Doppio cognome: il disegno di legge in Aula a maggio, corsa contro il tempo per fine legislatura

Per il disegno di legge sul doppio cognome, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, l’appuntamento con l’Aula è a maggio. E l’impegno della presidente della Commissione, Giulia Bongiorno (Lega), è di arrivare «pronti» a quella scadenza. «Il mio auspicio è che ci sia una sintesi» rileva, aggiungendo di «ritenere veramente importante che questo Ddl abbia luce anche perché ha atteso già abbondantemente». In ogni caso, afferma, «come presidente della Commissione, se è previsto a maggio in Aula è mio dovere essere pronta per maggio».

I prossimi passi

In Commissione, dove l’esame dei disegni di legge è stato reinserito all’ordine del giorno, si entrerà nel vivo da fine marzo-inizio aprile quando la relatrice Anna Rossomando (Pd) riprenderà le interlocuzioni con i gruppi per predisporre e presentare un testo base che, se avrà disco verde, sarà il provvedimento su cui si lavorerà per la presentazione degli emendamenti.
L’esame dei quattro Ddl depositati in Commissione (a cui se ne è da poco aggiunto un quinto) era scomparso dai radar da aprile 2025 dopo la conclusione della discussione generale. Il nodo è soprattutto politico perché non c’è consenso nella maggioranza. Rossomando registra l’esistenza di una disponibilità da parte della presidente della Commissione Bongiorno e anche all’interno della maggioranza però, almeno finora, era prevalso un «ostruzionismo occulto» che aveva di fatto congelato l’iter.

Le sentenze della Corte Cosituzionale

La questione, come è noto, è stata oggetto di diverse sentenze della Corte Costituzionale in cui si è rilevato che la norma sull’attribuzione del cognome del padre è il «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia» e «il riflesso di una disparità di trattamento» fra i coniugi. In particolare la sentenza numero 131/2022, sulla base del diritto all’identità personale del figlio nonché del principio di uguaglianza di trattamento tra i coniugi, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della disposizione che prevede che «il figlio assume il cognome del padre, anziché prevedere che il figlio assume i cognomi dei genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, fatto salvo l’accordo, al momento del riconoscimento, per attribuire il cognome di uno di loro soltanto».
Come conseguenza, la Consulta ha indicato la necessità per il legislatore di disciplinare due aspetti: la univocità del cognome dei figli successivi al primo e la necessità di evitare un meccanismo moltiplicatore nel passaggio alle generazioni successive.

I tentativi del passato e gli effetti delle sentenze della Consulta

Il Parlamento già nella scorsa legislatura aveva affrontato, senza esito, il tema di trasporre in norma l’orientamento della Corte Costituzionale e dirimere i nodi sollevati. La questione si è riproposta nell’attuale legislatura con la presentazione di proposte a firma di senatori dell’opposizione il cui esame ha preso il via nel 2024. I disegni di legge (a firma Unterberg Autonomie, Maiorino M5S, Malpezzi Pd e Cucchi Avs) sono stati presentati in momenti diversi e puntano a disciplinare sia l’uso del cognome tra i coniugi che la sua trasmissione ai figli nati dentro il matrimonio, fuori dal matrimonio e adottati. Le proposte disciplinano l’attribuzione del doppio cognome o di uno solo a scelta; le differenze principali riguardano prevalentemente i meccanismi, più o meno automatici, di risoluzione in caso di mancato accordo.

Nel corso del 2024 la commissione Giustizia ha svolto un ciclo di audizioni da cui è emerso tra l’altro che la giurisprudenza della Consulta ha portato ad un incremento delle coppie che optano per il doppio cognome, anche se in misura ancora limitata. Secondo i dati forniti a giugno di quell’anno dalla statistica ed ex direttrice Istat Linda Laura Sabbadini nel corso della sua audizione, nel 2023 il doppio cognome è stato attribuito a 23.184 nati; un dato in costante crescita dai 9.200 del 2020, passando ai 12.500 del 2021 ai 22.776 del 2022; registrando quindi un incremento dal 2,4% sul totale dei nati nel 2020 al 6,2% di quelli nati nel 2023. Questo «balzo» fra il 2021 e il 2022 per Sabbadini può appunto anche essere l’effetto di una maggiore informazione sul tema legato alla sentenza della Corte Costituzionale.

Le posizioni politiche

Al termine del ciclo di audizioni, dalla discussione generale è emersa una contrarietà di fatto di una parte della maggioranza a procedere con l’esame dei disegni di legge che dunque sono rimasti in stand by dalla primavera del 2025.
La relatrice Rossomando sottolinea che dopo la sentenza della Consulta «quella del doppio cognome è la prima scelta, è automatica, poi la Corte ha lasciata aperta la possibilità di scegliere e anche le proposte lasciano aperte queste possibilità. L’unico vero problema è che non si vuole accettare questo cambiamento. La discussione è stata molto esauriente, le soluzioni sono già sperimentate in altri Paesi e quindi sono a portata di mano. Solo che bisogna lavorare nel merito, se c’è una resistenza di tipo ideologico, come pare, allora è un altro discorso».

Da parte sua, il senatore Sergio Rastrelli (FdI) conferma che «sui testi delle opposizioni allo stato non c’è accordo», sottolineando che il cognome costituisce «il radicamento più intimo e vero del rapporto tra le generazioni. È un patrimonio da difendere. Noi – spiega – immaginiamo soluzioni che lascino la scelta alla volontà delle parti» mentre c’è contrarietà ad «automatismi ciechi». Anche il collega di partito, Gianni Berrino afferma, «come posizione personale», di essere contrario all’obbligo e favorevole alla libertà di scelta: «Non per questioni legate al patriarcato – rimarca – ma perché nella storia dell’Italia le famiglie si riconoscono per il nome dell’avo, sarebbe un cambio totale di cui non vedo l’utilità». Berrino rileva che «ad oggi negli uffici dell’Anagrafe al momento della registrazione del neonato viene chiesto ai genitori se vogliono mettere il solo cognome del padre o se vogliono aggiungere anche quello della madre. Oggi questa è una facoltà che io ritengo corretta». Per il senatore sarebbe altresì «corretto normare che i figli successivi debbano avere lo stesso cognome».

Si unisce a queste considerazioni Pierpaolo Zanettin (FI) affermando, «da liberale» che «quello che contestiamo nei vari disegni di legge è l’obbligo. Già la Corte Costituzionale è intervenuta e ha stabilito che il doppio cognome è possibile. Quindi tutti i meccanismi che sono stati inventati o individuati o suggeriti per rendere l’obbligo secondo me sono sbagliati. Invece abbiamo detto che siamo disponibili a studiare delle norme più agevoli, se questo è il problema, per risolvere un eventuale conflitto fra i genitori con un ricorso al giudice in forma semplificata, esente da costi, eventualmente anche senza avvocato».

Che succede se i genitori non sono d’accordo?

Dal punto di vista strettamente tecnico, c’è infatti il nodo di definire cosa succede in caso di disaccordo fra i genitori: perché se in caso di accordo il cognome potrà essere doppio e nella sequenza preferita oppure singolo, come regolare la questione in caso contrario? Per quasi tutti i disegni di legge «scatterebbe» il doppio cognome ma con quale ordine? E qui le soluzioni sul tappeto sono varie: dall’ordine alfabetico, al sorteggio, al passaggio davanti a un giudice (in tal caso anche con l’opzione di uno solo dei due cognomi). Tutti i criteri hanno dei pro e dei contro tanto che, ad esempio, all’opzione dell’ordine alfabetico la presidente Bongiorno ha ipotizzato di prevedere in subordine di partire un anno dalla prima lettera dell’alfabeto e l’anno successivo dall’ultima per evitare il «rischio scomparsa» di alcuni cognomi.

Più in generale la diversità di posizioni rispetto al varo di norme ad hoc (e quali) appare anche di visione, in sostanza di quanto si vuole dare input concreto al passaggio dalla tradizionale attribuzione del cognome paterno a quello doppio di padre e madre.

Le possibili soluzioni sono sul tavolo, approfondite e vagliate nel corso delle numerose audizioni. Ora la scelta (o la mancata scelta) spetta alla politica. Tenendo presente due aspetti. La prima è che i tempi di esame da qui alla fine della legislatura vanno assottigliandosi (dopo la prima lettura del Senato dovrà esserci la seconda lettura della Camera ed eventuali successive ulteriori letture in caso di modifiche rispetto al testo approvato dall’altro ramo del Parlamento). La seconda è che restano aperte le due questioni poste dalla Consulta in caso di assenza di norme: l’univocità del cognome per i figli degli stessi genitori e il rischio dell’effetto moltiplicatore nel passaggio alle generazioni successive alla prima.

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