
Quando si parla di benessere psicologico al lavoro, emergono quasi sempre due convinzioni implicite. La prima è che il disagio sia una conseguenza della pandemia. La seconda, è che la sua normalizzazione sia nata nello stesso momento. In realtà, entrambe le trasformazioni erano già in corso. Il 2020 non è stata l’origine, quanto, piuttosto, un riflettore.
Come stavamo al lavoro prima del 2020
Fino al 2019, le aziende si sono occupate solo raramente di salute mentale. A un primo sguardo, si può pensare che ciò sia dipeso da uno stato di benessere diffuso, messo in crisi solo successivamente dalla pandemia. In realtà quest’ultima ha rappresentato uno spartiacque più per l’adozione di servizi si supporto che per un improvviso peggioramento dello stato psicologico delle persone.
Un’analisi pubblicata su World Psychiatry nel 2023 fornisce un quadro molto utile per ripensare la narrazione dominante sul legame tra pandemia e salute mentale. I ricercatori hanno confrontato la prevalenza di alcuni disturbi mentali comuni in due periodi distinti, prima tra il 2007 e il 2009 e poi tra il 2019 e il 2022. Dai risultati emerge un costante aumento della sofferenza mentale tra il 2007 e il 2022, soprattutto nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni. Gli autori osservano dunque che il trend precedeva il Covid, sebbene quest’ultimo abbia senz’altro amplificato la tendenza. Stavamo male prima e abbiamo continuato a peggiorare, insomma. Eppure, nel frattempo, tutto intorno a noi cambiava.
Tecnologia e benessere psicologico in azienda
A giocare un ruolo cruciale per il benessere psicologico al lavoro è stata senz’altro la tecnologia. Negli ultimi dieci anni i social media hanno contribuito a diffondere consapevolezza e informazioni sulla salute mentale, rendendo normale parlare di stress, ansia e burnout. Parallelamente, le piattaforme di telepsicologia hanno ampliato l’accesso al supporto psicologico, soprattutto in contesto aziendale.
Se prima del 2020 l’adozione di questi strumenti era limitato, con la pandemia si sono rapidamente diffusi come risposta concreta alla necessità di tutelare la salute. Tanto che oggi, secondo la Salary Guide 2025 di Hays, un terzo delle aziende li mette a disposizione per le sue persone.
La più grande trasformazione si sta però compiendo oltre questi servizi. Negli ultimi paio d’anni si sta infatti piano piano adottando una visione strutturata e integrata della salute psicologica al lavoro. A tal proposito, si stanno ad esempio sempre più diffondendo percorsi di formazione per la leadership sui temi del benessere e programmi strutturati di well-being. Da questo punto di vista, il cambiamento culturale è ormai all’opera. E la Generazione Z lo sta trainando.
Il salto generazionale
La Generazione Z è entrata in azienda più o meno in corrispondenza della pandemia. Come anticipato, il malessere psicologico esisteva ben prima del suo ingresso, ma spesso rimaneva sullo sfondo. La salute mentale era percepita come un tema esterno al lavoro. I più giovani hanno invece contribuito a invertire la rotta. Cresciuti in un contesto in cui il benessere psicologico era già parte del discorso pubblico, i lavoratori della GenZ lo hanno portato in azienda, rendendo esplicite aspettative che prima rimanevano inespresse. Già nel 2022, ad esempio, un report di Deloitte aveva registrato che più del 50% di loro riteneva che la propria organizzazione parlasse maggiormente di salute mentale senza però un impatto concreto sulle persone.
Ciò che oggi appare come un cambiamento culturale è, a ben vedere, il risultato di una trasformazione generazionale: l’ingresso nel mondo del lavoro di persone non disposte a considerare il benessere psicologico come un tema secondario, esterno alla propria sfera professionale.
Da ora in avanti, la partita si giocherà sulla capacità di strutturare iniziative che sempre più possano intervenire sui processi organizzativi. Se infatti molto è stato già fatto per offrire soluzioni individuali al malessere, diventa ora urgente agire laddove il disagio si annida. Sarà necessario comprendere che è anche il lavoro a doversi adattare alle esigenze delle persone, e non solo il contrario.
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