Burnout e gender gap in corsia: la crisi silenziosa che amplifica le disuguaglianze

Un professionista sanitario su tre, in Europa, presenta sintomi di depressione o ansia, e uno su dieci ha avuto pensieri suicidari (Indagine MeND, OMS) . In Italia non va meglio: il 52% dei medici ammette di essere in burnout, conferma lo studio Fadoi sui professionisti italiani. Le donne e i giovani sono più esposti. Parliamo di malesseri che esprimono una crisi sistemica fatta di carenza strutturale di medici (in Italia ne mancano circa 30mila) e ritmi lavorativi che spesso superano le 60 ore a settimana.

Il burnout dipende dal lavoro

L’ Organizzazione mondiale della sanità definisce il burnout come una sindrome conseguente a uno stress cronico sul luogo di lavoro non adeguatamente gestito, caratterizzata da esaurimento emotivo, crescente distacco mentale dal lavoro e riduzione dell’efficacia professionale. Non è una malattia né una fragilità individuale, ma un fenomeno occupazionale: il segnale che le condizioni di lavoro stanno consumando progressivamente le risorse cognitive, emotive e fisiche delle persone.

Per chi lavora nella sanità questo rischio è amplificato dalla natura stessa della professione. Curare significa prendere decisioni in tempi rapidi, confrontarsi quotidianamente con la sofferenza, la morte, il dolore delle famiglie e una crescente complessità assistenziale. Se a tutto questo si sommano organici ridotti, turni prolungati, aggressioni e una pressione burocratica sempre più elevata, il risultato è un progressivo logoramento che oggi non può più essere considerato un problema individuale.

Lo confermano anche i dati europei. Secondo il più ampio studio realizzato dall’OMS sulla salute mentale di medici e infermieri in 29 Paesi, esiste una relazione diretta tra qualità delle condizioni di lavoro e benessere psicologico. Quando i/le professionisti/e hanno un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro, il rischio di sviluppare ansia e depressione si riduce di oltre il 50%; al contrario, carichi di lavoro elevati, scarsa autonomia e limitato supporto organizzativo aumentano significativamente il rischio di disagio psicologico.

«Il burnout dei medici rappresenta una vera emergenza per la stabilità del Servizio sanitario nazionale, tanto che uno specialista su due valuta le dimissioni proprio per carico eccessivo di lavoro e rischio di burnout» – osserva Luisa Mazzotta, esperta di medicina di genere e presidente della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei medici, chirurghi e odontoiatri di Lucca. «La mancanza di un adeguato ricambio generazionale e una crescente complessità clinica aumentano ulteriormente la pressione sul personale, compromettendo anche la qualità del lavoro: il burnout espone fino al 57% in più di probabilità di errore».

Anche il burnout è diseguale

Oltre il 56% degli iscritti alle facoltà di medicina è donna, così come quasi il 70% del personale del Servizio sanitario nazionale; eppure, le donne occupano solo il 19% delle direzioni di struttura complessa e appena un presidente di Ordine provinciale su dieci è di sesso femminile. Non solo: le donne nel settore sanitario subiscono i due terzi delle aggressioni rivolte al personale sanitario e nel 30% dei casi sono vittime di molestie sessuali sul lavoro (percentuale che per gli uomini scende al 4%), come conferma un’indagine di McKinsey

Numerosi studi mostrano che le dottoresse dedicano mediamente più tempo alla relazione con il paziente, alla comunicazione, agli aspetti emotivi della cura e alla compilazione della documentazione clinica. Inoltre, una volta terminato il turno, continuano a sostenere gran parte del lavoro di cura familiare non retribuito. La sovrapposizione di questi carichi aumenta il rischio di esaurimento, anche perché si trovano a operare in strutture pensate “al maschile” con una richiesta di disponibilità continua basata sul modello implicito del lavoratore senza vincoli di cura. Inoltre, la sottorappresentazione nei ruoli apicali e nei board scientifici riduce la possibilità di portare un cambiamento dall’interno.

«Le donne medico, soprattutto quando sono anche madri o caregiver, affrontano una doppia esposizione allo stress» – spiega Mazzotta. «Alle responsabilità cliniche si sommano quelle familiari, spesso in assenza di modelli organizzativi realmente capaci di favorire la conciliazione. È un aspetto che la medicina di genere ci invita a considerare con molta più attenzione».

Le differenze emergono anche nel modo in cui il burnout si manifesta. Le professioniste presentano più frequentemente livelli elevati di esaurimento emotivo e tendono a riconoscere prima il proprio disagio, ricorrendo più facilmente al supporto psicologico. Negli uomini prevalgono invece fenomeni di depersonalizzazione, distacco emotivo e una minore propensione a chiedere aiuto.

Sempre più evidenze dimostrano, infine, come lo stress lavorativo cronico rappresenti un fattore di rischio importante per la salute portando a un aumento degli eventi cardiovascolari e ad alterazioni metaboliche. «Anche su questo fronte il genere fa la differenza. Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nelle donne e lo stress cronico sembra contribuire ad amplificarne il rischio» – osserva Mazzotta.

Il burnout, in definitiva, non racconta soltanto il disagio di una categoria professionale, ma evidenzia un punto di equilibrio sempre più fragile in cui le disuguaglianze di genere già presenti nella nostra società vengono ulteriormente rafforzate. A scapito di chi cura, e di chi deve essere curato.

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