
«Vogliamo che il 2026 sia l’anno in cui dimostriamo che la storia non è un destino, ma una scelta. Il momento di fare la storia è adesso: le persone che resistono ogni giorno alle ingiustizie e alle pratiche autoritarie lo dimostrano e sono il nostro esempio». Così Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, mostra il cuore del Rapporto 2026 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in 144 Paesi, presentato lo scorso 21 aprile all’Università Roma Tre. Un luogo, quello scelto per la presentazione, che chiama all’appello la responsabilità dell’istruzione come antidoto agli autoritarismi: «Promuovere la cultura dei diritti umani significa dare concretezza alla più alta missione universitaria» ricorda il rettore Massimiliano Fiorucci.
E, per farlo, serve avere consapevolezza su quello che accade nel mondo: «Il ruolo di Amnesty è quello di presentarci uno specchio per capire cosa sta succedendo in 144 Paesi – osserva la prorettrice Anna Lisa Tota – Una bilancia sistematica, super partes e autorevole che rende la democrazia possibile, ricordandoci che il potere deve vincolare sé stesso». Dalle università al mondo, «Educare non è un gesto neutro, ogni volta che un insegnante entra in aula porta con sé una visione del mondo», sottolinea il prorettore Marco Catarci: ampliare lo sguardo, e aprirlo verso i diritti, è una postura capace di cambiare le cose.
«È sbagliato pensare che contro i bulli non ci sia più niente da fare – sottolinea Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – Le persone resistono: viviamo tempi strani, in cui alla società civile spetta un doppio ruolo. Non solo produrre cambiamento, ma anche proteggerlo quando le istituzioni lo mettono a rischio».
Diritti «sull’orlo del precipizio»
«Non è un manuale da mettere su uno scaffale, ma uno strumento che serve per attivarci – sottolinea Ileana Bello, direttrice generale di Amnesty International Italia – Un aspetto poco conosciuto è che questo volume salva vite umane: è sempre più utilizzato in sede giudiziaria. Avvocati e avvocate lo utilizzano per impedire espulsioni o estradizioni verso Paesi in cui le persone rischierebbero torture, morte o trattamenti degradanti».
Il Rapporto 2026 racconta l’ultimo anno segnato da «attacchi predatori al multilateralismo, al diritto internazionale e alla società civile, portatori dell’idea di un ordine mondiale basato su razzismo, patriarcato, disuguaglianza e agende contrarie ai diritti umani». Per questo, ricorda Bello, «viene citato anche in interrogazioni parlamentari riguardanti i rapporti bilaterali dell’Italia con altri Paesi».
Il 2025, sul fronte dei diritti, è stato un anno da «orlo sul precipizio», come lo definisce il Rapporto. «Abbiamo di fronte il periodo più sfidante di quest’epoca – commenta Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International – L’umanità è attaccata da movimenti transnazionali contrari ai diritti e da governi predatori che vogliono affermare il loro dominio attraverso guerre illegali e sfacciati ricatti economici».
La crisi del diritto internazionale
Il sistema internazionale di tutela dei diritti umani è sotto pressione come non accadeva da decenni. Il rapporto di Amnesty International documenta una diffusione sempre più ampia di crimini di diritto internazionale e, parallelamente, un attacco sistematico agli strumenti chiamati a garantirne l’accertamento.
Dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, Israele continua le operazioni contro la popolazione palestinese, tra accuse di genocidio, apartheid e violenze diffuse sostenute anche da attori politici. Sul piano globale, gli Stati Uniti sono responsabili di esecuzioni extragiudiziali e operazioni militari contro il Venezuela, mentre la Russia intensifica gli attacchi contro infrastrutture civili in Ucraina. In Myanmar, l’esercito colpisce villaggi con attacchi aerei; in Sudan il conflitto è alimentato anche dal supporto esterno agli attori armati, con massacri e violenze sessuali contro i civili. Nella Repubblica Democratica del Congo, l’avanzata del gruppo M23 sostenuto dal Ruanda ha portato alla presa di città strategiche come Goma e Bukavu, tra uccisioni e torture.
In Medio Oriente, le tensioni tra Israele, Iran e Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte di escalation, con attacchi e rappresaglie che mettono a rischio milioni di persone e infrastrutture essenziali. La repressione interna si intensifica: in Afghanistan i talebani continuano ad attaccare drasticamente i diritti delle donne; in Iran la risposta alle proteste si traduce in una delle più violente repressioni degli ultimi decenni.
A questo scenario si aggiunge l’indebolimento dei meccanismi di giustizia internazionale. Stati Uniti, Russia e Israele hanno ostacolato il lavoro della Corte penale internazionale, tra sanzioni, mandati di arresto contro funzionari e disimpegno dai trattati. L’Europa, nel complesso, fatica a reagire: mancano prese di posizione incisive e azioni concrete per fermare le violazioni o limitare il trasferimento di armi. Alcuni Paesi, tra cui Italia e Ungheria, non hanno dato seguito a mandati della Corte, mentre Francia, Germania e Polonia hanno lasciato intendere possibili aperture nella stessa direzione.
Il quadro che emerge è quello di un sistema multilaterale indebolito, in cui le regole vengono sempre più spesso ignorate proprio da chi dovrebbe difenderle. Una deriva che, secondo Amnesty, rischia di compromettere in modo duraturo l’intero impianto dei diritti umani a livello globale.
Le crisi “invisibili”: il genocidio in Sudan
In questo quadro, Amnesty invita a non fermarsi ai casi più visibili. «Non dobbiamo immaginare che le violazioni dei diritti umani più note siano quelle più gravi – spiega Riccardo Noury – I comportamenti predatori che denunciamo in questo volume non sono solo quelli noti di Putin, Netanyahu e Trump». Il caso del Sudan è emblematico di questa rimozione. «La popolazione del Sudan è entrata nel quarto anno della più grave crisi umanitaria contemporanea: quasi del tutto ignorata – sottolinea il portavoce di Amnesty Italia – Le fonti giornalistiche sono arrivate a stimare circa 150mila vittime civili. Su poco più di 50 milioni di abitanti, un quinto non è più a casa propria. Milioni di persone sono in fuga, mentre la crisi umanitaria si aggrava».
In Sudan, sottolinea Amnesty, non si parla solo di guerra. «In questi anni sono stati commessi crimini di guerra e contro l’umanità e, come rilevato dalle Nazioni Unite, anche il crimine dei crimini: il genocidio», riferisce Noury. Lo scorso 25 ottobre, le Forze di supporto rapido (Rsf) hanno preso il controllo di El Fasher, una città nel Darfur settentrionale, dopo un assedio durato 18 mesi, caratterizzato da una serie ininterrotta di attacchi. Dopo avere preso il comando, le Rsf hanno compiuto uccisioni di massa di civili, sottoposto a violenza sessuale donne e ragazze e catturato ostaggi a scopo di riscatto.
L’assedio prolungato e il blocco degli aiuti umanitari hanno innescato situazioni di carestia nei campi per sfollati interni dell’area. Molte persone civili, anche minori, sono rimaste intrappolate nella città, esposte al grave pericolo di ulteriori attacchi e abusi. Le Forze armate sudanesi e i loro alleati hanno ucciso decine di civili in rappresaglia per la loro sospetta collaborazione con le rivali Forze di supporto rapido, che a loro volta hanno compiuto uccisioni illegali di civili, comprese uccisioni di massa durante gli attacchi sferrati nel Nord Darfur. Storie e fatti che, come sottolinea il Rapporto, non possono più rimanere al buio.
L’impunità che indebolisce la giustizia
«L’ordine mondiale dei predatori ignora e ridicolizza la giustizia razziale, di genere e sociale, rifiuta la solidarietà internazionale – spiega Bonetti – Ci propone la deumanizzazione dell’altro: una visione del mondo che non si fonda sul rispetto, ma sulla forza militare, sull’egemonia tecnologica e sulla potenza economica». A renderlo possibile è il crescente clima di impunità. Nel 2025, potenze come Stati Uniti e Russia hanno attaccato direttamente i meccanismi internazionali di accertamento delle responsabilità: Washington ha imposto sanzioni contro procuratori e giudici della Corte penale internazionale e contro rappresentanti delle Nazioni Unite e organizzazioni palestinesi, nel tentativo di ostacolarne il lavoro; Mosca ha risposto con mandati d’arresto contro funzionari della stessa Corte.
Nel frattempo, diversi Stati hanno scelto l’inazione: l’Unione europea non ha attivato strumenti di protezione come lo “statuto di blocco”, mentre Paesi membri della Corte penale internazionale, tra cui Italia, Ungheria e Tagikistan, non hanno eseguito mandati d’arresto. Burkina Faso, Mali e Niger hanno annunciato il ritiro dallo Statuto di Roma, e l’Ungheria ha formalizzato la sua uscita. Nonostante questo, i meccanismi di giustizia internazionale continuano a produrre risultati: la Corte penale internazionale ha emesso mandati contro leader talebani per persecuzione di genere, ha processato responsabili di crimini in Libia e Sudan e ha ricevuto l’ex presidente delle Filippine Rodrigo Duterte per le uccisioni legate alla “guerra alla droga”. Altri procedimenti riguardano figure come Joseph Kony in Uganda.
Emergono anche nuovi strumenti: il Consiglio d’Europa ha istituito un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, mentre le Nazioni Unite hanno creato un meccanismo investigativo indipendente per l’Afghanistan. Il quadro resta però contraddittorio: da un lato, tentativi concreti di accertare le responsabilità; dall’altro, una crescente resistenza politica che rischia di svuotare questi strumenti. «Il diritto internazionale non è un’illusione – aggiunge la presidente di Amnesty International Italia – È necessario affrontarne i fallimenti e l’applicazione selettiva per fare in modo che possa difendere tutte le persone allo stesso modo».
La repressione del dissenso in tutto il mondo
Se l’impunità indebolisce la giustizia, il suo effetto più immediato si riflette nello spazio civico: nel 2025 l’attacco alla società civile si è intensificato in tutto il mondo. Governi e istituzioni hanno moltiplicato gli strumenti per ridurre al silenzio attivisti, organizzazioni e movimenti sociali, restringendo progressivamente il perimetro del dissenso.
Dalla repressione violenta delle proteste in Nepal e Tanzania, all’uso di leggi antiterrorismo e normative securitarie in Paesi come Cina, Egitto, India, Kenya, Stati Uniti e Venezuela, il dissenso viene sempre più trattato come una minaccia. Arresti di massa, uso eccessivo della forza, sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali diventano pratiche diffuse. Anche nei contesti democratici si registrano segnali preoccupanti: nel Regno Unito il divieto del gruppo Palestine Action ha portato a migliaia di arresti prima di essere dichiarato illegittimo, mentre in Turchia centinaia di manifestanti sono stati fermati dopo l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu. La repressione si evolve e consolida attraverso la tecnologia: molti governi, spesso con il supporto di attori economici, ricorrono a software-spia, censura digitale e sistemi di sorveglianza avanzati per limitare la libertà di espressione e il diritto all’informazione.
Negli Stati Uniti, strumenti basati sull’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per colpire studenti stranieri che avevano espresso solidarietà alla popolazione palestinese, attraverso arresti ed espulsioni. In Serbia, le autorità hanno impiegato spyware e prove digitali contro studenti, attivisti e giornalisti; in Kenya, tecniche di repressione online – tra cui intimidazioni, minacce e sorveglianza illegale – sono state usate per contenere le proteste giovanili.
In America Latina, Paesi come Ecuador, El Salvador, Nicaragua, Paraguay, Perù e Venezuela hanno introdotto normative che limitano l’azione delle organizzazioni civiche, incidendo su finanziamenti e operatività. A livello globale, i tagli agli aiuti internazionali – decisi anche da Stati Uniti, Canada, Francia, Germania e Regno Unito – indeboliscono ulteriormente le ong impegnate su diritti umani, clima e salute. Il risultato è un circolo vizioso: meno accountability a livello internazionale, più spazio per la repressione interna.
La società civile, sottolinea il Rapporto, non è solo sotto attacco: diventa uno dei principali terreni su cui si gioca la tenuta stessa dei diritti e delle libertà. «Un errore da non fare è di lasciare che la magnitudine dei crimini commessi nelle guerre di aggressione e nei conflitti interni oscuri le violazioni dei diritti umani che si verificano quotidianamente – specifica Noury – La stretta sul dissenso pacifico, il bavaglio alla libertà di stampa, la sorveglianza illegale di massa, l’invasione dell’intelligenza artificiale nelle nostre società, la violenza contro le donne, l’arretramento dei loro diritti sessuali e riproduttivi, le politiche di chiusura verso le persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, la discriminazione verso le comunità Lgbtqia+».
Violenza di genere, globale e sistemica
Nel generale arretramento dei diritti, infatti, la violenza di genere si conferma come una delle violazioni più diffuse e persistenti a livello globale. Donne e ragazze continuano a essere esposte a violenze sistemiche, senza accesso a protezione, giustizia o risarcimento, con discriminazioni che si intrecciano a fattori come classe, casta, migrazione o religione. In contesti di conflitto, la violenza sessuale viene utilizzata come arma. Le Nazioni Unite hanno documentato migliaia di casi in Paesi come Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Sud Sudan. In Sudan, in particolare, le Forze di supporto rapido hanno fatto ricorso a stupri sistematici per terrorizzare e sfollare la popolazione civile.
La violenza contro le donne non si limita alle aree di guerra. In Afghanistan, i talebani continuano a cancellare i loro diritti, vietando istruzione, lavoro e libertà di movimento. In America Latina, i femminicidi restano a livelli altissimi: in Argentina, dove si registra una vittima ogni 35 ore, il governo ha smantellato programmi fondamentali di prevenzione. In Georgia, la repressione delle proteste è stata accompagnata da abusi e minacce a sfondo sessista contro le manifestanti. Accanto alla violenza, si rafforzano anche le restrizioni ai diritti delle donne.
In diversi Paesi persistono ostacoli all’accesso all’aborto e all’assistenza post-aborto, mentre in altri si registrano passi indietro, come il divieto totale introdotto nella Repubblica Dominicana. Il quadro complessivo è quello di una regressione diffusa: la violenza di genere non è solo tollerata, ma spesso alimentata da politiche e narrazioni che limitano diritti e libertà, rendendo ancora più difficile per le vittime ottenere giustizia. Non va meglio per le persone Lgbtqia+: nuove leggi e politiche restrittive sono state adottate in Paesi come Ungheria, Slovacchia e Stati Uniti, mentre in altri contesti, dal Medio Oriente all’Africa, continuano arresti e persecuzioni per orientamento sessuale o identità di genere.
La situazione in Italia
«Fin dagli anni ’80 Amnesty ha scelto di investire risorse nella pubblicazione del volume in lingua italiana: è molto più di una pubblicazione, è il nostro biglietto da visita nel confronto con la società», ha ricordato Ileana Bello. Guardando alla scheda dedicata al nostro Paese, il quadro globale trova riscontro anche in Italia: qui il rapporto Amnesty segnala un progressivo indebolimento delle garanzie sui diritti fondamentali.
Nel 2025, la libertà di protesta è stata limitata da nuove misure che restringono il diritto di riunione pacifica. Giornalisti e attivisti sono stati esposti a minacce, pressioni legali e attività di sorveglianza, anche attraverso l’uso di spyware. «Le querele temerarie contro giornalisti e giornaliste da parte di figure istituzionali e politiche, anche per presunta diffamazione, hanno continuato a essere motivo di preoccupazione. La diffamazione è rimasta reato», si legge nel Rapporto, che continua: «Lo spyware Graphite di Paragon è stato utilizzato illegalmente per spiare persone impegnate nella difesa dei diritti umani e almeno due giornalisti».
Sul piano della giustizia, restano criticità strutturali: la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e per l’inefficacia delle indagini su violenze commesse da agenti dello Stato. Le politiche migratorie si confermano tra i punti più controversi. Il progetto di esternalizzazione delle procedure di asilo in Albania è stato fermato dai tribunali, mentre prosegue la cooperazione con Libia e Tunisia nonostante le evidenze di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone migranti.
Allo stesso tempo, le ong impegnate nei soccorsi in mare continuano a operare in un contesto normativo restrittivo. Sul fronte della salute riproduttiva e dei diritti sessuali, permangono importanti ostacoli nell’accesso all’aborto: «Le autorità hanno continuato a non garantire l’accesso a servizi di aborto legale – indica l’analisi – In un contesto in cui un numero elevato del personale sanitario è ricorso all’obiezione di coscienza, rifiutandosi di fornire tali servizi». La fotografia di un Paese in cui, anche quando i diritti non vengono formalmente messi in discussione, risultano sempre più compressi nella loro applicazione concreta.
La resistenza che arriva dal basso
Come si smonta l’ordine mondiale voluto dai «bulli»? Amnesty risponde riportando, alla fine del Rapporto, una selezione – su un totale di 268 – delle 12 migliori notizie, una per mese, del 2025. In molti casi, sono state abilitate dall’impegno e dall’attivismo della società civile: «Le persone manifestano, l’attivismo, le organizzazioni e i movimenti della società civile sono al lavoro per resistere, interrompere il progressivo smantellamento dei diritti e trasformare le cose – afferma Ilaria Masinara, responsabile ufficio campagne e ricerche di Amnesty International Italia – Mentre nel nostro Paese si sta verificando l’ennesimo ricorso da parte del governo allo strumento eccezionale del decreto-legge in materia di sicurezza pubblica, introducendo disposizioni che incidono profondamente sull’esercizio delle libertà di riunione, manifestazione e dissenso».
Nelle derive, i presìdi istituzionali e civili che restano attivi sono sponde da cui ripartire. «Le Nazioni unite non sono solo l’Onu: sono i relatori e le relatrici speciali, i meccanismi di accertamento dei fatti, le commissioni d’inchiesta, gli organi di giustizia internazionale, la Corte penale internazionale», ricorda Noury, portando un esempio: «La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la legge ungherese di propaganda anti-Lgbt deve essere rimossa perché viola il diritto europeo: le persone hanno sfidato il divieto del Pride di Budapest e poi sono andate a votare. Orbán farà altre mosse, ma intanto qualcosa è cambiato».
Nelle persone che resistono c’è la tutela e l’allargamento dei diritti: «Lo abbiamo visto a Minneapolis, dove il simbolo della rivolta è stato mettersi di traverso – sottolinea Noury – Lo vediamo in Europa, dove milioni di persone sono scese in piazza per Gaza; nelle sfide multigenerazionali in Paesi come Serbia e Georgia; nella mobilitazione della GenZ in contesti come Nepal e Madagascar, dove la pressione dal basso ha contribuito al crollo di governi». Dalle persone per le persone, nel segno dei diritti: «Dobbiamo ripartire dal loro esempio e dal loro coraggio – conclude Callamard, segretaria generale di Amnesty International – Per dare vita a coalizioni che reimmaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universale».
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