
Tra pochi mesi Emmanuel Chidi Nnamdi sarà morto da 10 anni.
Era il 5 luglio 2016 quando Emmanuel Chidi Nnamdi, 36 anni, rifugiato nigeriano, passeggiava per le strade di Fermo insieme alla sua compagna. Un uomo si è avvicinato, le ha urlato “scimmia” e Emmanuel ha reagito per difenderla. Poi è iniziato uno scontro e qualche ora dopo Emmanuel è morto. Causa dichiarata: emorragia cerebrale. Causa reale: razzismo.
Tra pochi mesi saranno dieci anni dalla sua morte ma il razzismo che lo ha ucciso non è morto con lui.
Cosa è successo in questi dieci anni? Abbiamo raccolto la sua lotta o abbiamo lasciato che morisse con lui?
Dalla denuncia al contraccolpo culturale
«Da dove vieni?» è quella domanda curiosa che viene posta a persone non bianche per conoscerne le origini. Ma se quella domanda viene posta 15 volte al mese per tutta una vita diventa il ricordo costante che non si appartiene e mai si apparterrà. Si chiama razzismo interpersonale e si riferisce a battute, commenti e micro aggressioni agite da una persona verso l’altra. Dieci anni fa le microaggressioni esistevano ma non avevano ancora un nome condiviso e diffuso. Oggi lo riconosciamo e in alcuni contesti sappiamo chiamarlo con il suo nome: razzismo.
Il razzismo infatti non riguarda solo gli altri: sono le parole che ascoltiamo in famiglia, le battute in televisione. Cresce e monta dentro di noi, si annida nel linguaggio che usiamo e nell’immaginario che contribuiamo a costruire ogni giorno. Significa prenderci la responsabilità di ciò che ignoriamo e accettare di essere parte del problema.
La n-word (ne*ro), ad esempio, è ancora utilizzatissima dai media ma anche nel linguaggio comune. Deriva etimologicamente dal latino niger (nero), passato allo spagnolo e portoghese come neg*o e poi entrato in inglese come termine descrittivo per le persone di pelle scura. Nel contesto della tratta atlantica degli schiavi e del sistema schiavista, il termine ha assunto connotazioni fortemente dispregiative: venne usato per ridurre, disumanizzare e giustificare la violenza e lo sfruttamento contro le persone africane e i loro discendenti. Nel XIX e gran parte del XX secolo la parola è stata impiegata come insulto esplicito e come strumento linguistico di esclusione nelle leggi, nei discorsi pubblici e nella cultura popolare. Con il tempo è diventata uno dei segni più carichi della supremazia bianca e del razzismo istituzionale.
Oppure espressioni come “di colore” o “color carne”, che presuppongono uno standard implicito: il bianco. Chiamano altro chi non rientra nella norma e rendono invisibile la pluralità delle carnagioni.
Sono solo parole, eppure portano con sé un immaginario preciso: quello della schiavitù, della disumanizzazione, della violenza sistemica contro i corpi neri.
Secondo la relazione dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali al parlamento del 2024, che richiama i dati dell’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali, il 34% delle persone afro discendenti in Europa dichiara di aver subito discriminazione, in aumento di 10 punti percentuali rispetto al 2016, quando la quota era pari al 24%.
È l’effetto del backlash, il contraccolpo. Una resistenza che ha generato una vera e propria reazione culturale organizzata: contro il linguaggio antirazzista, le richieste di rappresentanza, la possibilità stessa di nominare il razzismo senza essere accusati di esagerare o di dividere. Il backlash culturale è una risposta reazionaria violenta contro cambiamenti sociali percepiti come troppo rapidi, un meccanismo di difesa conservatore che si attiva quando le conquiste progressiste sembrano minacciare l’ordine tradizionale.
L’ascesa dei movimenti populisti in Europa, la Brexit, l’elezione del presidente Trump negli Stati Uniti: sono tutti esempi di questo fenomeno globale. Questa reazione non nega frontalmente il razzismo ma ne ridimensiona la portata, lo riduce a questione di sensibilità individuale, lo svuota di ogni dimensione strutturale. Si è tradotta in politiche sempre più ostili verso le persone migranti, nella delegittimazione sistematica del dibattito antirazzista, nel rafforzamento di narrazioni che dipingono chi denuncia discriminazioni come una minaccia all’identità nazionale. E così facendo blocca qualsiasi possibilità di cambiamento reale.
Leggi e dati: i grandi assenti
Nel 2016 in Italia il dibattito era ancora centrato sul rafforzamento degli strumenti normativi come la legge Mancino, approvata nel 1993 per contrastare atti, gesti e slogan legati all’ideologia nazifascista e per punire la propaganda e l’incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Una legge pensata per sanzionare penalmente le discriminazioni e i discorsi d’odio. Nel 2026 il problema non è poi così diverso: le leggi non producono trasformazione culturale né deterrenza sociale.
Il rapporto dell’European commission against Racism and intolerance del consiglio d’Europa evidenzia che l’Italia non dispone di un sistema efficace per prevenire, registrare e perseguire i crimini d’odio razzisti nonostante l’esistenza di un quadro normativo formale. I dati disponibili si basano prevalentemente su segnalazioni volontarie con una sotto denuncia aggravata dalla sfiducia delle persone razzializzate nelle istituzioni.
Mancano le leggi, ma manca anche chi si impegni per renderle credibili, praticabili, agite. C’è una distanza enorme tra norme e pratiche, un’applicazione discontinua delle leggi antidiscriminatorie che genera disillusione verso il diritto e il legislatore.
A dieci anni di distanza il dato più solido sul razzismo in Italia è un’assenza: non esiste un sistema strutturato di raccolta dati sulle discriminazioni e sulle violenze etnico-razziali, perchè ciò che non viene misurato non diventa priorità politica. Il razzismo in Italia non è solo poco contrastato: è poco conosciuto perché non è mai stato trattato come un problema serio.
Se sei nero e razzista
“Se non puoi batterli, unisciti a loro”. Quando il linguaggio antirazzista viene ridicolizzato, quando chi denuncia discriminazioni viene accusato di vittimismo, quando parlare di razzismo diventa un rischio sociale, molte persone razzializzate scelgono il silenzio o l’adattamento.
Il razzismo interiorizzato riguarda quelle credenze che rafforzano visioni negative verso il proprio gruppo di appartenenza. È l’effetto di vivere in una società che insegna fin da piccoli che certi corpi, certe culture, certe storie valgono meno. Si manifesta quando ci si distanzia pubblicamente dalla propria comunità per essere accettati, quando si ripetono stereotipi razzisti contro altre persone razzializzate pensando di guadagnare credibilità, quando si entra in spazi di potere e se ne adotta il linguaggio discriminatorio pur di restarci.
In tutta la storia della Repubblica italiana abbiamo avuto due deputati neri, Jean-Léonard Touadi (PD, 2008-2013) e Aboubakar Soumahoro (Gruppo Misto, 2022 – in corso); una ministra nera, Cécile Kyenge (Ministra per l’Integrazione, 2013-2014, poi deputata e parlamentare europea per il PD); e un senatore nero, Tony Iwobi, eletto nel 2018 nella Lega. Sembra paradossale: ci sono politici neri che sostengono politiche anti-immigrazione, voci razzializzate che legittimano narrazioni razziste. Loro sono il prodotto di un sistema che premia chi si adatta e punisce chi resiste. È un fenomeno estremamente doloroso per la comunità razzializzata perché spezza la solidarietà interna e rende ancora più difficile costruire resistenza collettiva.
Il razzismo interiorizzato è anche il più difficile da misurare. Non esistono dati che contino quante volte una persona sceglie di tacere, di adattarsi o non esporsi. Ma esistono indicatori che ne mostrano gli effetti: in Italia, secondo il rapporto “Being black in the EU” dell’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali del 2023, solo il 23% delle persone afro discendenti conosce i propri diritti antidiscriminatori. È uno dei livelli più bassi in Europa.
Tutte le battaglie ancora in corso
Dal 2016 sono passati 10 anni e ci sarebbero ancora tante cose di cui parlare: c’è l’approccio coloniale che permea ancora il turismo e i libri di scuola. Ci sono le rappresentazioni stereotipate nei media che riducono le persone razzializzate a ruoli marginali o folkloristici. C’è il tokenismo, quella pratica per cui si inserisce una persona razzializzata in uno spazio visibile per dimostrare di aver fatto la propria parte. Ci sono le donne nere, che sono ancora nettamente più discriminate delle donne bianche. C’è l’islamofobia, l’odio sistematico verso le comunità musulmane che si traveste da dibattito sulla sicurezza. Ci sono i CPR, spazi di violenza istituzionalizzata, dove migliaia di vite sono sospese in un limbo senza accuse né processi. Ci sono i decreti flussi, che trasformano l’immigrazione in una lotteria burocratica e politica.
Comunità e alleanze
Emmanuel è morto da 10 anni, eppure il razzismo non è morto con lui. Ma c’è una cosa bella che sta cambiando: sta nascendo finalmente una comunità fiera di persone razzializzate, la prima generazione italiana figlia di immigrati che non abita il Paese dei propri colonizzatori. Una generazione che non chiede permesso per esistere, che non si accontenta di essere tollerata e che pretende spazio e voce. Sono spazi di collettività, di cura, di guarigione. Ossigeno felice che resiste, fatto di una generazione che ha imparato a riconoscere il razzismo in tutte le sue forme e che sta costruendo strumenti propri per combatterlo.
Senza pretesa di esaustività, con l’invito di supportarle e di abitarle, ecco alcune community:
Blackn[è]ss Fest: festival milanese nato nel 2021 come spazio per connettere, conoscere e condividere momenti di riflessione antirazzista.
ColorY* community nata per le seconde generazioni italiane, uno spazio di condivisione e scambio tra culture che lavora per costruire un’Italia più consapevole, inclusiva e libera da pregiudizi e stereotipi.
Italiani senza cittadinanza: associazione indipendente e dal basso che esercita pressioni su legislatori e decisori politici per una riforma della legge sulla cittadinanza più equa e inclusiva. Partecipa a incontri istituzionali e audizioni parlamentari portando dati, testimonianze e proposte concrete, affiancando l’azione politica con mobilitazioni pubbliche per rendere il diritto alla cittadinanza un tema centrale nel dibattito nazionale.
Promus Italia: network di professionisti musulmani che uniscono eccellenza professionale e valori, al servizio della comunità e del bene comune.
Darda(she): laboratorio culturale che esplora eredità, comunità e identità attraverso una lente femminista intersezionale.
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