“Ripartire dal desiderio”: tre libri sulla scoperta deflagrante dell’Altro

scritto da il 14 Febbraio 2021

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Gianni è un professionista affermato di sessant’anni che ogni giorno, dopo pranzo, per un’ora e mezza impersona una ragazza di quindici anni”. È così che inizia il libro di Elisa Cuter, “Ripartire dal desiderio” (Minimum Fax), immergendosi nell’atmosfera morbida e ipnotica di “Non è la Rai”, il format televisivo che negli anni Novanta ha ossessionato nel bene e nel male adolescenti e adulti. Erano appena finiti gli Ottanta, l’edonismo si stava lentamente trasformando in nichilismo, le istituzioni stavano per mostrare tutte le loro falle e il sistema si alimentava con lo stesso carburante di cui vive anche oggi: il desiderio. 

Naturalmente se un saggio filosofico parla di desiderio, lo fa dilatando al massimo lo spettro di analisi: siamo davanti a un libro che non fa mistero delle sue matrici femminista, identitaria, politica. È un libro che può risultare a tratti disturbante e proprio per questo potenzialmente rivoluzionario. Il desiderio di cui si parla qui è quel meccanismo dialettico che crea un conflitto tra identità e alterità. È, in positivo, il momento dell’esplosione identitaria, e quindi una forma di emancipazione, scatenata dal confronto con l’oggetto esterno del nostro desiderio.

Tornando a “Non è la Rai”, Cuter apre un discorso che si dipana in quattro narrazioni: anzitutto Ambra Angiolini non è una persona ma un personaggio, filtrato attraverso lo sguardo maschile e la sua visione del femminile e quindi mostra in tutta la sua prepotenza come la femminilità sia un costrutto culturale che non ha a che fare con l’individuo. In secondo luogo si ipotizza una femminilizzazione della società: di fatto è un’adolescente che conduce un programma in diretta, in un contesto in cui eravamo abituati a uomini di mezza età con vallette mute, ed è dietro di lei che Boncompagni deve celarsi per avere voce. È il punto di arrivo di un processo che nei decenni precedenti aveva portato le donne fuori casa a occupare impieghi cui venivano considerate più adatte che gli uomini, nel terziario, impiegate ideali per la loro meticolosità e obbedienza. Lo spettacolo è solo l’ultimo baluardo che cade e il femminile, dopo essere stato per secoli il depositario di amore ed erotismo, improvvisamente è anche adatto a politica, cultura ed economia.

La terza storia raccontata è quella del soft power, che guadagna terreno rispetto alle forme di potere maschili, ma il cui risvolto negativo è la retorica vittimista: prendendo in considerazione il #metoo e il movimento Incel, Cuter scrive: “Gli esiti sono opposti, conformemente alla divisione tra i generi che perdura, e che porta gli uomini a estroflettere la loro sofferenza in violenza. Ma la percezione di impotenza alla base è la stessa”. Infine, la quarta storia, ci racconta di come quella figura ibrida Ambra/Gianni, nel risultare affascinante, ha innescato una forma di desiderio, magnetico, narcisista, erotico, che aveva in sé qualcosa “di profondamente rivoluzionario, così come lo è la promessa di un mondo più libero da una norma”.

Il desiderio di cui parla Cuter e da cui chiede di ripartire, non è una soluzione per risolvere i conflitti aperti che abbiamo con la società, ma nel suo essere individuale è estremamente politico. Si schiera contro la normatività del rapporto tra i sessi, post #MeToo, propone un mondo desessualizzato in cui prima che uomini e donne siamo individui. E per questo amore verso l’individuo, non può non schierarsi anche contro i social, i media, lo shopping online, che uniformano gli individui sotto l’egida del capitalismo.

Come riconnetterci alla nostra individualità, e alla peculiarità del nostro proprio desiderio? Se la sua manifestazione più potente avviene nella sfera erotica/sensuale, forse osservare (e osservarci) nell’intimità di una storia narrata, può offrire strumenti di presa di coscienza interessanti. “Tre donne” di Lisa Taddeo (Mondadori), traduzione di Ada Arduini e Monica Pareschi, è il racconto di tre storie di donne ricostruite attraverso una ricerca approfondita tra articoli di giornale, documenti legali, lettere e interviste con le persone coinvolte nei fatti.

Maggie ha poco più di vent’anni, al liceo ha avuto una relazione con il suo insegnante d’inglese, sei anni dopo lo denuncia. Lina è sposata con un uomo che non la tocca da mesi, ritrova il suo corpo con un ex fidanzato del liceo. Sloane è una donna bella e di buona famiglia, suo marito ama vederla fare sesso con altri uomini scelti da lui. Le tre storie si intrecciano senza mai incontrarsi e sono raccontate con la tensione narrativa del romanzo ma anche con l’intimismo di un memoir, di una lenta confessione, che si addentra sempre più in profondità nelle pieghe della sessualità e dei rapporti amorosi, tracciandone l’evoluzione. Lo sguardo rimane sempre concentrato su di loro, non si allarga mai, non va mai alla ricerca di un’universalità, che infatti non è lo scopo del libro. È più un lento e meticoloso sezionamento di ciò che resta al centro di molti dei nostri pensieri e discorsi: il desiderio.

Ma se è vero che non facciamo altro che desiderare, è altresì vero che è sempre più difficile portare a compimento il passaggio successivo al sentimento del desiderio verso l’altro: l’innamoramento. Liv Strömquist si è posta questa domanda: “Perché innamorarsi è sempre più difficile e perché esserlo sinceramente e spudoratamente – senza inibizioni o attuando macchinosi stratagemmi – è sempre più considerato come uno status da perdenti”? Da qui è nata la sua ultima opera “La rosa più rossa si schiude” (Fandango, traduzione di Samanta K. Milton Knowles), un saggio filosofico, ma anche un trattato di sociologia. A fumetti, naturalmente.

Con il suo piglio acuto e irriverente, Strömquist spiega, citando il filosofo Byung-chul Han, che nell’estremo narcisismo contemporaneo è impossibile vedere l’alterità dell’altro. Ma è proprio nel suo essere altro da noi che risiede la sua attrattiva e desiderabilità. Pertanto, “l’altro, che è stato privato della sua alterità, non può essere amato, ma solo consumato”. E siamo solo a pagina 22. Tra aneddoti storici, citazioni di filosofi, sociologi, poeti (maschile sovraesteso), questo lavoro di Stromquist è un’ottima lettura per riappropriarsi della consapevolezza necessaria ad amare, per riscoprire il coraggio e l’obbligo che comporta: vedere l’altro e lasciarsene deflagrare.

Come si fa? Ampliamo di nuovo lo sguardo con Cuter, perché è proprio lei a definire il desiderio “potenzialmente deflagrante” rispetto alla nostra identità: “La risposta… è una domanda, quella che il desiderio pone ai soggetti, a ognuno in modo diverso. E a desiderare ci insegnano gli uomini – perché a loro è stato concesso di farlo. È una contingenza storica, ma è così”. 

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Titolo: “Ripartire dal desiderio”
Autrice: Elisa Cuter
Editore: Minimum Fax, 2020
Prezzo: 16 euro

Titolo: “Tre donne”
Autrice: Lisa Taddeo
Traduttrici: Ada Arduini e Monica Pareschi
Editore: Mondadori, 2020
Prezzo: 19 euro

Titolo: “La rosa più rossa si schiude”
Autrice: Liv Strömquist
Traduttrice: Samanta K. Milton Knowles
Editore: Fandango, 2020
Prezzo: 19,50 euro