L’Italia che invecchia: come sta cambiando la società per non emarginare gli anziani?

Una donna molto anziana, palesemente in difficoltà, entra nel Comune di una cittadina del Nord Italia. Ha gli occhi molto velati, qualcuno potrebbe riconoscere i segni dello sguardo tipico della cataratta. L’impiegata allo sportello le dà un numero. L’anziana guarda smarrita il pezzo di carta, poi si guarda intorno. L’impiegata le spiega che deve guardare il tabellone. Lo spiega più volte, a voce sempre più alta, scambiando probabilmente la cecità della signora per sordità. Io sono seduta ad aspettare il mio turno, intrattenendo mio figlio di sei anni, e assisto alla scena incredula: un ufficio comunale, luogo dell’istituzione cittadina, non era preparato a gestire una situazione del genere. Alla fine aiuto la signora, prendendola a braccetto e raccontandole di come mia madre, dopo l’intervento agli occhi, sia tornata a vedere meglio di prima. La signora ha mostrato una speranza dietro al velo opaco degli occhi grigi, e mi ha chiesto di ripeterglielo più volte.

Una situazione che può essere capitata a ciascuna di noi, anche più di una volta: anziani soli, smarriti davanti a una burocrazia sempre troppo esigente, oppure alle prese con un progresso tecnologico che, mentre migliora la vita di alcuni, peggiora l’umanità di altri. Ma come molti pensatori e filosofe non hanno mancato di sottolineare il modo in cui gli individui più deboli di una società vengono trattati (o non considerati), rivela molto della scala di valori di quella stessa società.

Oggi non possiamo esimerci dal porci delle domande, di fronte al fatto che la popolazione italiana sta progressivamente e strutturalmente invecchiando.

Un Paese che invecchia, un equilibrio che cambia

Negli ultimi 10 anni*, la popolazione ultrasessantacinquenne è aumentata di quasi 3 punti percentuali: nel 2016 gli anziani erano 13,4 milioni, il 22% del totale, nel 2025 sono stati registrati a 14 milioni 573mila persone, il 24,7% in un trend crescente da ormai due decenni. Il dato più emblematico riguarda gli over 80, saliti a 4,6 milioni: un numero che supera quello dei bambini sotto i 10 anni (4 milioni 441mila individui).

Si parla già molto della diminuzione delle nascite: nel 2024 abbiamo toccato il minimo storico, 370mila, mentre nel 2015 si erano registrati 488mila neonati. Il risultato è che, se da una parte aumentano gli over 65, dall’altra parte diminuiscono gli under 14: 8,3 milioni nel 2015, contro i 7 milioni 19mila individui del 2024.

Va detto che la soglia anagrafica dei 65 anni usata per definire gli anziani è stabilita per convenzione ed è utile soprattutto a fini statistici. Ma in questa fascia di popolazione sono presenti profili molto diversi fra loro e rispetto al passato: negli stili di vita, nell’autonomia, nella salute e nel grado di partecipazione alla società.

Invecchiamo meglio?

A questo punto viene da chiedersi: invecchiamo di più, ma invecchiamo meglio?

Per alcuni aspetti potremmo rispondere di sì. Le persone che si dichiarano in buona salute erano il 29,4% nel 2009 e sono diventate il 37,8% nel 2023. Gli over 64 che praticano sport sono più che raddoppiati in vent’anni, passando dal 6,7 al 16,4% tra 2003 e 2023.

La sfera della salute mentale racconta però un’altra storia. L’indice di benessere psicologico è più basso rispetto al resto della popolazione, specialmente tra coloro che superano i 74 anni di età e soprattutto tra le donne. Gli uomini, generalmente meno oberati dai carichi familiari, hanno più relazioni sociali e utilizzano di più le tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

Fondamentale è la disponibilità di una rete di sostegno di amici, vicini o parenti non conviventi per le necessità di cura e assistenza. In effetti sta diventando sempre più comune per le persone tra i 50 e i 64 anni avere genitori o parenti di età pari o superiore a 85 anni di cui occuparsi: tale rapporto, che era pari al 3,4% nel 1960, oggi è arrivato a superare la quota del 16%.

Questo ci porta ad affondare lo sguardo in quella che viene definita “popolazione attiva”, ovvero le persone in età compresa tra i 15 e i 64 anni: diminuita di un punto percentuale rispetto al 2015, oggi si attesta al 63,4% del totale. Cambia però soprattutto la composizione interna in questa fascia di età: venti anni fa risultava equamente distribuita tra i 15-39enni e i 40-64enni. Al 1° gennaio 2025 la popolazione attiva risulta più anziana, con una percentuale di ultra quarantenni salita fino al 58,5%.

Si alza l’età media, si alza l’aspettativa di vita, si alza l’età di permanenza nel mercato del lavoro: negli ultimi dieci anni gli over 65 attivi in Italia sono quasi raddoppiati, passando da 372 mila a 705 mila (il numero include chi incassa già la pensione e chi no), ma rappresentano solo il 5,1%, mentre la media Ocse è del 15%. Va dunque sottolineato che la permanenza nel mondo del lavoro è legata alle riforme pensionistiche, ma anche alla longevità e al miglior stato di salute.

La demografia cambia e la società?

Invecchiare non è solo una questione anagrafica. Riguarda il tempo che passa sui corpi, ma anche quello che una società decide di fare del proprio domani: una sfida collettiva che attraversa dimensioni demografiche, sociali, culturali ed economiche.

Tra mito e realtà, si attribuisce all’antropologa Margaret Mead un pensiero secondo cui il primo vero segno di civiltà in una cultura antica non sarebbe stato un utensile o un’arma, bensì un femore rotto e poi guarito. Ovvero l’indizio di un processo di cura: qualcuno si è preso cura del ferito, superando l’istinto di sopravvivenza animale. La civiltà nascerebbe quindi con la compassione e la cura dell’altro. Un pensiero potente, quasi rivoluzionario. Ignorarlo, vorrebbe dire retrocedere nel processo evolutivo, perdere un’occasione di maturazione collettiva. Ecco perchè dobbiamo guardare alla vulnerabilità con uno sguardo attento e capace di cogliere gli snodi di cambiamento possibili.

Le generazioni più recenti invecchiano in condizioni di salute complessivamente migliori, grazie a una maggiore consapevolezza, a livelli di istruzione più elevati e a stili di vita più attenti al benessere fisico e mentale. Tuttavia, persistono profonde disuguaglianze che incidono non solo sulla durata, ma soprattutto sulla qualità dell’invecchiamento e sulle possibilità di realizzazione personale.

Persino la celebrazione di un’età anziana performativa è una lama a doppio taglio: avere un’età e non dimostrarla, o addirittura nasconderla, farsi portatori e portatrici di un ideale di giovinezza prolungata, significa accettare implicitamente l’idea che l’età, in quanto tale, sia un difetto da correggere. In questo modo, anche l’invecchiamento “riuscito” resta intrappolato in una logica di prestazione, che premia solo chi continua a essere efficiente, attivo, desiderabile secondo standard giovanili. Ma l’età anziana non dovrebbe essere chiamata a dimostrare nulla: dovrebbe poter abitare la propria specificità, fatta di tempi diversi, di corpi che cambiano, di sguardi più lenti, senza per questo essere relegata ai margini del discorso sociale.

L’invecchiamento è soprattutto una questione culturale, simbolica e politica, che interroga il nostro modello di società basato sulla prestazione.

Per una grammatica dell’età anziana

Pensare a una grammatica dell’età anziana significa riconoscerle un linguaggio proprio, fatto di tempi diversi, di pause, di ritmi che non coincidono con quelli della prestazione e della produttività. Una grammatica che non chiede di essere tradotta nei codici della giovinezza, né di essere giustificata attraverso l’efficienza o l’attivismo, ma che rivendica il diritto di esistere nella propria specificità. In questa prospettiva, l’età anziana diventa una fase piena dell’esperienza umana, portatrice di senso, di memoria e di forme diverse di presenza nel mondo.

Un antidoto, addirittura, per sfuggire al burnout che questa “società della stanchezza” ci impone. Il filosofo Byung-Chul Han afferma che quando diventiamo vittime della prestazione e ci illudiamo di scegliere liberamente le costrizioni con cui massimizzare la nostra prestazione, diventiamo sfruttatori di noi stessi: «carnefice e vittima, padrone e servo. Per accelerare se stesso il sistema capitalistico passa dallo sfruttamento estraneo all’autosfruttamento». In una società che celebra la velocità, l’efficienza e la produttività, la vecchiaia diventa allora un territorio marginale in cui ritrovare forme di umanità che fanno del silenzio e della contemplazione un antidoto al burnout.

Certo, non si deve cadere nel tranello idealistico di farne un altrove etico fatto per il riposo: la grammatica dell’età anziana è sì lenta e contemplativa, ma è anche sgrammaticata, spezzata, a volte furiosa. È piena di conflitti dovuti alla dipendenza, alla fragilità cognitiva, all’inutilità percepita, alla paura di sparire.

E sono molti i modi in cui una persona anziana può percepire il senso di abbandono, anche a fronte di una famiglia presente che si fa carico di risolvere i problemi più semplici (come le bollette) o quelli più complessi (gli spostamenti per le visite mediche). Ci si può sentire abbandonati dalle istituzioni, incapaci di creare una burocrazia a misura di anziano. Ci si può sentire abbandonati dai servizi, quando l’unico modo per prendere appuntamento col medico di base è utilizzare una app e non si è nemmeno in possesso di uno smartphone. Ci si può sentire abbandonati dalla società, quando mostra di considerare l’anziano una parentesi da tollerare o un problema da gestire.

Riconoscere la specificità di questa età, creare spazio sociale e protocolli adeguati, agevolare lo scambio e il sostegno intergenerazionale, si fa urgente di fronte ai numeri che abbiamo visto: secondo il report Istat “Italia 2050: sfide e prospettive di una società in transizione”, le proiezioni al 2050 vedranno aumentare la quota degli over 65 al 34,6%. Per questo servono politiche capaci di creare ponti tra le generazioni, riconoscendo e valorizzando il ruolo attivo degli anziani, senza scaricare il peso della cura esclusivamente sulle famiglie più giovani.

Ma è soprattutto umana la sfida a cui siamo chiamati. Ne “La solitudine del morente”, Norbert Elias scriveva: «Difficilmente, e raramente, le persone riescono a riconoscersi nella trama di dipendenze reciproche in cui sono inseriti, a considerarsi come meri anelli nella catena delle generazioni, come staffette che alla fine della loro corsa passano ad altri la fiaccola».

Il rapporto tra le generazioni non è mai neutro: è lì che una società rivela il proprio grado di integrazione o di frattura. Quando lo scambio si interrompe, quando le età della vita smettono di riconoscersi e di parlarsi, l’invecchiamento diventa solitudine, e la giovinezza perde profondità. Riconoscere la vecchiaia come parte viva del tessuto sociale significa allora riaprire uno spazio di relazione, in cui l’esperienza non sia un residuo del passato ma una risorsa condivisa. È in questo scambio fragile, asimmetrico, necessario, che una società può ancora imparare a prendersi cura di sé stessa.

*I dati riportati sono tratti dal report Istat “Indicatori demografici” del 19 febbraio 2016, e dal report “Indicatori demografici” del 31 Marzo 2025.

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Alley Oop – Il Sole 24 Ore compie 10 anni nel 2026.

Gli autori storici hanno partecipato alle celebrazioni con un loro scritto. Questo contributo è di Letizia Giangualano, che per molti anni ha seguito temi generazionali, ma anche legati alla povertà e all’importanza dello studio delle materie Stem.

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