Di padre in figlia, Erica Canaia: «Lasciare spazio è la più grande prova di fiducia»

Erica Canaia

Da bambina Erica Canaia, ceo di Fimic, azienda di Carmignano di Brenta specializzata nella progettazione e produzione di tecnologie per il riciclo delle materie plastiche, vedeva suo padre lavorare nel capannone accanto a casa fino a tardi la sera, spesso solo con una piccola stufa accesa. Non sapeva esattamente cosa stesse facendo, né immaginava che un giorno sarebbe stata lei a guidare quell’azienda. Sapeva, però, che il lavoro occupava uno spazio importante nella vita familiare. «Mio padre era assorbito dall’azienda. Mia mamma lavorava con lui e poi, la sera, si occupava della casa. Solo da adulta ho capito davvero cosa facessero e perchè» racconta.

Oggi Canaia ha 41 anni guida l’azienda fondata da suo nonno nel 1963, contribuendo in modo determinante alla sua crescita. Quando è entrata in Fimic, nel 2011, l’azienda fatturava circa 700 mila euro e contava due dipendenti. Oggi, l’organico si avvicina alle 70 persone e i ricavi superano i 16 milioni di euro (2025), con tre quarti del fatturato che arrivano dall’estero.

Numeri che raccontano una trasformazione profonda, ma non una cesura con il passato, perché la tecnologia su cui FIMIC ha costruito la propria crescita nasce proprio dalla generazione precedente: il padre Antonio Canaia, oggi responsabile R&D, già negli anni Novanta lavorava su soluzioni per il riciclo della plastica, brevettando nel 1996 il primo cambiafiltro a controflusso e, l’anno successivo, un sistema a raschiamento. Il tutto accadeva mentre economia circolare e riciclo erano ancora lontani dall’essere priorità dell’agenda industriale globale.

Da giurisprudenza alle fiere internazionali

L’ingresso di Erica nell’azienda di famiglia non era scontato. Dopo aver studiato giurisprudenza all’università, si è accorda che quello non era il percorso professionale adatto a lei: «Sono sempre stata una persona creativa, avevo bisogno di sviluppare cose nuove. Così ho chiesto a mio padre di poter dare una mano in azienda». I primi passi sono stati nell’amministrazione, per poi spostarsi in quella che secondo lei era la principale area inesplorata: il mercato. «Mancava completamente la parte di sviluppo commerciale. Così, ho iniziato a presidiare le fiere di settore e a portare l’azienda all’estero, prima in Francia, poi in Spagna, successivamente in Sud America. Per anni, ho passato almeno due settimane al mese all’estero».  Da lì è partita una strategia di internazionalizzazione che ha portato FIMIC a realizzare il 75% dei ricavi fuori dall’Italia, tra Europa, Americhe e Asia.

Nei suoi viaggi, Erica, non si occupava soltanto di vendere, ma acquisiva sempre più dimestichezza anche con la parte tecnica e di istallazione: «Portavo i guanti da lavoro in valigia con me. Volevo mettere le mani in pasta e imparare ogni cosa per poter parlare la stessa lingua dei clienti». La competenza, del resto, era la chiave per superare la diffidenza iniziale: «Mi è capitato spesso che a prima vista nelle fiere non mi prendessero per la titolare dell’azienda, ma per la hostess. Del resto, avevo meno di 30 anni e lavoravo in un settore tradizionalmente maschile. Quando però mi confrontavo con i tecnici, l’approccio cambiava completamente».

Un passaggio generazionale “naturale”

Il passaggio da padre a figlia, nel caso Canaia, è stato progressivo: sempre più persone in azienda hanno iniziato a rivolgersi a Erica, invece che ad Antonio, finchè suo padre ha iniziato a delegare completamente. «Ha avuto la grande intelligenza di lasciarmi spazio. È un insegnamento di cui faccio tesoro ogni giorno: prima o poi arriverà anche per me il momento di dire a qualcun altro: “Adesso tocca a te”. Penso che sia una grande dimostrazione d’amore e di rispetto. Continuare a tenere le redini strette significa non dare all’altro la possibilità di dimostrare quello che sa fare».

Nel 2021, Erica Canaia ha assunto formalmente la carica di CEO e l’organizzazione è cambiata con lei: sono nati reparti strutturati, sono stati introdotti gestionali, processi e strumenti che prima non esistevano e l’azienda è diventata sempre più attrattiva per agenti e nuovi talenti. La grande crescita è arrivata proprio grazie alla strategia di internazionalizzazione. La stessa che all’inizio suo padre ha osteggiato. «Lui è sempre stato un tecnico, meno interessato alla dimensione commerciale. Per convincerlo a partecipare alla prima fiera abbiamo discusso moltissimo e alla fine mi ha detto: “Io ti preparo la macchina, poi te la vedi tu e ti arrangi”». Era il 2013, la fiera andò molto bene e aprì la strada per il futuro.

Costruire un’azienda che non dipenda dal ceo

«Ho sempre creduto che questa azienda sarebbe cresciuta – spiega Erica – ma il mio obiettivo non era solo farla diventare grande, volevo renderla ben strutturata. Un’organizzazione in cui io non fossi indispensabile». È un cambio di paradigma fondamentale rispetto all’impresa familiare costruita intorno alla figura dell’imprenditore.

Anche sulla sostenibilità Canaia rivendica un approccio industriale più che narrativo. FIMIC produce tecnologie per rendere più efficiente il trattamento delle plastiche post-industriali e post-consumo, compresi materiali altamente contaminati. Negli anni l’azienda ha sviluppato cambiafiltri, pompe e sistemi proprietari e nel 2026 ha presentato nuove tecnologie pensate per aumentare stabilità e continuità del processo di riciclo.

Per Canaia il punto è evitare che economia circolare e sostenibilità diventino etichette. Non a caso è tra le fondatrici del progetto “Are you R”, dedicato alla divulgazione sul riciclo, e nel 2024 ha ricevuto il riconoscimento di Plastics Recycling Ambassador of the Year. In modo pragmatico sostiene che se il riciclo deve crescere, servono tecnologia, domanda, mercato e un quadro normativo capace di accompagnare l’industria europea. «La transizione ecologica – afferma – non può poggiare soltanto sugli obiettivi ambientali: deve creare condizioni industriali affinché il materiale riciclato possa competere con quello vergine».

Diventare madre e cambiare misura al lavoro

C’è poi un’altra successione, meno evidente, che attraversa la storia di Canaia: quella tra diversi modi di intendere il rapporto tra lavoro e vita. Da bambina aveva visto un’azienda che entrava completamente nello spazio familiare. Oggi suo figlio, sei anni, le ha imposto involontariamente un limite. «Ho dovuto ridimensionare molto i miei orari. È stato importante anche per me capire che lavorare sempre non significa necessariamente lavorare meglio».

È anche da questa esperienza che sono nate alcune politiche interne all’azienda. Smart working e manifattura non sempre sono facilmente compatibili, soprattutto per chi deve lavorare fisicamente sulle macchine, ma l’azienda ha introdotto maggiore flessibilità e ha sviluppato “Mater Novissima”, un progetto dedicato alla genitorialità. Alle neomamme viene riconosciuto un credito welfare per sostenere i costi dell’asilo nei primi tre anni del bambino; ai neopapà un sostegno per compensare fino a 25 ore mensili di permesso. FIMIC ha inoltre contribuito economicamente alla realizzazione di un asilo aperto anche ai figli dei propri dipendenti.

Per Canaia, infatti, parlare di empowerment significa soprattutto ampliare le possibilità di scelta. «È giusto spingere le persone indipendentemente dal sesso, ma devono poter scegliere. Anche l’azienda deve sapersi adeguare alle diverse fasi della vita». Una questione che si intreccia con un’altra sfida: coinvolgere davvero le nuove generazioni. «Noi non facciamo particolare fatica a trovare persone, perché sul territorio abbiamo costruito un buon nome e siamo molto presenti nella comunità. Il punto è riuscire a creare una collaborazione stabile e duratura nel tempo con le generazioni più giovani» – ammette.

Give back per le prossime generazioni

Una parte della sua attività fuori dall’azienda si concentra proprio sui giovani. Come ambasciatrice di JA Italia entra nelle scuole superiori per accompagnare ragazze e ragazzi nello sviluppo di piccoli progetti imprenditoriali. «Osservando i ragazzi e le ragazze lavorare, si capisce subito chi prende iniziativa, chi sa coinvolgere gli altri, chi vuole migliorarsi. Sono competenze importanti per determinare il futuro professionale». E aggiunge: «Io da giovane ho avuto persone che mi hanno aiutata, dei mentori che mi hanno spiegato moltissime cose. Oggi sento il bisogno di restituire».

Dallo stesso principio nasce il progetto sviluppato con l’Università di Padova per creare un percorso universitario dedicato al riciclo, che partirà nel 2027 in lingua inglese. L’obiettivo è formare competenze tecniche specialistiche in un settore nel quale la crescita industriale corre più velocemente dell’offerta formativa.

Anche questa, in fondo, è una forma di passaggio generazionale: non familiare, ma di conoscenza. Perché se l’impresa che Erica Canaia ha ricevuto dal padre era fatta di tecnologia, intuizioni e una capacità quasi artigianale di trovare soluzioni, quella che sta cercando di consegnare al futuro ha un’altra forma: più strutturata, internazionale, distribuita nelle responsabilità e meno dipendente dalla persona che si trova al vertice.

Il padre le ha insegnato a costruire macchine. Lei ha portato quelle macchine nel mondo. E, soprattutto, ha imparato da lui una lezione che non riguarda né la plastica né la meccanica: una successione si compie davvero quando chi ha costruito qualcosa riesce a fidarsi abbastanza da lasciare che qualcun altro la trasformi.

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.

Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com