Parlamento Ue: “Contro le donne un attacco visibile e organizzato”

scritto da il 18 Ottobre 2021

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Che il decennio in corso sia caratterizzato da un “attacco visibile e organizzato a livello mondiale e dell’UE contro l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne, anche nell’UE”, è una frase che dovrebbe farci riflettere. Intanto perché a pronunciarla non sono le attiviste, le operatrici dei centri antiviolenza, o almeno non sono solo loro. La presa di posizione è infatti del Parlamento Europeo che ci ha consegnato qualche giorno fa una fotografia impressionante, uno scatto drammatico di ciò che continua ad accadere ogni giorno, da anni, sotto ai nostri occhi.

La proposta di risoluzione sull’impatto della violenza da parte del partner e dei diritti di affidamento su donne e bambini (2019/2166(INI)) è stata discussa lo scorso mese di luglio dalla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. È passata il 6 ottobre, con il voto favorevole di 43 europarlamentari, 3 i contrari e 4 gli astenuti. Il Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei si è spaccato, in due hanno votato contro, insieme a Gunnar Beck di Gruppo Identità e Democrazia. Isabella Adinolfi di Forza Italia (PPE) e Raffaele Stancanelli, Fratelli d’Italia (ECR), avvocato e già sindaco di Catania, invece sono tra quanti sul documento non si sono espressi.

Le posizioni addotte dalla minoranza, condensate in mezza paginetta, lasciano intravedere (persino meglio di qualsiasi trattato sul tema) le resistenze ideologiche che finora hanno condannato i tentativi di contenere e sconfiggere il fenomeno (che in Italia fa un centinaio di vittime all’anno) alla più totale inefficacia.

Stigmatizzato il linguaggio, quando ricorre a concetti come “femminicidio” o “patriarcato” che vengono definiti vaghi; del tutto sovvertiti i termini della questione. Ma vi è di più. La relazione – a dire della destra che siede all’europarlamento – violerebbe il principio di uguaglianza tra uomini e donne – addirittura – e contravverrebbe alla Carta dei diritti fondamentali e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo; favorirebbe un uso strumentale della giustizia e fornirebbe “un’immagine falsa e negativa della società moderna, in cui gli uomini sono presentati come potenziali aggressori di donne e/o bambini”. Quella stessa società che, per l’appunto, seppellisce ogni due giorni una donna che viene massacrata dal partner o ex partner.

Ma lasciando da parte il compitino dei detrattori, la relazione merita più che un cenno.
Il documento, infatti, non fa sconti e affronta il problema più strettamente interconnesso al fenomeno della violenza: la vittimizzazione secondaria, specie in ambito giudiziario. La risoluzione, a partire dalla Convenzione di Istanbul, richiama gli Stati membri perché adottino “misure legislative o altre misure necessarie per garantire che gli episodi di violenza domestica siano presi in considerazione nella determinazione dei diritti di affidamento e di visita in relazione ai minori”, con lo scopo ultimo “che l’esercizio di qualsiasi diritto di visita o di affidamento non pregiudichi i diritti e la sicurezza della vittima o dei suoi figli”.

Il punto è chiaro, il nervo è di quelli scoperti. Bisogna che la vittima non subisca due volte. Ed è indubbio che insieme alla donna vadano tutelati anche i minori. Per fare questo è necessario che i procedimenti penali derivanti da una denuncia di violenza domestica “smettano di essere trattati in modo completamente separato dai procedimenti di separazione e di affidamento”.

La necessità di un coordinamento è del resto nel nostro Paese già contenuta in una legge, nel provvedimento che introduce nel 2019 il cosiddetto Codice rosso. Ma neanche questo si rivela sufficiente: “Le vittime di reato non sono ancora in grado di esercitare pienamente i loro diritti nell’UE”. Il testo adottato a Strasburgo sottolinea come “gli autori dei reati spesso ricorrono all’azione legale per estendere il loro potere e il loro controllo e continuare a intimidire e instillare paura nelle loro vittime”.

Ma ecco emergere, finalmente, quanto le donne scontano nelle aule di giustizia da sempre: “Il minore e la richiesta di affidamento condiviso sono spesso manipolati dal genitore violento per mantenere il contatto con la madre in seguito alla separazione. Altresì, “la sospensione degli assegni alimentari (intendendo qui il contributo al mantenimento per i figli, stabilito dal giudice a carico dei padri) può essere utilizzata dagli autori dei reati come minaccia e forma di abuso nei confronti delle loro vittime”. Il documento invita gli Stati ad adottare misure per garantire che gli assegni alimentari siano versati direttamente alle donne, onde evitare abusi finanziari e rischiare di arrecare ulteriori danni alle stesse. Chiaro come il sole, insomma, che quella economica sia una delle molte facce della violenza che dobbiamo eliminare.

L’impegno contro la violenza di genere, assunto dalla Commissione nell’ambito della strategia per la parità 2020-2025, certo dà l’idea della centralità della materia e lo fa ben al di là di qualsiasi rigurgito ideologico. Rimane molto lavoro da fare, in un’Europa in cui l’Unione non ha di fatto ratificato la Convenzione di Istanbul che è uno strumento fondamentale nella lotta alla violenza. E mentre paesi come la Bulgaria, la Repubblica ceca, l’Ungheria, la Lettonia, la Lituania e la Repubblica slovacca continuano a mancare alla firma, la Polonia avvia ufficialmente il procedimento di recesso.

La sollecitazione che giunge alla Commissione e al Consiglio affinché gli Stati siano mossi a promuovere e garantire il pieno accesso a una protezione giuridica adeguata non tiene banco solo in UE. L’ultimo lavoro della Commissione monocamerale d’inchiesta contro il femminicidio al Senato, dopo le relazioni pubblicate nell’immediatezza della pandemia, è l’importante Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria, approvato il 17 giugno. Poco meno di quaranta pagine per fotografare, dati alla mano, cosa accade nelle aule di giustizia di questo Paese. Ed è l’istantanea di un fallimento.

L’insufficiente consapevolezza della complessità della materia ha grandi ricadute, in quanto contribuisce all’innescarsi di circoli viziosi: una risposta giudiziaria non adeguata ed inefficiente, un intervento non tempestivo, un aggravio e uno sbilanciamento nel carico di lavoro. Sulla scarsa, scarsissima specializzazione dei magistrati e degli altri operatori e operatrici del processo, avvocati e consulenti in primis, il documento fornisce un quadro implacabile. Al netto delle buone pratiche presenti per lo più nelle procure – dove nel 77,5 per cento dei casi (ovvero in 107 su 138) è stato costituito un gruppo ad hoc – altri uffici importantissimi, come quello dei Gip, invece distribuiscono i fascicoli senza nessuna pretesa di specializzazione.

Ma sono le consulenze una delle maggiori criticità dal momento. “Il 25 per cento delle procure sceglie i CTU sempre e soltanto tra quelli iscritti all’albo dei periti del tribunale”, mentre quell’albo non contiene una sezione o un elenco di esperti specializzati nella materia, né prevede che tale competenza sia verificata in sede di richiesta di iscrizione. E, inoltre, se uno dei temi centrali nella Convenzione di Istanbul è quello della cooperazione interistituzionale, è proprio sul quel fronte che ancora il nostro sistema fa acqua da ogni dove. Il tentativo di considerare detta cooperazione nell’ambito e fra le competenze interne alla giustizia – civile, penale e minorile – è stato affrontato con l’uso di questionari.

La Commissione nello sforzo di verificare quanto la violenza nelle relazioni familiari emergesse nelle cause civili ha finito per scoperchiare il vaso di pandora.  La violenza è per lo più invisibile nei tribunali. L’indagine, infatti, restituisce un quadro agghiacciante: “Nel 95 per cento dei tribunali non vengono quantificati i casi di violenza domestica emersi nelle cause di separazione giudiziale, di scioglimento e cessazione degli effetti civili del matrimonio e in quelle sui provvedimenti riguardo ai figli, come pure non sono quantificate quelle in cui il giudice dispone una CTU nella materia”. E nei giudizi in cui sono coinvolti i minori, la Commissione d’inchiesta solleva in fine una questione ad oggi piuttosto trascurata. Il segnale è d’allarme: c’è il rischio che l’attività e il ruolo del CTU sconfinino, anche solo in parte, nell’area delle competenze riservate al giudice. Il pericolo è quello di una delega in bianco che sposti l’asse dell’istruttoria a un soggetto diverso dal magistrato, con inevitabili ricadute anche sulla decisione finale.

Non diverse le conclusioni cui è pervenuto uno studio sul tema della valutazione delle competenze genitoriali da parte dei CTU in situazioni di violenza domestica. L’indagine empirica, condotta da Mariachiara Feresin, Marianna Santonocito e Patrizia Romito, ha confermato ciò che in molti avevano già appreso. Le vittime ogni giorno si trovano a difendersi dal processo, oltre che nel processo: risulta innegabile come non sia richiesta alcuna formazione specifica sulla protezione dei minori e la violenza domestica, tanto per assumere l’incarico di CTU quanto per effettuare valutazioni relative alle competenze dei genitori.

Il vuoto dovuto all’assenza di linee guida e protocolli a dare uniformità all’azione degli uffici giudiziari, se escludiamo le best practices dei tribunali di Benevento, Bologna, Enna, Macerata, Palermo e Roma, poi chiude il cerchio. E l’idea che si possa sconfiggere la violenza contro le donne senza decostruire un modello di società improntata alla asimmetria, fin dentro il sistema giustizia, è, allora, davvero impraticabile.

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Ultimi commenti (3)
  • Alessandra Salvatori |

    Giusto che si affronti a livello istituxionsle questa realta, vanno cambiate le visioni della figura femminile anche e specialmente nei media, specialmente nelle tv che entrano nelle case da 30 anni con modelli di Donna discutibili e non rispettosi.
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  • Alessandra Salvatori |

    Giusto che si affronti questa realtà, Finalmente.

  • Alessandra Salvatori |

    Giusto che si affronti questa realtà. Finalmente..