Afghanistan, restituire alle donne la propria immagine

Faiz, 40, and Ghulam, 11, sit in her home prior to their wedding in rural Afghanistan. Ghulam said she is sad to be getting engaged as she wanted to be a teacher. Before she was made to drop out of school her favorite class was Dari, the local language. Married girls are seldom found in school, limiting their economic and social opportunities.

Faiz, 40 anni, e Ghulam, 11, durante la cerimonia di fidanzamento poco prima del matrimonio, nella provincia rurale di Ghor in Afghanistan. Ghulam dice di essere triste perché voleva continuare a studiare e diventare maestra. 11 settembre 2005 © Stephanie Sinclair

Cosa sta succedendo davvero alle persone in Afghanistan e, in particolare, alle donne? E, forse soprattutto, cosa accadrà loro d’ora in poi?

Sono alcune delle domande che ricorrono continuamente in questi giorni convulsi, nei quali la ritirata delle truppe statunitensi sembra aver riportato le lancette dell’orologio della storia 20 anni indietro, riprecipitando il popolo afghano in pieno 2001, in un paese ancora una volta governato dall’autocrazia talebana.

Sappiamo bene che l’interpretazione estrema applicata dai talebani alla sharia, la legge islamica, colpisce in modo durissimo le donne, limitandone radicalmente la libertà personale e rendendole soggette all’autorità dei parenti uomini: è loro vietato frequentare le scuole e studiare, lavorare, guidare veicoli, addirittura uscire di casa senza essere accompagnate e, quando lo fanno, devono indossare l’ormai universalmente noto burqa.

A cosa serve il burqa? Il suo compito è impedire il libero movimento dello sguardo, negare l’immagine della donna, occultarla, in origine per impedire agli uomini di guardarla e, dunque, desiderarla. Ma ovviamente la negazione del corpo colpisce in primis la donna: nel momento in cui le viene permesso di uscire dallo spazio segregato dell’abitazione, questa concessione comporta una rinuncia, una letterale sottrazione d’immagine. Viene infatti imposto alle donne di cancellare il proprio aspetto, riducendole così a una presenza assente, un fantasma di tela azzurra che non può osservarsi né vedere la più piccola porzione del proprio corpo, ma solo faticosamente percepire sé e il mondo attorno attraverso una grata di stoffa.

In una battaglia che ha come posta in gioco l’immagine le immagini stesse possono diventare armi, pacifiche ma non imbelli, e farsi testimonianze potenti, come quelle della fotografa e artista yemenita di religione islamica Boushra Almutawake con la sua serie The Hijab, il velo che “adempie […] alle norme minime di velatura delle donne, così come sancite dalla giurisprudenza islamica” (dalla voce di Wikipedia).

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Boushra Almutawakel, Mother, Daughter, Doll series, 2010. © Boushra Almutawakel

La sequenza costituisce la sottoserie Mother, Daughter, Doll del 2010, nella quale Boushra si raffigura con la figlia maggiore Shaden e una bambola. Sotto i nostri occhi gli abiti indossati da madre, figlia e bambola perdono man mano colore e luminosità, si incupiscono e virano al nero e, parallelamente, i sorrisi iniziali larghi e schietti sbiadiscono e si spengono, tanto che il sopraggiungere nel sesto fotogramma del niqab, il velo che lascia vedere solo gli occhi, sembra un passaggio naturale, una mano di non colore applicata a nascondere fattezze che avevano già perso la luce del sorriso. Si noti che Boushra già nella prima immagine ha scoperti solo viso e mani, esattamente come nella quinta: eppure quanta differenza tra le due fotografie!

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Boushra Almutawakel, dalla serie Mother, Daughter, Doll series, 2010. © Boushra Almutawakel

Lo stesso linguaggio dei gesti è significativo: nei primi tre fotogrammi la sinistra di Boushra è in alto, a cingere la spalla della figlia, mentre dalla quarta foto scende in basso sui fianchi accanto all’altra mano e, nella sesta, quando cala il sipario del niqab sui volti, anche le mani di madre e figlia si intrecciano sul grembo in un gesto di chiusura totale che abbraccia tutto il corpo; le ultime tre foto completano poi l’occultamento dell’epidermide con l’applicazione dei guanti, fino ad arrivare, colpo di genio dell’ultima fotografia, alla completa cancellazione.

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Boushra Almutawakel, dalla serie Mother, Daughter, Doll series, 2010. © Boushra Almutawakel

Va detto che questo servizio, realizzato undici anni fa, nelle intenzioni dell’artista non voleva denunciare l’iniquità del velo tout court, indossare il quale dovrebbe essere una libera scelta di ciascuna donna, ma è virtù delle immagini comunicare significati diversi al mutare dei tempi e delle circostanze, a maggior ragione per quelle contraddistinte da quella potenza formale e sovrabbondanza di senso che siamo abituati a chiamare arte: queste opere fotografiche di Boushra Almutawakel non per caso sono entrate nelle collezioni di importanti musei come il londinese British Museum e il Museum of Fine Arts di Boston.

In questi giorni drammatici, nei quali la comunità internazionale dà la sensazione di trovarsi in stallo, è in atto una mobilitazione da parte di numerosi organizzazioni internazionali, enti e istituzioni, attivisti, giornalisti e reporter perché gli occhi dell’opinione pubblica internazionale siano fissi sugli afghani e le afghane e non si abbassi l’attenzione.

In particolare numerosi reporter che hanno a lungo lavorato o tuttora lavorano in Afghanistan stanno massicciamente utilizzando a questo scopo i loro social, come la celebre fotogiornalista statunitense Ami Vitale (qui la mia intervista di qualche tempo fa), sul cui profilo Instagram (con 1.200.000 followers) si possono reperire, a corredo delle ultime immagini postate, riferimenti e informazioni utili per dare un aiuto concreto ad afghani e afghane.

La foto di apertura è di un’altra celebre reporter, l’americana Stephanie Sinclair membro della prestigiosa agenzia fotogiornalistica VII; vi sono raffigurati il quarantenne Faiz e l’undicenne Ghulam nella casa di lei, nell’Afghanistan rurale, poco prima del loro imminente matrimonio nel settembre del 2005. Se la didascalia ci spiega che la piccola Ghulam è triste per le nozze, perché queste significano l’abbandono della scuola e la rinuncia al sogno di insegnare, non servono invece parole per tradurre la sensazione di incongruità che l’immagine ci comunica in modo fisico, palpabile: i due futuri coniugi, seduti l’uno accanto all’altra, sembrano accostati per errore, enormemente distanti, fuori posto.

La Sinclair è impegnata da un quindicennio a documentare e denunciare la pratica delle nozze imposte a spose bambine, da quando, proprio in Afghanistan, fu colpita da un risvolto tragico collaterale di questa usanza: lavorando a un servizio dedicato al comportamento autolesionistico diffuso nella provincia di Herat, che spingeva diverse donne a tentare il suicidio dandosi fuoco, la Sinclair scoprì infatti che la maggior parte erano state costrette alle nozze da giovanissime. Nel 2012 Stephanie Sinclair ha fondato l’associazione To Young to Wed attraverso la quale agire concretamente sul campo nei vari paesi ancora interessati da queste pratiche, che ora rischiano di ritornare prepotentemente in auge in Afghanistan.

Women study at the Abul Qasim Fierdousi Girls secondary school in Kabul, Afghanistan August 08, 2002. (photo by Ami Vitale)

Ragazze in classe a Kabul nella scuola secondaria Abul Qasim Fierdousi, Afghanistan, 8 agosto 2002. © Ami Vitale

Concludo questo post con una foto di Ami Vitale: un’istantanea presa in classe in una scuola secondaria femminile di Kabul nel 2002. È un’immagine che sembra raccontarci un altro paese e un altro destino, rispetto a quello che pare annunciarsi all’orizzonte per le giovani ragazze afghane, ma non ho scelto questa foto per consolazione nostalgica, bensì per ricordarci che ogni immagine fotografica non è solo testimonianza di quel che è stato e tributo a una memoria trascorsa, è anche una finestra aperta su un mondo possibile, una promessa che recita: se questo è stato, significa che potrà ancora essere. Perché il futuro non è scritto, è affidato alle nostre azioni, a maggior ragione se un recente passato è lì a ricordarcelo.