
Lo sguardo è lucido e fiero. Il sorriso illumina il viso fresco di rasatura. Abramo Rossi, 102 anni, è uno degli ultimi testimoni diretti della prigionia vissuta in un lager in Austria, durante la Seconda Guerra Mondiale. È accogliente, disponibile a rispondere alle domande e a dialogare. Per l’occasione indossa la giacca e la cravatta. Sul tavolo ha disposto fotografie e cimeli da mostrare e illustrare. La sua storia è lì, sparpagliata sul tavolo, salta fuori da fogli e documenti. Ci vuole poco a rievocarla con tutto il suo carico di dolore e sofferenza.
«Vi ho dato solo qualche notizia, anche se i cento anni mi hanno portato a dimenticare le parole facili» minimizzerà alla fine dell’intervista, dopo essersi raccontato con una semplicità disarmante. Gli attributi di forza e gentilezza, con cui si è soliti appellare le persone di questa parte d’Italia, gli calzano a pennello. Già. Qualche notizia che, però, ha il peso della Storia vissuta sulla propria pelle, con una dignità e una forza immense.
Abramo Rossi, nato il 6 marzo del 1924 a Colonnella, in provincia di Teramo, sottotenente “a titolo onorifico” dell’Arma dei Carabinieri, vive a Pescara con la sua famiglia. È uno degli ultimi IMI, come riportato sui documenti in suo possesso, un Internato Militare Italiano, a poter raccontare dal vivo l’orrore di diciannove mesi di prigionia, a poter testimoniare con le sue parole, oggi più che mai preziose, quello che è accaduto a lui e a circa 650mila tra soldati ufficiali italiani durante il secondo conflitto mondiale.
La cattura
«A 19 anni mi ero arruolato come carabiniere, ero carabiniere a cavallo» afferma con orgoglio. Era arrivato nella capitale l’11 marzo del 1943, l’Italia in guerra. La situazione precipitò dopo l’armistizio dell’8 settembre dello stesso anno. Rossi venne prelevato dalla caserma dei Carabinieri dalle truppe tedesche a Roma il 7 ottobre del 1943: «Ci hanno caricato come il bestiame» ricorda, alzando il braccio con uno sdegno ancora palpitante. Stipati nei vagoni di un convoglio chiuso dall’esterno, che venne fatto fermare nei pressi di Bologna, solo per consentire i bisogni fisiologici, furono deportati in Austria, per la precisione a Trofaiach, Stalag XVIII A, nella regione della Stiria.
Rossi era diventato un IMI, un Internato Militare Italiano, utilizzato, come altre decine di migliaia di soldati italiani, come forza lavoro. Con quella nomenclatura non erano più riconosciuti “prigionieri” secondo la Convenzione di Ginevra – anche la Croce Rossa Internazionale era impossibilitata ad aiutarli e ristorarli dalle tremende condizioni in cui versavano – per aver rifiutato di aderire alla repubblica sociale di Salò o di entrare nella fila dell’esercito tedesco. Ricorda bene il momento di quella richiesta Abramo Rossi – era l’aprile del 1944 – le gravi minacce subite, riportate in un suo memoriale. Furono costretti a rimanere pancia a terra per un’intera giornata, scrive Rossi nel libretto, ma nessuno di loro aderì alla proposta di collaborare. «No, no, io non potevo, come avrei potuto tradire l’Italia» dichiara categoricamente.
La vita nel lager
La vita nel lager era terribile, al di là di ogni immaginazione. Sembra impossibile credere alle privazioni e alle vessazioni che gli IMI dovettero subire. Freddo, fame, impossibilità di lavarsi e di cambiarsi, tra sporcizia e parassiti, la lontananza da casa, la morte dei compagni.
«Ogni mattina dovevamo alzarci alle quattro. Non c’era colazione, né pane, né caffè. Percorrevamo cinque chilometri a piedi per arrivare alla stazione. Avevamo zoccoli di legno, era molto difficile camminare nella neve in quel modo. Poi, dovevamo prendere un treno che ci avrebbe portato in una fonderia ad una ventina di chilometri, in località Leoben-Donawitz, per iniziare il primo turno alle 6. Ci avevano dato una tuta da meccanico, non avevamo cappotti e per questo provavamo a scaldarci un po’ vicino agli altoforni – rammenta – Il nostro compito era fabbricare le paratie per i carri armati. Lavoravamo dodici ore al giorno».
Il pasto, si fa per dire, era una brodaglia con qualche pezzo di patata, di rape o barbabietole, e un tozzo di pane da dividere. In fabbrica, però, il capo operaio lo aveva preso a benvolere, e gli faceva trovare del pane e dello speck nascosti in un posto concordato, in modo che nessuno lo venisse a scoprire. Le giornate passavano tutte uguali, scandite da ritmi massacranti, dallo sfinimento, da un lento e inesorabile logorio.
«Siamo rimasti lì fino al 15 aprile del 1945». Una data rimasta indelebile. Abramo Rossi subì anche un incidente sul lavoro che gli costò l’ingessatura di una gamba, ma nonostante questa difficoltà e ad altre numerose peripezie riuscì con mezzi di fortuna a fare ritorno a casa alla fine di maggio e a riabbracciare i suoi familiari.
La Giornata del 20 settembre 2025
«La libertà di cui oggi ci gioviamo ha un debito verso il coraggio di questi uomini» aveva affermato nel corso del suo intervento il 19 settembre 2025, in occasione della celebrazione della prima Giornata degli Internati militari italiani nei campi di concentramento tedeschi dopo l’8 settembre del 1943, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. All’evento aveva preso parte anche Abramo Rossi: «Desidero esprimere – e rinnovare – un saluto particolarmente intenso ad Abramo Rossi, ringraziandolo per la sua testimonianza, che ci ha coinvolti in maniera trascinante. La sua presenza ha conferito, e conferisce, lustro ulteriore a questo evento» aveva aggiunto il Presidente Mattarella.
«Del mio gruppo come reduce c’ero solo io – precisa, con una punta di emozione ripensando a quella giornata – gli altri miei colleghi sono tutti morti ed erano presenti solo i figli. Quando venni catturato ero il più giovane, avevo diciannove anni».
Per molti anni Abramo Rossi aveva scelto il silenzio, come è accaduto a tanti IMI. Dal 2000, invece, ha iniziato gradualmente a raccontarla nelle scuole, perché è grande il suo desiderio di parlare alle giovani generazioni. A cui lancia un altro messaggio, mosso da particolare apprensione per gli eventi degli ultimi mesi: «Bisogna fermare tutte le guerre subito» conclude.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com