
In molti Paesi i diritti delle persone Lgbtq+ continuano a dipendere più dal codice postale che dai principi di uguaglianza proclamati dalle istituzioni. Nonostante anni di dibattiti pubblici e riforme legislative, l’accesso a tutele reali rimane disomogeneo e spesso fragile. Se in Europa, ci sono stati progressi significativi in Paesi come Malta e Belgio, in altre parti del mondo le cose non vanno meglio. Due scenari, insomma, che rivelano una verità scomoda: i diritti non sono mai acquisiti, sono sempre negoziati.
I diritti LGBTQ+ negli Usa: dieci anni in retromarcia
Dieci anni dopo la storica sentenza Obergefell vs. Hodges, che ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti, il movimento Lgbtq+ si trova in un momento di profonda incertezza. Se nel 2015 l’ottimismo era palpabile, oggi la comunità affronta un’ondata di restrizioni che colpiscono soprattutto le persone transgender, diventate il nuovo epicentro dello scontro politico.
La vittoria sul matrimonio egualitario, infatti, non ha solo aperto le porte a migliaia di unioni, ha anche innescato una reazione immediata e organizzata da parte degli oppositori dei diritti Lgbtq+. Proprio nei mesi successivi alla sentenza, infatti, i gruppi conservatori hanno iniziato a costruire una narrativa che dipingeva le persone trans come una minaccia per la sicurezza e i valori tradizionali.
Retorica anti – Lgbtq+ come arma politca
Il primo terreno di scontro è stato quello dei bagni pubblici. A Houston, infatti, un’ordinanza anti-discriminazione è stata affossata dopo una campagna basata su falsi allarmi riguardo al rischio che uomini malintenzionati ne potessero approfittare per dichiararsi donne e infilarsi nei bagni delle donne.
Nel 2016, il North Carolina ha approvato la prima legge che vietava alle persone transgender di usare i bagni corrispondenti alla loro identità di genere. Le proteste e i boicottaggi hanno portato al ritiro della norma, ma il segnale era chiaro: la battaglia era appena iniziata. Parallelamente, i gruppi conservatori hanno iniziato a testare quali temi risultassero più efficaci presso il proprio elettorato. Da lì è partita una strategia politica aggressiva, culminata in campagne elettorali mirate e in un’ondata di leggi statali restrittive che limitano, ad esempio, la possibilità di aggiornare le informazioni di genere su documenti d’identità e su altri, come certificati di nascita e patenti di guida. Ciò ha esposto le persone transgender al rischio di perdere il lavoro, subire molestie e altri danni.
La breve parentesi di Joe Biden
La vittoria del candidato democratico Joe Biden alle elezioni del 2019, ha dato nuovo slancio ai diritti Lgbtq+. Proprio a giugno 2020, ad esempio, la Corte Suprema ha stabilito che la legge federale protegge i lavoratori Lgbtq+ da ogni tipo di discriminazione. La sentenza storica ha esteso la protezione a milioni di lavoratori a livello nazionale: una sconfitta per l’amministrazione Trump, che nel primo mandato ha sostenuto che il titolo VII del Civil Rights Act che vieta la discriminazione basata sul sesso, non si estende alle affermazioni di identità di genere e orientamento sessuale.
Dai libri sull’inclusione vietati al divieto di servizio militare per le persone trans
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, la pressione sui diritti transgender è aumentata drasticamente. L’amministrazione ha adottato una serie di misure che vanno dal divieto di servizio militare per le persone trans, alla minaccia di tagliare fondi agli Stati con politiche scolastiche inclusive, fino ad arrivare a vietare l’adozione di libri dedicati alla diversity nei programmi educativi. Lo scorso 5 febbraio 2025, il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo intitolato “Tenere gli uomini fuori dagli sport femminili”, volto a vietare alle donne transgender di competere negli sport femminili.
Una manovra in totale controtendenza rispetto alle politiche inclusive avviate da Joe Biden durante il suo mandato. Proprio in quel periodo, infatti, era stata adottata un’ interpretazione estesa del “Titolo IX- tutela le donne dalle discriminazioni”, secondo la quale gli istituti scolastici non possono vietare agli studenti transgender di partecipare alle squadre sportive. Insomma, un attacco continuo che sembra inarrestabile. Eppure, secondo un sondaggio Gallup pubblicato a febbraio 2025, il 9,3% degli statunitensi si identifica come persona LGBTQ+, in aumento rispetto al 7,6% del 2023. Una comunità folta e viva che sta vedendo sgretolarsi pezzo dopo pezzo la tutela dei propri diritti.
La situazione in Europa e nel mondo
Ad oggi, solo 58 stati membri delle Nazioni Unite su 193, hanno una normativa sui crimini d’odio che faccia esplicito riferimento agli atti discriminatori contro la comunità Lgbtqia+ e solo 18 Carte costituzionali – come riporta Amnesty International- prevedono il divieto esplicito di discriminazione basata su orientamento sessuale.
L’Europa, dal canto suo, è un mosaico di progressi e arretramenti, dove la tutela delle persone Lgbtq+ avanza a scatti, mentre nuove legislazioni ostili minacciano conquiste che sembravano consolidate. La fotografia dei diritti nel 2026 mostra un’Europa divisa, con alcuni Paesi che rafforzano protezioni e inclusione, mentre altri imboccano la strada opposta, alimentando un clima di regressione democratica.
Secondo la Rainbow Map 2025, che classifica 49 Paesi europei in base alle loro politiche Lgbtq+, stati come l’Ungheria e la Georgia stanno vivendo una nuova fase restrittiva a causa delle nuove leggi anti diritti arcobaleno. Il divieto ungherese di eventi Pride con la conseguente criminalizzazione dei partecipanti, e il divieto radicale in Georgia di tutte le forme di rappresentanza e assemblea LGBTI, non sono incidenti isolati. Sono gli esempi più sorprendenti di una tendenza più ampia in cui i diritti umani vengono sistematicamente smantellati con il pretesto di preservare l’ordine pubblico. In realtà, tali misure aprono la strada a restrizioni radicali alle libertà fondamentali, compresi i diritti di protesta e di dissenso politico. In tutto questo, però, il dato più sconcertante riguarda il Regno Unito che ha perso sei posizioni nella classifica ILGA, segnalando un calo significativo nelle tutele.
Il caso del Regno Unito
A far perdere punti in classifica a Londra, ha contribuito una recente sentenza della Corte Suprema del Regno Unito che si è espressa sulla definizione legale di “donna” nell’ambito delle leggi sulle pari opportunità e sui diritti delle persone trans. In questa pronuncia risalente all’aprile 2025, l’Alta Corte ha stabilito che una donna deve essere definita “in base al sesso biologico”, e che i transgender non hanno diritto a condividere tutte le tutele previste per chi sia biologicamente di sesso femminile.
I giudici inglesi, quindi, hanno deciso che una donna transgender in possesso di un Gender Recognition Certificate , ovvero un documento ufficiale che riconosce legalmente il cambio di genere, non può essere protetta ai sensi dell’Equality Act britannico del 2010. E proprio quest’ultima legge che tutela caratteristiche come il sesso, il gender e la transizione di genere contro le discriminazioni, allo stesso tempo definisce una donna come una “persona di sesso femminile di qualsiasi età”. Per i giudici britannici, quindi, questa definizione è chiaramente basata sul sesso biologico e non sul genere della persona.
La situazione in Italia
Nel nostro Paese le cose non vanno meglio. Dieci anni possono cambiare il volto di uno stato, ma nel caso dei diritti Lgbtq+ in Italia il cambiamento è stato più lento delle aspettative. Dal 2016 al 2026 il nostro Paese ha compiuto passi importanti, ma resta ancora indietro rispetto alla media europea, frenata da resistenze politiche, vuoti legislativi e un dibattito pubblico spesso polarizzato. La legge Cirinnà che ha introdotto le unioni civili per le coppie dello stesso sesso nel 2016, è stata un grande traguardo, ma di fatto questa legge nasce monca: nessuna apertura all’adozione coparentale, nessun matrimonio egualitario, nessuna tutela piena per le famiglie formate da persone dello stesso sesso.
Nonostante le richieste a gran voce da parte della società civile e i tentativi di questi anni- poi naufragati – di portare avanti una tutela rafforzata come il DDL Zan, l’Italia non ha fatto passi da gigante in questa direzione. Il nostro Paese resta “a metà del guado”. Il prossimo decennio ci dirà se saprà colmare questo divario o se continuerà a oscillare tra aperture sociali e immobilismo legislativo.
Buone notizie da Bruxelles
Se a livello nazionale si fa fatica a tutelare diritti e libertà, a livello comunitario qualcosa si sta muovendo. Uno dei temi più dibattuti a Bruxelles in questi anni ha riguardato, ad esempio, il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. Nel 2021, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che tutti gli Stati membri devono riconoscere i figli di coppie dello stesso sesso ai fini della libertà di circolazione, anche se la legislazione nazionale non prevede il matrimonio egualitario. Una decisione storica, che ha segnato un passo avanti verso una maggiore armonizzazione dei diritti familiari.
Tuttavia, la piena equiparazione resta lontana: mentre Paesi come Spagna, Francia, Germania e Paesi Bassi garantiscono ampie tutele, altri Stati – tra cui Polonia, Ungheria e Romania – mantengono legislazioni restrittive e, in alcuni casi, adottano misure che limitano i diritti delle persone Lgbtq+. Nonostante tutte queste difficoltà, negli ultimi cinque anni, l’accettazione sociale risulta aumentata in tutta l’ Unione Europea. Circa il 75% dei cittadini, infatti, si dichiara a suo agio con colleghi omosessuali o bisessuali. Eppure le persone che si riconoscono nella comunità Lgbtiq+ continuano a subire livelli sproporzionati e inaccettabili di odio, violenza e discriminazione. Basti pensare che circa una persona su tre dichiara ancora di aver subito discriminazioni negli ultimi 12 mesi.
Un piano di azione
In questi anni la Commissione Europea ha rafforzato il proprio impegno con la Strategia per l’uguaglianza LGBTQI 2020–2025, un piano d’azione che punta a contrastare l’odio, garantire la sicurezza delle persone LGBTQ+ e promuovere il riconoscimento reciproco dei diritti familiari all’interno dell’Unione. Ora è la volta del quinquennio 2026-2030 e la sfida sarà trasformare le raccomandazioni politiche in norme vincolanti, rafforzando gli strumenti di tutela e assicurando che i diritti delle persone LGBTQ+ non dipendano dal Paese in cui vivono.
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