Diritti, l’Italia «democrazia imperfetta» nel report “Cittadinanze sospese” di Semia

La nostra è una «democrazia imperfetta»: lo registra il Democracy Index del The Economist Intelligence Unit e lo conferma “Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio dei diritti in Italia”, il nuovo report di Semia Fondo delle Donne. Presentato alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, lo studio, come si legge nella sua prefazione, «nasce da una constatazione politicamente rilevante: i diritti non mancano solo quando non vengono formalmente riconosciuti. Essi possono essere garantiti sulla carta, ma difficili da esercitare nella pratica, accessibili solo ad alcune persone e inaccessibili ad altre». A restituire la fotografia dello stato dei diritti nel nostro Paese, un corpus di fonti nazionali ed europee e un dataset originale di 1.224 atti legislativi tra la XVII e la XIX legislatura: è da queste fondamenta che l’analisi, curata da Massimo Prearo, Giulia Marchese, Marta Nicolazzi e Aurora Perego, rileva quello che viene definito un “deficit di conversione”. Ovvero: i diritti entrano nel dibattito pubblico, raccolgono consenso, ma raramente completano il loro iter legislativo.

Misurare la distanza tra diritto formale e vissuto, con una prospettiva femminista

A Ottant’anni dalla nascita della Repubblica italiana, le domande che hanno sancito la nostra democrazia tornano al punto di partenza: che cosa significa oggi uguaglianza? Chi può davvero esercitare la propria libertà? Chi resta ancora fuori dalla promessa costituzionale?

La ricerca risponde facendo luce su un’Italia attraversata da una contraddizione sempre più evidente: mentre cresce il consenso sociale attorno ai diritti e all’uguaglianza, aumenta anche la difficoltà delle istituzioni nel tradurre quel consenso in tutele effettive. Concentrandosi sul funzionamento concreto delle istituzioni, le aree di diritto analizzate rappresentano nodi critici in cui genere, razza, cittadinanza, sessualità e disabilità si ridefiniscono reciprocamente. Semia, come raccontava Alley Oop alla sua nascita, nel 2023, è il primo fondo filantropico che sostiene le organizzazioni, i gruppi, i collettivi, le attiviste e gli attivisti impegnati ogni giorno per rendere l’Italia un Paese più inclusivo e più equo. Per questo motivo, la postura attraverso cui l’analisi evolve, ne rappresenta l’identità: la prospettiva è femminista e intersezionale, mette in relazione patriarcato, razzismo, norme sessuali, violenza istituzionale e sfruttamento. L’obiettivo è misurare la distanza tra il dire e il fare, tra diritto formale e diritto vissuto. Non per tracciare un confine astratto della democrazia, ma per mostrare concretamente come funziona una democrazia imperfetta, mappando scientificamente per chi produce cittadinanza piena e per chi, invece, la sospende.

Diritti: le proposte faticano a diventare legge

Il cuore empirico del report è rappresentato da un dataset originale che traccia l’intero ciclo di vita di 1.224 atti legislativi su tre legislature consecutive per un ciclo temporale di 10 anni. Il dato che emerge con evidenza è che la grande maggioranza delle proposte parlamentari sui diritti non diventa legge: nei dieci anni esaminati solo 137 atti su 1.224 arrivano all’esito finale, pari all’11,2% del totale. Inoltre, la capacità del Parlamento di trasformare in legge le proposte sui diritti si riduce nel tempo: dal circa 6,5% della XVII legislatura all’1,4% della XIX, fino ad avvicinarsi quasi del tutto alla media nazionale pari a 1,3%. Se quasi tutta l’iniziativa passa dal Parlamento, l’efficacia si concentra nel Governo. Dei 1.117 atti parlamentari, solo 36 completano l’iter: il 3,2%. Dei 107 strumenti governativi, 101 arrivano all’esito finale: il 94,4%. Questo significa che, quando il Governo interviene, dispone di strumenti che attraversano il ciclo normativo molto più facilmente. Quando, invece, l’iniziativa resta parlamentare, la costruzione del consenso si arena quasi sempre prima del traguardo. Il colore politico dell’esecutivo non modifica le regole del gioco: l’asimmetria tra Parlamento e Governo resta costante. Nei casi in cui le proposte riescono a diventare legge, sui diritti permane una certa selettività: antiviolenza e infanzia sono le uniche materie in cui il Parlamento converte proposte sopra la media. Diritti Lgbtqia+, salute sessuale e riproduttiva e libertà religiosa, al contrario, registrano un tasso parlamentare pari a zero lungo tutto il periodo osservato.

Salute riproduttiva, nel 2023 il 57,1% dei ginecologi è obiettore

Oltre all’analisi empirica sugli atti legislativi, il rapporto colloca l’Italia nel contesto europeo valutando il quadro normativo in specifiche aree: uguaglianza di genere, salute sessuale e riproduttiva, diritti di migranti e rifugiati, persone Lgbtqia+ e persone disabili. In quasi tutte, l’Italia si posiziona nella fascia medio-bassa dell’Europa occidentale, evidenziando ritardi nel riconoscimento dei diritti e nell’attuazione di politiche efficaci per garantirne l’accesso. La salute sessuale e riproduttiva è uno degli ambiti in cui il divario tra diritti formali e accesso reale è più evidente. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia perde circa tredici punti nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2023, il 57,1% dei ginecologi si è dichiarato obiettore, tra le percentuali più alte in Europa. A questa si aggiunge l’obiezione degli anestesisti (35,1%) e del personale non medico (30,9%). Su 540 case di cura autorizzate con reparto di ostetricia e ginecologia, solo 327 (61,1%) operano effettivamente l’Ivg. Quasi il 40% delle strutture potenzialmente abilitate non eroga il servizio. Anche sull’accesso alla contraccezione l’Italia si ferma al 62,7%: il sito governativo sulla contraccezione è giudicato insufficiente per qualità delle informazioni su metodi, costi e accesso, rappresentando un ostacolo soprattutto per le giovani generazioni.

Persone migranti e rifugiate, il quadro normativo peggiora

In materia di integrazione e diritti delle persone migranti e rifugiate l’Italia è tra i dodici Paesi che hanno peggiorato le proprie politiche nel periodo considerato (2020-2023): il decreto legge n. 20 del 2023, noto come decreto Cutro, ha ristretto l’accesso alla protezione speciale, eliminato la possibilità di convertire il relativo permesso di soggiorno in un permesso di lavoro e aumentato da 120 a 135 giorni il periodo massimo di trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Tra il 2014 e il 2024, sottolinea il report, si contano 15 decessi avvenuti all’interno o in diretta conseguenza del trattenimento nei Cpr.

Le attitudini verso le persone migranti sono tra i temi più problematici anche per quanto riguarda l’opinione pubblica. Tra il 40% e il 50% della popolazione assume posizioni indefinite sulla migrazione, quota molto più alta rispetto ad altri temi. Restano radicati stereotipi di genere e pregiudizi verso minoranze razzializzate: nel 2023 più di un rispondente su quattro si dice a disagio se una persona rom avesse una carica politica di rilievo, uno su tre se fosse un collega, quasi uno su due se avesse una relazione sentimentale con la propria prole

Diritti Lgbtqia+, leggi indietro rispetto all’opinione pubblica

Scoraggiante anche l’analisi delle politiche Lgbtqia+. Come emerge dalla Rainbow Map 2025, l’Italia, con solo 24 punti su 100, è l’unico paese dell’Europa sud e occidentale con un indice al di sotto del 30%. Sebbene nei sondaggi tra il 65% e il 70% dei rispondenti italiani si dichiari d’accordo con l’affermazione secondo cui le persone gay e lesbiche dovrebbero essere libere di vivere la propria vita come desiderano, l’Italia non offre una protezione adeguata in ambito sanitario o educativo, né alcuna legge che qualifichi i reati motivati legati alla discriminazione per sesso, orientamento sessuale e identità di genere. Il riconoscimento legale per le persone trans è parzialmente disponibile ma il percorso rimane complesso, costoso e avvilente senza procedure per i minori, per i quali è anzi in discussione una proposta restrittiva sui percorsi di affermazione di genere.

Disabilità, il divario tra leggi e realtà

I diritti delle persone disabili rappresentano un ambito in cui il divario tra adesione formale agli standard internazionali e condizioni materiali di inclusione è particolarmente marcato. L’Italia è stato tra i primi Paesi europei a ratificare la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ma i dati comparativi restituiscono un quadro di attuazione lenta e strutturalmente disomogenea.

Gli indicatori di inclusione delle persone con disabilità messi in evidenza nel rapporto danno all’Italia un punteggio medio di 5,5 su 10 nel 2024 e nel 2025. Il 67,7% delle persone con disabilità grave tra i 15 e i 64 anni risulta fuori dalla forza lavoro, cioè né occupato né in cerca di occupazione. Una condizione di inattività strutturale, spesso legata a ostacoli cumulativi di natura sanitaria, sociale e istituzionale.

Uguaglianza di genere: apertura formale, resistenze concrete

Nonostante l’opinione pubblica italiana mostri apertura formale ai principi di uguaglianza, ci sono resistenze concrete quando l’uguaglianza riguarda esperienze vissute più che dichiarazioni astratte. «La sfera familiare è l’ambito in cui tali resistenze emergono con maggiore forza e in modo trasversale – si legge nel rapporto – Riflettendo le retoriche escludenti di attori politici che fanno della difesa della “famiglia tradizionale” la loro bandiera». Riguardo la violenza maschile contro le donne, ad esempio, la discriminazione dichiarata nelle indagini generaliste è sistematicamente inferiore a quello che emerge quando si coinvolge direttamente la popolazione esposta. Questo scarto ha implicazioni dirette per il dimensionamento dei sistemi di tutela, che vengono calibrati su cifre che sottostimano strutturalmente la pervasività di discriminazioni e violenze. Uno sbilanciamento che emerge anche nell’accesso agli strumenti di tutela: la conoscenza degli organismi preposti alla protezione dalle discriminazioni è insufficiente tra le popolazioni più esposte, e le barriere all’accesso (linguistiche, economiche, giuridiche, culturali) riducono ulteriormente la capacità di queste popolazioni di far valere i propri diritti.

Rendere visibile ciò che accade nei meccanismi legislativi, «un atto di cittadinanza»

Come evidenza Semia, l’erosione delle tutele passa sempre meno da divieti espliciti e sempre più da meccanismi silenziosi: mancata applicazione delle norme, accesso diseguale ai servizi, priorità politiche selettive. A pagarne le conseguenze sono soprattutto donne, persone Lgbtqia+, persone migranti, persone con disabilità e soggettività economicamente fragili, intrappolate in quella che l’indagine definisce una «cittadinanza sospesa». I dati raccolti ì sono un punto di partenza: «Un’istantanea – come li definisce Semia – ma i processi che documenta sono tendenze in movimento. L’erosione della capacità parlamentare, la crescita della produzione restrittiva, lo spostamento del baricentro verso l’esecutivo, lo scollamento tra opinione pubblica e legislazione, la costante difficoltà nell’esperienza quotidiana di alcune comunità nella fruizione di diritti pur garantiti sono traiettorie che richiedono uno sguardo continuativo». In Italia, conclude il rapporto, «resta da costruire un monitoraggio indipendente, comparabile e aggiornato dell’iter delle proposte sui diritti. Rendere visibile ciò che accade dentro i meccanismi legislativi è già, di per sé, un atto di cittadinanza».

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