
Nadia (nome di fantasia) è una donna di 45 anni ed è in Italia da quando ne aveva 25. Allora ha lasciato «il suo Paese alla ricerca di un futuro migliore». Poco dopo il suo arrivo, ha conosciuto quello che poi è diventato suo marito. Si trattava di una «relazione rassicurante». Lui era «uomo molto presente e protettivo» e nel tempo è diventato «quasi indispensabile». Rapidamente però «la situazione è precipitata: la protezione si è trasformata in controllo e la vita di Nadia ha iniziato a restringersi». Lavorava ma non era libera. Il marito controllava i suoi spostamenti, le sue relazioni, il suo denaro. Le ripeteva che senza di lui non aveva i documenti per restare in Italia e, nonostante lei fosse un’estetista qualificata, la costringeva a lavorare come badante. Il culmine è arrivato quando si sono manifestati anche episodi di violenza fisica. A quel punto, Nadia ha deciso di lasciare la casa che condivideva con lui e ha iniziato un percorso per ricostruirsi «a livello personale, lavorativo e sociale».
Questa è una delle storie delle donne che si sono rivolte agli Spazi Donna WeWorld e a raccontarla è Michela Leone, psicologa e psicoterapeuta che coordina la struttura di Pescara. Si tratta di uno degli otto centri operativi fondati da WeWorld Onlus per combattere la violenza e le discriminazioni di genere nei diversi territori. Questo, insieme a quello di Bologna, è inoltre uno dei due sostenuti da Lines (del gruppo Fater) nell’ambito del suo impegno al fianco delle donne. Le attività promosse dalle equipe degli Spazi sono diverse: vanno «da colloqui individuali» e supporto in situazioni critiche, come quella di Nadia, «alla ginnastica dolce e alla difesa personale. Dai corsi d’italiano al reinserimento lavorativo e all’informatica, fino alle chiacchiere all’ora del tè», spiega Alice Casadio, psicoterapeuta che coordina lo Spazio Donna di Bologna. L’obiettivo delle professioniste che li gestiscono è creare così dei luoghi «dedicati alle donne di ogni target ed età e ai loro figli».

Donne diverse
Sono circa 117 le donne – da 23 Paesi diversi e con età che vanno in media dai 25 ai 45 – che hanno frequentato lo Spazio Donna di Bologna. Ognuna ha la sua storia: «ci sono quelle che lavorano o con maggiori esperienze scolastiche, quelle che sono appena arrivate in Italia che stanno iniziando a conoscere la lingua e poi tutte quelle che vogliono un luogo tutelato», afferma Alice Casadio. Per avere un’idea, quasi tutte hanno completato almeno il primo ciclo di istruzione, in Italia o nei loro paesi d’origine, poco più di metà ha un diploma di scuola superiore o qualifica professionale. Una su 5 ha una laurea. Oltre la metà è sposata o convivente, una su quattro nubile, una decina sono separate. «È un po’ più difficile arrivare alle adolescenti – ammette Casadio – Tendono a partecipare ad attività esclusivamente per loro, ma stiamo provando a coinvolgerle» per sensibilizzarle.
In generale, «il fatto che i nostri corsi siano solo per donne» spesso convince e aiuta quelle di origine straniera a frequentare gli Spazi Donna e a trovare all’interno di essi degli spazi di autonoma, afferma la psicoterapeuta. «Il loro marito spesso viene e vede (“perizia”) l’ambiente. Poi consente loro muoversi nella città da sole, a piedi o con i mezzi, per raggiungerli. E questo per loro è già un traguardo molto molto importante». Ci sono poi altri piccoli grandi successi: per esempio, «quando una signora appena arrivata in Italia, che frequentava il nostro corso di lingua italiana ormai da diversi mesi, ha deciso di fermarsi a fare il giovedì pomeriggio il nostro momento di tè creativo – racconta Casadio – E quindi si è unita a un momento di socialità in cui doveva parlare italiano. Per lei è stato un grosso traguardo, una grande presa di consapevolezza».
Storie diverse
Dal 2021, quando è nato lo Spazio Donna di Bologna sostenuto da Lines, Casadio e la sua equipe hanno affrontato tanti percorsi al fianco delle partecipanti alle attività. Per esempio, «nel tempo – spiega la professionista – io ho accompagnato in consulenza educativa diverse coppie di donne che avevano deciso di stare insieme, di sposarsi e di quindi avere anche figli oppure di crescere i figli della compagna». Questo ha significato anche aiutarle nel raggiungimento della «consapevolezza di cosa significa avere una famiglia comunque omogenitoriale a livello sociale, nei modi con cui approcciarsi a certe tematiche con il proprio figlio che inizia a fare domande. È stato arricchente».
Di contro, l’equipe bolognese ha dovuto confrontarsi anche con situazioni più critiche. «Questo è un momento dove purtroppo la violenza la vediamo tanto – sottolinea Casadio – Di solito interveniamo con la prevenzione e ci attiviamo dopo la fuoriuscita da situazioni» di abuso. Però ora «arrivano nello Spazio tante donne con casi di violenza passata o in essere». Tra queste, «una mamma con due bambini piccoli, che ci ha conosciuto tramite un’amica – racconta la psicoterapeuta – L’abbiamo innanzitutto accompagnata nel percorso di presa di coscienza del fatto che stava subendo una violenza psicologica e finanziaria». Poi, «abbiamo affrontato anche il tema della violenza assistita per i figli» e «abbiamo avviato un percorso di consulenza legale, al termine del quale ha deciso di fare la denuncia. Questo – afferma Casadio – per noi è stato un grande successo».
Adattarsi alle esigenze
Allo Spazio Donna di Pescara invece lo scorso anno si sono rivolte un centinaio di donne «dai 35 ai 55-60 anni, con circa 83-85 percorsi di empowerment avviati», spiega Michela Leone. L’offerta del centro per loro è molto ampia: va dal supporto psicologico alla genitorialità, all’orientamento lavorativo fino alle iniziative culturali e di socializzazione. «A questi si aggiungono laboratori che vengono attivati a seconda dei bisogni emergenti delle donne – spiega la coordinatrice dello Spazio Donna di Pescara – Per esempio, siccome abbiamo una percentuale abbastanza importante (oltre il 30%) di persone straniera, è cresciuta l’esigenza di un corso di alfabetizzazione linguistica», che ha facilitato anche «il loro inserimento professionale e l’inclusione sociale».
In generale, «la maggior parte delle donne – afferma Leone – arriva con esigenze multidimensionali. La stragrande maggiornaza cerca un’indipendenza economica, altre i rafforzare l’autostima e la capacità decisionale». Così, sul fronte della consulenza lavorativa, per esempio, «abbiamo attivato job club per focalizzarci sul bilancio di competenze, la stesura curriculum e la preparazione di colloqui», grazie anche alla collaborazione con Adecco. D’altra parte, lavorare in «connessione territoriale» è fondamentale. Per questo, sottolinea Leone, «abbiamo una certa cura e attenzione nel mantenere le relazioni sia con i servizi pubblici che con il privato sociale». Questo si traduce anche nell’organizzazione di diversi eventi sul territorio di sensibilizzazione e campagne di informazione sull’empowerment femminile e per il contrasto alla violenza di genere.
Lines al fianco delle donne
Per sostenere queste attività e la loro funzione sociale il contributo di Lines è cruciale. «Da oltre 60 anni con Lines siamo al fianco delle donne. Ma prendersi cura delle donne non significa parlare solo di prodotto. Significa assumerci un ruolo attivo nella società, contribuendo in modo concreto alla lotta contro la violenza di genere», commenta Ione Volpe, Category Executive Director di Fater. «Ogni iniziativa che portiamo avanti – prosegue – nasce dalla convinzione che nessuna donna debba sentirsi sola, sminuita o intrappolata nella paura. Il nostro impegno è costruire percorsi reali di protezione, autonomia e libertà, perché la dignità e la sicurezza non possono essere un privilegio, ma un diritto di tutte». «Per questo nel 2020 abbiamo scelto di agire, avviando la nostra partnership con WeWorld, con cui sosteniamo donne che vivono situazioni di fragilità» con gli Spazi Donna. «Ad oggi sono oltre 2.500 le donne che in Italia hanno chiesto supporto» a queste strutture, spiega Volpe. «Più di 700 proprio nei due centri sostenuti dal nostro brand Lines, cioè quelli di Bologna e Pescara».
Tuttavia, «la protezione non basta – aggiunge – Serve prevenzione. E la prevenzione comincia dalla cultura. È per questo che abbiamo creato Domande Scomode @School, un progetto di educazione alle relazioni rivolto ai più giovani, già portato in più di 150.000 studenti in tutta Italia. Perché imparare a riconoscere rispetto, consenso e autonomia è il primo passo per costruire relazioni libere dalla violenza». Poi, «guardando avanti, il 2026 – prosegue – sarà un anno di azioni concrete al fianco di partner autorevoli. Con Adecco rafforzeremo i percorsi di autonomia economica: orientamento al lavoro, CV con AI, simulazioni di colloqui e formazione per imparare a negoziare la propria retribuzione. Con Serenis – conclude – supporteremo la salute mentale: psicoterapia individuale e di gruppo per donne e madri che vogliono ricostruire la propria vita».
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