deboli, iperprotettive o ostacolanti, comunque non idonee a crescere i figli, per essere rimaste col violento, per non aver “protetto” i bimbi o per volerli allontanare dal padre che – citando testuali parole – è violento con la moglie ma non ha mai toccato i figli, quindi può essere un buon padre. “Piangiamo un altro bambino ucciso da un ‘padre’ già denunciato e condannato per violenza – dice Manuela Bruschini – cui in ossequio al principio dogmatico di bigenitorialità un giudice ha concesso di restare da solo con un bambino indifeso. Come madri protettive siamo in questo Paese senza strumenti per difendere i nostri figli, perché la legge 54/2006 e la bigenitorialità coatta ci impediscono di proteggerli. Il mancato coordinamento e scambio informativo tra i vari soggetti che dovrebbero tutelarli e tutelarci nei casi di violenza fa il resto del lavoro“.

Gli stereotipi e i pregiudizi dunque sono al centro, la mancanza di attenzione e la sottovalutazione fa il resto:  “In 30 anni e oltre di duro lavoro di decostruzione di stereotipi e pregiudizi patriarcali, sappiamo oggi cosa significa sottovalutare o non riconoscere la gravità della violenza maschile che può portare ai tanti casi di femminicidi e di figlicidi – dice Elisa Ercoli presidente di Differenza donna – abbiamo bisogno di chiarezza e di politiche che sappiano intervenire con autorevolezza e con consapevolezza. Non possiamo tornare indietro, dobbiamo andare avanti e subito“, conclude.

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