
Nella Giornata Nazionale contro la Pedofilia e la Pedopornografia siamo chiamati a riportare al centro i minori ponendo l’attenzione su una delle forme di abuso più gravi e violente che possano subire. La pedofilia, infatti, consiste nel coinvolgimento di un minore in attività sessuali che, per età e per sviluppo, non è in grado di comprendere né di accettare. A questa si affianca la pedopornografia, che si manifesta anche attraverso la produzione e diffusione di immagini e video a contenuto sessuale: bambini ripresi spesso svestiti o in pose esplicite, la cui immagine viene utilizzata, scambiata e venduta.
Si tratta di forme di violenza che lasciano segni profondi non solo nel momento in cui avvengono — quando il bambino o la bambina sperimentano dolore, smarrimento e un senso assoluto di impotenza — ma anche nel lungo periodo. Il minore, infatti, non possiede gli strumenti cognitivi ed emotivi per comprendere ciò che accade, ma vive un’esperienza di sofferenza che non riesce a elaborare e dalla quale non può difendersi. Per questo è considerato una vittima vulnerabile!
Gli effetti sul futuro
Un elemento particolarmente drammatico riguarda la relazione con l’autore dell’abuso. Nella maggior parte dei casi si tratta di un adulto vicino, una figura familiare, un educatore, oppure una persona presente in contesti quotidiani come la scuola o lo sport. Questo genera un paradosso devastante nella mente del bambino: colui o colei che dovrebbe rappresentare protezione e fiducia è la stessa persona che infligge sofferenza. Tuttavia, il minore non può interrompere il legame con quell’adulto, non ha alternative, né la capacità di sviluppare una valutazione critica del comportamento altrui, anzi rimane legato, anche affettivamente, a chi lo ferisce.
Questo conflitto produce un vulnus psichico profondo. Nel presente si manifesta con dolore, dispiacere, disperazione, ma è nel percorso di crescita che può tradursi in forme di disagio più ampie, come difficoltà nella sfera affettiva e sessuale, incapacità di difendere i propri confini, fino a comportamenti addirittura estremi. Alcuni potranno reagire con aggressività, altri sviluppare una passività che li esporrebbe ulteriormente al rischio di nuove vittimizzazioni.
Subire pedofilia o pedopornografia significa anche essere colpiti nella propria dignità e nello spazio più intimo: il proprio corpo. Questo attacco compromette la capacità futura di riconoscere e proteggere i propri confini corporei; il bambino o la bambina, poi adolescente e successivamente adulto, può crescere con una difficoltà significativa a difendersi, arrivando talvolta a reagire in modo sproporzionato o, al contrario, a non reagire affatto.
Il fenomeno, poi, non è circoscritto a episodi isolati, ma esistono veri e propri mercati che ruotano attorno a queste forme di abuso. Il turismo sessuale, ad esempio, si basa su viaggi organizzati verso Paesi in cui la povertà estrema rende i bambini vulnerabili allo sfruttamento: minori venduti e utilizzati in attività sessuali degradanti. Parallelamente, il mercato online della pedopornografia è ampio e strutturato e i dati mostrano numeri consistenti come video di violenze, immagini esplicite, materiali che vengono scaricati, condivisi e rivenduti in una rete globale.
Il lavoro della Polizia di Stato
In questo contesto, il lavoro della Polizia di Stato è fondamentale. Gli operatori e le operatrici impegnati nelle indagini, in particolare sulla pedopornografia, hanno sviluppato competenze altamente specializzate. Il loro compito è estremamente delicato: visionare contenuti ad alto potenziale traumatico per identificare le vittime e intervenire nel più breve tempo possibile. Mentre analizzano quei materiali, sanno che gli abusi potrebbero essere in corso in quel preciso momento, in qualche parte del mondo. L’urgenza di agire si accompagna a un carico emotivo enorme, per questo motivo il supporto psicologico è indispensabile anche per loro e viene offerto attraverso professioniste e professionisti che li affiancano, aiutandoli a gestire un’esposizione che, senza sostegno, rischierebbe di diventare insostenibile.
Accanto all’attività investigativa, è centrale la prevenzione. Le iniziative nelle scuole e nei contesti educativi mirano a sensibilizzare i minori sui rischi della rete; navigare online espone infatti a pericoli spesso invisibili: non si sa chi si nasconde dall’altra parte dello schermo. Il fenomeno del grooming — l’adescamento — è particolarmente insidioso. L’adulto manipola il minore, lo convince a inviare immagini o informazioni personali, talvolta attraverso promesse o piccoli incentivi e una volta ottenuto il materiale, si innesca un meccanismo di ricatto e vergogna dal quale è difficile uscire. Il bambino, sopraffatto, tende a non parlare, entrando in un circuito di isolamento.
La prevenzione
La prevenzione, insieme al contrasto, è quindi uno strumento decisivo. E lo è anche la sensibilizzazione. In questo senso, il ruolo di organizzazioni come Telefono Azzurro e Save the Children è cruciale: mantengono alta l’attenzione, promuovono interventi concreti e contribuiscono a diffondere una cultura della tutela dell’infanzia.
Una riflessione necessaria riguarda anche chi compie questi reati. Il pedofilo o il pedopornografo può agire per una perversione sessuale strutturata, in cui il desiderio si orienta esclusivamente verso i minori. È importante sottolineare che non si tratta di incapacità di intendere e di volere: queste persone sono consapevoli delle loro azioni. Tuttavia, raramente chiedono aiuto, perché non percepiscono il proprio comportamento come un problema da curare, ma come una fonte di soddisfazione.
Esiste poi una dimensione economica dove troviamo individui che pur non avendo una perversione, sfruttano il fenomeno per mero profitto. Senza scrupoli, producono e vendono materiale, arrivando in alcuni casi a coinvolgere anche i propri figli.
Le dinamiche che emergono anche dalle chat tra abusanti rivelano un processo di disumanizzazione totale, dove i bambini vengono rinominati, trasformati in oggetti, privati della loro identità. È un linguaggio che riflette la profondità della violenza.
Di fronte a questo scenario, una Giornata Nazionale assume un significato preciso. Non è solo un momento commemorativo, ma un’occasione per rinnovare un impegno collettivo in cui le istituzioni devono investire nella prevenzione e nel contrasto, promuovendo politiche efficaci. I media hanno il compito di informare senza semplificare. La società tutta è chiamata a non sottovalutare il fenomeno e a non considerarlo distante.
Essere adulti responsabili significa anche essere sentinelle. Significa cogliere i segnali, interrogarsi di fronte a comportamenti insoliti, fare una domanda in più. Perché troppo spesso le vittime restano tali anche per solitudine, per mancanza di attenzione, per assenza di intervento.
Mettere davvero i bambini al centro vuol dire questo: non lasciare che restino invisibili.
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