
«Il problema non comincia ai ruoli apicali, comincia all’ingresso». Per Simona Tondelli, prorettrice vicaria dell’Università di Bologna, il soffitto di cristallo non si spiega guardando solo chi arriva in cima, ma partendo da chi sceglie, a quattordici e a diciannove anni, quale strada imboccare. I dati dell’Ateneo lo mostrano bene: le studentesse sono la maggioranza, ma solo il 17% delle matricole sceglie un corso STEM, contro il 42% dei colleghi.

Più numerose, ma non nelle STEM
All’Ateneo bolognese le studentesse sono il 57% degli iscritti, oltre 50mila. Le donne sono il 28% a Ingegneria e il 39% a Scienze. È la segregazione orizzontale, un fenomeno che per Tondelli «è nazionale, non solo bolognese», e che si decide già alle superiori: il liceo scientifico lo ha fatto il 27% delle ragazze contro il 42% dei ragazzi. Non è questione di capacità, ma di stereotipi, «forti proprio perché introiettati dalle ragazze stesse e dalle loro famiglie».
L’Ateneo agisce a monte, con orientamento nelle scuole e percorsi nei musei universitari come “Effetto Matilda”, dedicato alle scienziate bolognesi da Laura Bassi in poi, «perché non si sceglie ciò che non si riesce nemmeno a immaginare». A queste si aggiungono incentivi economici per le iscritte alle lauree STEM e la campagna “Breaking the Stereotype”, con le storie di giovani laureate. Senza dimenticare la formazione sul gender gap, rivolta anche ai ragazzi, perché «il cambiamento culturale non può essere un lavoro solo delle donne».
Brave a scuola, penalizzate dopo
Sul soffitto di cristallo il nodo, spiega la prorettrice, «non è la preparazione». Le studentesse si laureano in corso più spesso (69% contro 65%) e una su tre esce con 110 e lode, contro uno su quattro tra i colleghi. Poi il quadro si rovescia: a un anno dalla magistrale lavorano più spesso part-time, non scelto nel 61% dei casi, e a cinque anni dal titolo guadagnano in media 246 euro netti al mese in meno. A parità di ambito, contratto e ore il divario sale a 277 euro, e nel privato supera i 300. «Questi non sono dati dell’università: sono dati su cosa succede alle nostre laureate quando entrano nelle imprese».
Pesa il lavoro di cura. Tra il personale tecnico-amministrativo dell’Ateneo le giornate di congedo per figli sono state quasi diecimila per le donne e meno di seicento per gli uomini. Le donne sono il 41% dei docenti ma solo il 31% delle ordinarie. L’indice del soffitto di cristallo è sceso da 1,43 a 1,31 in cinque anni e le direttrici di dipartimento sono passate da 6 a 11 su 31, ma «”meglio” non vuol dire “bene”».
Per Tondelli l’ostacolo principale è la cultura organizzativa, «la cosa più pratica che esista», fatta di micro-decisioni quotidiane: chi viene invitato alla riunione delle sei di sera, chi viene assunta a trent’anni «perché magari poi ha un figlio». A questo si somma una minore fiducia in sé: le donne si candidano quando pensano di avere tutti i requisiti, gli uomini quando ne hanno una parte. All’Ateneo le laureate magistrali sono il 58%, ma all’ingresso del dottorato scendono al 47%.
Tre mosse per i prossimi 12 mesi
Formazione obbligatoria sui bias inconsci prima di ogni selezione e promozione; trasparenza salariale, grazie alla direttiva europea e alla certificazione della parità di genere, «purché non resti un bollino»; un diversity manager con budget e mandato, condiviso a livello di filiera nelle PMI. L’Ateneo offre alle imprese del territorio dati, competenze e formazione.
Il messaggio finale è quello che Tondelli ha affidato alla tavola rotonda “La leadership femminile, volàno per la crescita delle imprese”, a Palazzo di Varignana, terza tappa a Bologna del roadshow Lead Her Way 2026 organizzato da Range Rover in collaborazione con Il Sole 24 Ore. I passi avanti si fanno, a patto di mettersi in gioco: le organizzazioni guardandosi dentro, le donne concedendosi il diritto di candidarsi anche senza avere tutte le risposte. E alle imprese Tondelli lascia un invito: le ragazze orientate oggi verso le STEM tra cinque anni busseranno alle loro porte. «Facciamo in modo che trovino un posto pronto a farle crescere, non solo un posto libero».
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