Proteste GenZ, in Iran e in tutto il mondo scuotono il potere per chiedere giustizia sociale

Italy, 15 January 2026 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Rubina Aminian, 23 anni. Amir Ali Haydari, 17 anni. Rebin Moradi, 17 anni. Sono solo alcuni dei nomi e delle vite spezzate dalla repressione del regime islamico: dallo scorso 28 dicembre, le proteste in Iran  – innescate dalla profonda crisi economica e da una pesante inflazione – hanno in prima linea i ragazzi e le ragazze che lottano per il loro futuro e quello del Paese.

Impavida, cresciuta nella crisi finanziaria del 2008, da subito in bilico in un mondo del lavoro in costante evoluzione e segnata dalla pandemia di Covid-19 che ha messo in luce diseguaglianze sociali ed economiche: la Generazione Z ha imparato presto ad abitare la complessità. E ora vuole cambiare le cose, cercando reali alternative ai meccanismi tradizionali di partecipazione politica. Le proteste guidate dalla GenZ in tutto il mondo, nell’ultimo anno, lo dimostrano: quando i governi non sono capaci di costruire uno spazio pubblico a loro misura, i giovani lo creano. Tradendo, con i loro corpi nelle piazze e la loro organizzazione (anche) digitale, le narrazioni che li vorrebbero pigri, disaffezionati e assenti.

Come registra il Carnegie Protest Tracker – del think tank statunitense CEIP –   negli ultimi dodici mesi, più di 67 Paesi hanno registrato proteste significative. Molte di queste manifestazioni globali, sono guidate proprio dalla GenZ e innescate da temi precisi: disoccupazione, disuguaglianza e corruzione. Un fenomeno che potrebbe intensificarsi nel 2026: come raccontano i risultati di una recente analisi di Bloomberg – elaborati incrociando 22 milioni di dati riguardati disuguaglianza dei redditi, polarizzazione politica, prezzi dell’energia, struttura demografica e diffusione dei social media – aumenta la probabilità che il malcontento sociale si trasformi in disordini civili, soprattutto dove si sommano disoccupazione e percezione di corruzione.

Proteste Iran, GenZ in prima linea

In Iran, la GenZ e le giovani donne lottano per la libertà dell’intero Paese: lo hanno fatto, al grido di «Donna, Vita, Libertà», dopo l’uccisione in carcere della ventiduenne Masha Amini, arrestata per non aver indossato correttamente il velo, e continuano a farlo nell’ondata di proteste che ha nuovamente scosso l’Iran, a partire dallo scorso 28 dicembre. Partite per la profonda crisi economica del Paese, le manifestazioni si sono allargate fino a coinvolgere più di 100 città e paesi in tutte le 31 province iraniane: sono le più grandi degli ultimi anni e chiedono di porre fine alla Repubblica islamica e al governo della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei.

A causa del blackout digitale imposto dal regime, accertare il numero delle vittime è ancora difficile: secondo l’agenzia di notizie per i diritti umani Hrana, basata negli Usa, fino al 14 gennaio (17esima giornata di proteste) erano almeno 2.403 i manifestanti uccisi dal 28 dicembre, cui si aggiungevano 147 agenti delle forze dell’ordine e sostenitori del regime, per un totale di 2.550. Il New York Times, invece, indica la cifra di circa 3.000 morti. E, secondo altre fonti stampa, il bilancio potrebbe essere ancora più grave: 12mila vittime, riporta il sito di opposizione Iran International.

La prima vittima a essere identificata è stata proprio una giovane donne: la studente Rubina Aminian, 23 anni, colpita alla schiena durante una protesta a Teheran, secondo quanto riportato da associazioni per i diritti umani. «Ha lottato per cose che sapeva essere giuste – ha detto lo zio di Aminian, Nezar Minouei, parlando con la Cnn – Una ragazza forte, una ragazza coraggiosa. Aveva sete di libertà, sete dei diritti delle donne, dei suoi diritti». Intanto, gesti di solidarietà arrivano dal resto del mondo: le donne iraniane all’estero si fotografano sui loro social mentre accendono una sigaretta con la foto di Khamenei in fiamme. Un gesto che parla per chi non può farlo: in Iran, fumare in pubblico per una donna è considerato un tabù e una violazione della morale. Come passeggiare senza velo, ballare e cantare. Ma le loro voci in tutto il mondo non si arrestano e diventano sempre più forti: oggi come ieri, in prima linea per la libertà.

Indonesia, la bandiera dei pirati di One Piece per protestare contro la corruzione

Il protagonismo della GenZ in Iran, emerso con particolare forza nelle proteste delle ultime settimane, ha caratterizzato anche tante altre contestazioni nel mondo durante l’ultimo anno, con forme di mobilitazione inedite e nuovi simboli. Un teschio sorridente con due ossa incrociate e indosso un cappello di paglia: la bandiera del manga One Piece, sventolata dai giovani manifestanti durante le proteste anti-corruzione scoppiate lo scorso agosto in Indonesia, è diventata il simbolo del dissenso contro corruzione, censura e autoritarismo.

Activists hold placards during the weekly ‘Kamisan’ protest outside the presidential palace in Jakarta, Indonesia, 15 January 2026 EPA/MAST IRHAM

Il vessillo nero agitato per le strade di Jakarta arrivava direttamente dalle pagine della popolare serie manga e anime giapponese “One Piece”, il cui protagonista è un coraggioso pirata adolescente che con il suo equipaggio il corrotto governo mondiale. Le prime proteste, in Indonesia, sono scoppiate alle fine dello scorso agosto per rispondere alle misure del governo del presidente Prabowo Subianto e, in particolare, all’approvazione di indennità economiche ritenute eccessive per i parlamentari: un provvedimento che non aiutava la popolazione, sempre più affranta dagli aumenti dei costi alimentari e dell’istruzione, dai licenziamenti di massa e dalle tasse. Il punto di non ritorno è stato raggiunto con la morte del rider Affan Kurniawan, un lavoratore 21enne per l’azienda di consegna di cibo Gojek, investito da un veicolo della polizia durante un raduno il 28 agosto. I social media hanno fatto da megafono: il video dell’evento, catturato e diffuso in tempo reale, ha trasformato l’indignazione locale in proteste nazionali.

La GenZ ha fatto di TikTok il suo megafono, documentando le manifestazioni e utilizzando reel e loop in tempo reale per denunciare, attraverso la creatività social, quello che stava accadendo e le loro rivendicazioni. Una modalità di narrazione che ha consentito di aggirare la censura e fornire un racconto alternativo a quello dei media statali.

La campagna #SEAblings, lanciata da utenti dei Paesi vicini come Malesia, Singapore e Thailandia, è diventata virale e ha raccolto la solidarietà fuori dai confini nazionali: le app di consegna a domicilio (delivery), come Grab e Gojek, sono state utilizzate per inviare cibo e bevande ai rider che partecipavano alle proteste. Dopo una settimana di intense proteste in molte città del Paese, il Governo indonesiano ha deciso di sospendere l’introduzione della nuova indennità mensile destinata ai parlamentari. Il bonus, pari a 50 milioni di rupie – circa 2.600 euro -si sarebbe aggiunto allo stipendio già elevato dei deputati: un incremento che, in un contesto di inflazione crescente e tagli alla spesa pubblica, era apparso a molti come una provocazione inaccettabile.

Nepal, la GenZ rovescia il governo e sceglie la premier su Discord

AP Photo/Niranjan Shrestha

Pochi giorni dopo le proteste indonesiane, il teschio con il cappello di paglia appariva anche davanti ai cancelli del palazzo del governo a Kathmandu: il simbolo dei giovani nepalesi, mobilitatisi contro corruzione e nepotismo. Secondo i dati della Banca mondiale, un quarto della popolazione nepalese vive sotto la soglia di povertà. Il tasso di disoccupazione è al 12,6% e tra i più giovani supera il 2%. Le campagne social alimentate dagli hashtag #nepobaby e #nepokids hanno mostrato il profondo divario sociale ed economico, facendo circolare video che mostravano lo stile di vita lussuoso di politici e delle loro famiglie. Un contrasto diventato insostenibile in un Paese segnato da profonde disuguaglianze.

I ventenni cresciuti sui social, arrivati nelle piazze, si sono visti oscurare 26 piattaforme di condivisione – tra cui Whatsapp, Youtube, Facebook, Viber – per via di una legge varata a fine agosto. Ma questo non ha fermato le proteste. I principali simboli del potere, dal Parlamento alla Corte Suprema – inclusa la casa del primo ministro nepalese Khadga Prasad – sono stati dati alle fiamme. Sharma Oli è stato costretto a dimettersi. Dopo le dimissioni, i manifestanti si sono ritrovati su Discord per discutere chi dovesse guidare il Nepal nella transizione: Sushila Karki, 73 anni, giudice e impegnate attivamente nell’anticorruzione è stata designata come premier ad interim, diventando la prima donna a guidare il Paese. Le prossime elezioni dovrebbero tenersi a marzo –  Karki aveva dichiarato di ricoprire l’incarico per non più di sei mesi – e la GenZ continua a rimanere vigile affinché un vero cambiamento nell’azione politica ed economica sia concretizzato.

Madagascar, Perù e Serbia: le proteste ribaltano il potere per ampliare i diritti

Le manifestazioni in Nepal non sono le uniche ad aver ribaltato il potere. È accaduto anche in Madagascar dove, i tagli ai servizi essenziali come acqua ed elettricità, hanno innescato le proteste e hanno costretto il presidente Andry Rajoelina a destituire l’intero esecutivo. In Perù, la Generazione Z ha trainato alla caduta della presidente Dina Boluarte dopo l’esplosione delle manifestazioni contro la crescente insicurezza e la crisi politica del Paese.

E, anche in Serbia, sono stati gli studenti universitari a mobilitare le proteste – nate in seguito alla tragedia di Novi Sad, il crollo di una pensilina della stazione che il primo novembre 2024 uccise 16 persone — riuscendo, inizialmente, a raggiungere uno degli obiettivi: ostacolare il grosso progetto immobiliare di Jared Kushner, genero di Donald Trump, per costruire un complesso extralusso nell’ex sede dello Stato maggiore jugoslavo, a Belgrado. Lo scorso novembre il parlamento serbo ha poi approvato una legge speciale per autorizzarlo. Ma le manifestazioni, se pur con minore intensità, non si arrestano.

Marocco, in ospedale si muore mentre il governo investe sugli stadi

A differenza di quanto accaduto in Madagascar, Perù e Serbia, dove le mobilitazioni giovanili sono riuscite almeno in parte a incidere sugli equilibri di potere, in Marocco l’ondata di proteste esplosa nel 2025 si è scontrata con una risposta molto rigida dello Stato. Le manifestazioni, animate soprattutto dal movimento GenZ 212 – dal prefisso telefonico del Paese – sono scoppiate dopo la morte di otto donne durante il parto in un ospedale pubblico, un episodio che ha cristallizzato l’indignazione per il collasso del sistema sanitario.

A far esplodere la rabbia è stato anche il confronto con le ingenti risorse destinate alla costruzione e ristrutturazione degli stadi in vista dei Mondiali di calcio del 2030, percepite come il simbolo di priorità politiche distorte. «Più ospedali, meno stadi» è diventato uno degli slogan più diffusi nelle piazze di Rabat, Casablanca e Marrakech. A differenza di altri contesti, la protesta non ha prodotto concessioni strutturali: la repressione delle manifestazioni, gli arresti e le restrizioni al diritto di riunione hanno progressivamente ridotto lo spazio di mobilitazione, mostrando come le rivolte giovanili, capaci di accendere il dibattito pubblico, intimoriscano il potere governativo che risponde con la repressione.

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