
In Europa sbocciano i divieti digitali: in questa primavera 2026 è un susseguirsi di restrizioni di accesso ai social per i minorenni. E se la discussione sul tema è vivace già da qualche anno, è nelle scorse settimane che l’avanzamento di proposte di intervento ha preso un ritmo particolarmente incalzante. Ultime in ordine di tempo Cipro e, appena qualche giorno prima, la Grecia hanno annunciato leggi che introducono un’età minima per iscriversi alle diverse piattaforme.
Quasi contemporaneamente, inoltre, mentre in Francia Macron organizzava un (video)incontro sulla questione con una manciata di omologhi, da Bruxelles, la presidente della Commissione europea confermava: «la app europea per la verifica dell’età è tecnicamente pronta». Insomma, sembra che l’Unione abbia preso la rincorsa nel provare a gestire meglio il tema. Comunicazioni ufficiali e nuove regole a parte, però, quanto è efficace l’imposizione di un limite minimo per l’uso dei canali digitali del terzo millennio?
Sono sicuri processi e tecnologie introdotti per ritardare (intanto) l’iscrizione ai social? E vengono sufficientemente protetti i dati che bisogna fornire per garantire un controllo appropriato? Come è abbastanza ovvio – e a ben vedere anche opportuno – le tendenze principali seguite dai più, sono state presto accompagnate da alcuni sguardi perplessi e critiche.
Tra annunci ufficiali e leggi: la via del divieto
Iniziamo chiarendo come l’introduzione di certe restrizioni al mondo digitale per i minorenni è scattata soprattutto in risposta alle crescenti preoccupazioni sull’impatto dei social sui ragazzi. Molti studi ci dicono ormai da anni infatti che tra le giovani generazioni sono in crescita i livelli di depressione e ansia, i casi di bullismo e di dipendenza. Ed è allarmante poi lo stato di salute generale dei più piccoli, con la diffusione di casi di insonnia e patologie legate a sovrappeso e minore tempo trascorso all’aperto.
Su scala mondiale, l’apripista della strada di interventi restrittivi è stata l’Australia. Lì il primo gennaio di quest’anno è entrata in vigore la legge che proibisce ai minori di 15 anni di iscriversi a piattaforme come Facebook, Instagram o TikTok. Guardando all’Unione europea, la Francia è tra la nazioni più grandi a seguire da vicino l’esempio di Canberra – anche grazie al chiaro interesse del suo presidente. Parigi, infatti, ha già votato in prima battuta un provvedimento simile a quello australiano per bloccare l’accesso ai social agli under 15. E spera di veder entrare in vigore la norma a partire da settembre.
Nel frattempo altre proposte sono già state presentate in Slovenia e Portogallo, con Lisbona che, rispetto ad altre, punta a proibire sì l’accesso alla maggior parte delle piattaforme. Ma nel suo piano, esclude Whatsapp: la ragione ricadrebbe nell’alto utilizzo dei questo strumento per la comunicazione tra genitori e figli. Ancora, in Germania, il partito al potere ha approvato una mozione per limitare l’uso dei social sotto i 16 anni. E in Italia, dove secondo una recente indagine la stragrande maggioranza dei cittadini è a favore di una limitazione dei social ai minorenni, il Governo starebbe lavorando a un disegno di legge per intervenire in questa direzione.
Tra tutti gli Stati Ue, una situazione avanzata è quella greca. Atene, dicevamo prima, è stata la penultima* ad annunciare a inizio aprile, l’approvazione di una nuova norma che impedirà l’accesso ai sistemi di comunicazione e scambio contenuti online agli under 15 a partire dal primo gennaio 2027. Riportando la notizia, l’agenzia Reuters spiegava: «nel momento in cui la legge entrerà in vigore, le piattaforme saranno responsabili di ri-verificare l’età di tutti gli utenti iscritti nel Paese per escludere i minori di 15 anni». Secondo le fonti ufficiali, poi, «il ruolo dello Stato sarà limitato ad assicurarsi che (le società) rispettino la legge. E a intervenire di fronte a violazioni».
Lo stesso primo ministro Kyriakos Mītsotakīs, ha spiegato come questo provvedimento punta a proteggere i giovani «da un design che crea dipendenza di certe piattaforme. E dal loro modello di profitto che si basa su quanto tempo si passa davanti allo schermo di un dispositivo mobile che impedisce l’innocenza e la libertà» ai ragazzi.
Per il momento, nel vecchio continente, una voce contraria si alza dall’Estonia, unico Paese membro dell’Unione che si oppone a progetti di divieto. Secondo la ministra per l’educazione di Tallinn, Kristina Kallas, riportata da EuNews, «questo approccio non risolve il problema», perché «i ragazzi troveranno molto presto le vie per aggirare (le restrizioni) e continuare a usare i social». Una visione che rispecchia la posizione espressa da diversi attivisti impegnati sul tema, secondo cui, tra l’altro, le restrizioni potrebbero incanalare i giovani verso ambienti digitali più oscuri e pericolosi.

Solo interventi tecnici?
È chiaro come la situazione legislativa, non solo in Europa, stia vivendo una fase particolarmente vivace. In evoluzione rapidissima. Da una parte, a livello mondiale è cresciuto in pochi anni il numero di Stati che hanno iniziato a interessarsi e discutere attivamente dell’introduzione di limiti di età per l’accesso ai social. Secondo i dati Ocse, nel 2023 un solo Paese considerava questo tipo di interventi restrittivi. Stando alle ultime rilevazioni, in aprile sono 25 le nazioni impegnate in discussioni simili. In tre Paesi (Australia, Brasile e Indonesia) addirittura, una legge è già in vigore.
Dall’altra, inoltre, la necessità di intervento urgente è sempre più condivisa dalla società in generale. I risultati di una recente indagine YouGov condotta su cinque nazioni europee, lo confermano. In Francia il 79% degli adulti è a favore di un divieto di accesso ai sociali per i minori di 16 anni. Divieto appoggiato dal 76% dei residenti nel Regno Unito, dal 74% in Germania, dal 70% in Italia e dal 66% in Spagna. Meno convinti, per quanto comunque con percentuali superiori alla metà della popolazione, i polacchi. Qui supportano azioni per restringere l’accesso ai minorenni il 53% degli adulti. Mentre il 39% si dicono contrari.

A prescindere dalle preferenze dell’opinione pubblica, comunque, quando le iniziative raggiungono una portata estesa facilmente la discussione finisce sotto la lente di ingrandimento degli esperti. Durante un recente vertice sugli standard globali per la verifica dell’età a Manchester, per esempio, è stato evidenziato che le iniziative preferite potrebbero finire a considerare i rischi complessi per la società come risolvibili attraverso interventi puramente tecnici. La senior advocacy officer e head of tech della Civil liberties union for Europe, Eva Simons, dalla testata Tech Policy Press sosteneva, poi: «Ci stiamo concentrando sull’accesso, ma il problema vero è come le piattaforme catturano l’attenzione e promuovono i contenuti». E, continuava, «Il tema centrale non è l’età del bambino. Ma come funzionano i social media».
Nonostante alcune critiche, è comunque chiaro un desiderio condiviso degli Stati di attivarsi nell’ideare interventi che limitino l’accesso ai social dei ragazzi (in genere tra i 13 e i 16 anni). Anche se per ora non è del tutto chiaro se e quanto le restrizioni funzionano.
Le rilevazioni a disposizione infatti non offrono conclusioni per ora definitive. Sono, infatti, passasti pochi mesi da quando è entrato in vigore il primo esperimento. E, inoltre, per ora è molto evidente la facilità di aggirare le regole. Lo confermano le primissime analisi che arrivano dall’Australia. Intanto non sono cambiate troppo, tra i ragazzi, le abitudini d’uso dei social. Il 61% degli australiani tra i 12 e i 15 anni dichiara di accedere ancora a piattaforme tecnicamente per loro proibite. E il 70% sostiene che è semplice aggirare le restrizioni. E non si registrano ancora cali, per esempio, dei casi di bullismo.
Chi protegge i dati?
In attesa di maggiori dati che permettano indagini migliori, l’Europa in questo caso non sembra muoversi totalmente in ordine sparso. Accennavamo in apertura che quasi in contemporanea al video-meeting organizzato da Macron per discutere di età minima digitale con altri capi di Stato, Ursula von der Leyen annunciava una app comunitaria per la verifica dell’età. Uno strumento che, secondo la presidente della Commissione stessa «soddisfa tutti i requisiti: (offre) i più elevati standard di privacy del mondo; funziona su qualsiasi dispositivo; facile da usare e completamente open source». Essendo a disposizione di tutti i Paesi, come ha affermato von der Leyen, «non ci sono più scuse» nel non muoversi per proteggere i bambini da contenuti illegali e dannosi.
Come procedono spediti i lavori per una trovare una via di armonizzazione, si sono attivati altrettanto velocemente anche le analisi specifiche sull’efficacia degli strumenti proposti. E sono bastate poche ore perché alcuni esperti sollevassero i loro dubbi. Osservata speciale, per esempio, la questione della sicurezza. Secondo i critici, la app non sarebbe affatto pronta per il rilascio. Qualcuno si è spinto a definirlo addirittura un prodotto hackable by design (progettato per essere hackabile). A riprova di questo, entro un giorno dal suo rilascio, un consulente di cyber sicurezza ha postato su X un video su come bypassare efficacemente il sistema di verifica europeo in un paio di minuti.
Insieme alle questioni legate di funzionalità specifica della app e ai timori sulle debolezze tecniche (con tool anche molto semplici, per esempio un vpn, si possono agilmente aggirare i limiti), sono emerse anche domande sulla protezione dei dati personali richiesti. La quantità di informazioni da fornire per usufruire del sistema risulterebbe infatti un piatto molto allettante per chi ha intenzioni fraudolente e criminali**.
Salute mentale e “salute” digitale
Qualsiasi posizione si tenga – che si applauda o meno l’azione della Commissione Ue o le iniziative nazionali per restringere l’uso dei social – non si può pensare che una soluzione singola risolva il problema.
Quando si parla di ragazzi e smartphone infatti si toccano da subito ambiti diversi, per quanto spesso collegati. Si solleva, per esempio, il tema del declino della loro salute mentale. Dei numeri in crescita della dipendenza dai device e del calo delle performance scolastiche insieme alle preoccupazioni sull’aumento dei casi di violenza (autolesionista o di bullismo online e offline). Ecco che allora l’intervento deve poter coinvolge più aspetti. A partire dalle famiglie, dagli adulti e dalle scuole.
È significativo intanto che si continua ad allungare la lista di Paesi e regioni europee che proibiscono di portare i cellulari nelle strutture scolastiche e durante le lezioni. Azioni che intanto possono contenere l’(ab)uso dei device nei luoghi di aggregazione per i giovani. Ma a questo intervento si deve necessariamente oggi accompagnare a uno sforzo collettivo di educazione digitale. Dei ragazzi, certo, ma anche della società tutta.
L’Estonia per prima – ricordiamolo, l’unica nazione che non ha intrapreso la via dei divieti -, incita Bruxelles a investire in programmi di alfabetizzazione digitale. Tanti europei infatti sono oggi ancora poco attrezzati a “vivere” il mondo digitale con un livello di conoscenza e coscienza sufficiente. Con ridotte possibilità di comprendere i pericoli di falle di sicurezza negli ambienti online o di contestualizzare l’impatto delle nuove tecnologie nella diffusione di informazione errate, falsa quanto addirittura malevole.
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* L’ultima nazione europea ad annunciare un passo deciso verso il divieto di accesso ai social media per adolescenti è stata Cipro. Il 15 aprile, applaudendo l’introduzione di un sistema europeo per la verifica digitale dell’età, il presidente Christodoulides ha annunciato che Nicosia accoglierà la misura continentale e andrà un passo oltre fissando a 15 anni l’età minima per creare e mantenere un profilo sui social.
** Un dubbio certamente legittimo per quanto, però, il sistema europeo sarebbe basato su una “zero-knowledge base”, ovvero gli utilizzatori dei social media potranno verificare la loro età senza condividere con le piattaforme i dati personali.
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