I convegni sulle donne e con le donne sono importanti… se fanno cultura

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Avviso alle naviganti: le donne sono tornate di moda. Per una serie concomitante di eventi, l’attenzione verso la disparità di genere è riemersa dalla pandemia e ha trovato terreno fertile in dati veramente sconfortanti. Sono donne la maggioranza delle neo disoccupate, è delle donne il maggior carico di gestione dei disequilibri tra vita e lavoro, le donne sono (ancora) le principali assenti dai tavoli della politica e dell’economia. Insomma, passano gli anni (e i decenni) e le statistiche le vedono tornare indietro mentre il mondo va avanti… senza di loro?

Il tema è serio: l’incapacità di avanzare sul tema della parità è infatti il sintomo di un sistema che non è in grado di aggiustarsi in corsa. Un sistema imballato nelle proprie dinamiche, dove le logiche di resistenza al cambiamento sono più forti dell’istinto di sopravvivenza sociale che invece dovrebbe prevalere. Il sistema si difende dal basso: continuando a trattare le tematiche della cura e della famiglia come tematiche “femminili”: figli, casa e parenti sono oneri delle donne che per il bene delle donne vanno alleggeriti, e non beni comuni che appartengono a tutta la società. E il sistema si difende anche dall’alto: continuando a proclamare a gran voce la ricerca di più donne per le stanze dei bottoni, ma cercandole in modi, posti e formati così improbabili che ancora oggi nelle aziende di Fortune 500 ci sono più ceo di nome John che ceo donne – e nelle grandi aziende italiane le amministratrici delegate sono meno di 5 su 100.

Il tema è serio perché è complesso, perché riguarda il deficit di un’intera epoca e ci mostra come l’accelerazione del progresso tecnologico non vada in modo automatico di pari passo con il progresso umano, e anzi rischi di lasciare indietro molta umanità.

Fare cultura su un tema sociale di queste dimensioni è importante: si dovrebbe dire moltissimo e dirlo bene. Le narrazioni ancora non fatte sono molte, la storia dietro alle donne è ricca e controversa, il cammino verso una parità che non avvenga per assimilazione è insidioso e, soprattutto quando un tema torna di moda, il rischio superficialità è alto. E qui entra in gioco l’industria delle scatole vuote. Che cosa sono le scatole vuote? Sono contenitori, appunto, vuoti, che nascono con un nome accattivante e di tendenza: può includere parole come startup, donne, innovazione, dati (big, small), human qualcosa, il futuro (il futuro fa sempre tendenza, a volte più precisamente qualificato come “dopo” qualcosa). Queste bellissime scatole vuote partono con inviti a molti relatori: i relatori sono il primo contenuto delle scatole vuote.

Tutti hanno qualcosa da dire e tutti sono onorati di avere un palco da cui dirlo. La scatola comincia così a riempirsi dei nomi di professionisti e, perché no, dei loghi delle aziende in cui quei professionisti lavorano. Adesso la scatola non è più vuota: al nome funzionale può associare dei volti, delle persone le “prestano la faccia”. Per la sempiterna logica dell’etero referenzialità incrociata, altri relatori accetteranno l’invito sulla base della referenza data dai relatori già invitati (non serve nemmeno che siano confermati) e alla fine la pesca avrà raccolto abbastanza volti da passare al contatto con gli sponsor. Il contenitore non più vuoto viene così venduto ad aziende che su quel tema “devono muoversi” e quindi finanziano l’evento.

Fin qui tutto bene: è il business, tesoro! Qual è però il problema di questi eventi “gallery di facce e nomi” su temi di tendenza? Il problema è che si tratta di momenti preziosi per approfondire temi seri, di cui c’è bisogno che si parli, e bene, per mettere insieme le idee e per fare cultura. Prendiamo il tema delle donne: può bastare mettere insieme 20, 50, 100 donne relatrici, per far emergere qualcosa di utile? Sono lì perché donne, professioniste, in gamba, sempre e comunque appassionate e vitali… e poi?

Prima, durante e dopo la kermesse: in che modo la localizzazione nel tempo e nello spazio di una massa critica di relatrici può fare cultura? In nessun modo, purtroppo, se dietro non c’è una regia che conosce a fondo il tema perché lo tratta da anni, oppure che fa campagne in merito, o che ha un obiettivo di impatto sociale dichiarato che va oltre l’evento stesso. Che ci sia, insomma, in chi organizza comprovata competenza, comprovata ossessione oppure, almeno, un’idea molto originale da condividere. Ma quanti di noi verificano chi c’è dietro a un convegno? Le domande da farsi, sempre, sarebbero:

1) chi mi invita
2) perché io
3) in che contesto
4) con che basi
5) e, soprattutto, perché decido di accettare.

La ragione per farsele è semplice: quando partecipiamo a un evento, accettiamo di essere un prodotto, e altrettanto prodotto saranno le persone che ci ascolteranno. Ad accomunarci, un bene prezioso e scarso (ciò per cui gli sponsor sono disposti a pagare): il tempo. Un evento è un simbolo, un aggregatore di significato, e per questo può diventare un pericoloso palliativo: dare l’impressione che quel tema venga indirizzato, che qualcuno se ne stia occupando. Qualcuno potrebbe dire che un evento è meglio di niente: accende l’attenzione, indica un interesse. Ma non fa cultura se massifica e basta, anzi: riempie di niente l’agenda di un argomento serio, rischiando di saturarla inutilmente.

Le scatole vuote individuano dei bisogni reali e ne fanno dei momenti di intrattenimento: sono canali che hanno continuamente bisogno di nuovi contenuti, che occupano tematiche importanti senza prenderle troppo sul serio: ne fanno uno show. Questi contenitori vuoti si sono moltiplicati da quando, con l’online, organizzarli costa relativamente poco… mentre il valore del tempo e dell’attenzione è schizzato alle stelle.

Quindi, avviso alle naviganti: se vi invitano come relatrici a un evento dove non è chiaro che cosa vendono, sappiate che il prodotto siete voi. Scegliete con attenzione dove andare e che cosa dire: avere una voce è importante e sulle donne c’è bisogno di dire ancora molto, e di dirlo bene.

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  • gloria |

    mi congratulo per l’articolo vorrei sottolineare che per le donne che scelgono di restare a casa e chevfanno da ammortizzatori sociali al benessere della famiglia è previsto un bonus casalinghe stanziato lo scorso anno senza prevedere un bonus conomico che è quello che più serve alle famiglie e alla molteplicità dei ruoli che sopratutto la casalinga è chiamata a svolgereDiamo più stima e bpnus economici alle donne casalinghe e vantaggi a quuelle che lavarono fuori che in casa. Il benessere della società parte assicurando benessere e condizioni di armonia nel microsistema che è rappresentata dalla famiglia.Non solo per la divisione Donna / UOMO in forma estrema ma garantire alla prima la sua possibilità di espressione e di potere, di competenza con l’integrazione delle competenze maschili assicura armonia e buon equilibrio

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