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L’educazione alle emozioni e alla sessualità è la chiave per combattere la violenza di genere. No, l’educazione sessuo-affettiva non solo non serve a contrastare la violenza sulle donne, ma – addirittura – nei Paesi dove viene insegnata la violenza è maggiore. A queste due affermazioni opposte corrispondono due diversi schieramenti di opinione, che basano le loro posizioni su idee preconcette e spesso stereotipate, cosicché – proprio come un algoritmo da social – qualsiasi fatto viene interpretato e manipolato in modo da corroborare la convinzione originaria di entrambi, vera o falsa che sia, senza alcun processo di verifica (o falsificazione).
Così l’educazione sessuo-affettiva è diventa un tema di scontro anche politico: sì o no, bianco o nero, come in una tifoseria. Anche il nome è divisivo, tanto che nella Manovra 2026 si preferisce cambiarlo e parlare – più in generale – di educazione al rispetto. Un tema, quindi, che è diventato – pure questo – polarizzante, anche se tuttora facciamo i conti con numeri agghiaccianti: una donna ogni tre giorni muore per mano di partner o ex, una donna su tre ha subìto una qualche forma di violenza nella vita (dato che si conferma stabile, di anno in anno, da anni) e l’allarme della diffusione della violenza tra i più giovani è alto.
Usciamo allora dalle polarizzazioni e guardiamo ai numeri e alle decisioni prese dalla politica, da un lato, e alle evidenze che emergono dalle ricerche internazionali sugli effetti dell’educazione affettiva, dall’altro.
I fondi stanziati nella legge di Bilancio 2026 e i nodi da sciogliere
Un segnale di attenzione importante arriva con la legge di Bilancio per il 2026: tra i fondi stanziati per il contrasto alla violenza di genere, grazie alle modifiche apportate al testo in Senato con un emendamento del Pd è stato istituito un fondo da ripartire tra i Comuni, con una dotazione di sette milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2026 e 2027, per l’erogazione di contributi in favore delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Le risorse – si legge nell’articolo 1 comma 233 – sono destinate a incentivare e sostenere attività educative in materia di contrasto alla violenza contro le donne, alla promozione delle pari opportunità, alla tutela del diritto all’integrità fisica, a favorire il rispetto reciproco e allo sviluppo della consapevolezza affettiva tra studenti. Adesso bisogna aspettare i decreti attuativi e vedere quali saranno i criteri di riparto, come saranno erogati i fondi e come si muoveranno i Comuni. Importante sarà prevedere un’attività di monitoraggio ex post, per valutare l’efficacia degli interventi: uno dei temi cruciali, infatti, è che a gestire e condurre i corsi siano persone adeguatamente formate ed esperte sul tema e che vengano coinvolti i centri antiviolenza sul territorio.
L’emendamento è arrivato nell’ambito della decisione del Pd di destinare la propria quota di risorse nell’ambito della manovra interamente al contrasto della violenza contro le donne. L’emendamento con le prime firme del sentore Boccia e delle senatroci Valeria Valente e Cecilia D’Elia, stanzia 18 milioni di euro aggiuntivi per la protezione e la prevenzione in materia di contrasto alla violenza contro le donne. Tra le misure previste, si istituisce anche un fondo di 6 milioni di euro per garantire alle donne vittime di violenza maschile seguite dai centri antiviolenza di poter usufruire per 12 mesi degli stessi benefici e dei servizi previsti per chi ha un Isee pari a zero, come per esempio il reddito di inclusione, il sostegno all’abitare, ai trasporti e ai servizi anche per i figli quali asili nido, bonus mensa e libri e tanto altro. In questo modo si impedisce il cumulo del reddito che tanti problemi ha creato alle donne.
Il comma 883, poi, stanzia altri due milioni di euro all’anno al fine di potenziare i percorsi formativi e didattici già attivati dal ministero dell’istruzione, per il tramite dell’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire), nelle istituzioni scolastiche, in materia di educazione al rispetto, alle relazioni e al contrasto a ogni forma di violenza di genere.
Il nodo del consenso informato nel ddl Valditara
Intanto, prosegue il suo iter parlamentare il Ddl Valditara, al momento in discussione in Commissine al Senato dopo il sì della Camera. Provvedimento molto discusso, stabilische che alle medie e alle superiori si richieda per l’educazione sessuale il consenso dei genitori se i figli sono minorenni o dei diretti interessati se maggiorenni. «Fermo restando quanto previsto dalle indicazioni nazionali», le attività in questione sono escluse per la scuola dell’infanzia ed elementare. Difeso dalla maggioranza di Governo, criticato dalle opposizioni, il dibattito sul provvedimento è un esempio eclatante di quella polarizzazione di opinioni che poco sembra avere a che fare con il merito e molto con le posizioni ideologiche. Nella sua audizione nella Commissione permanente (Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica) del Senato, Celeste Costantino, vicepresidente di Una, nessuna, centomila e da anni impegnata per la diffusione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, ha ricordato come testi base sul tema i documenti elaborati dall’Oms nel 2010 e dall’Unesco nel 2018 relativi alla Comprehensive Sexuality Education. Per Costantino, «un elemento centrale che emerge da tali materiali è la definizione dell’educazione sessuale come diritto umano fondamentale, strettamente connesso al diritto all’istruzione e alla salute». Per questo, l’educazione sessuale e affettiva non può essere considerata «una disciplina facoltativa sulla quale chiedere un consenso informato da parte dei genitori, perché al pari dell’istruzione e della salute, a nessuno verrebbe in mente di chiedere a dei genitori di autorizzare il diritto a saper leggere e scrivere e il diritto a curare il proprio figlio. Sono diritti e regole acquisiti e riconosciuti come componenti essenziali degli interventi volti al benessere individuale e collettivo».
Ma c’è un altro elemento da tenere in considerazione: la violenza contro le donne è prevalentemente violenza che si consuma in casa. Lo confermano, senza cambiamenti di rilievo e da anni, i dati (qui Istat, qui il ministero dell’Interno). «Dentro un contesto familiare violento in cui probabilmente quel consenso informato che si sta evocando verrà negato, cosa stiamo dicendo a queste figlie e a questi figli? Che per loro questo diritto non c’è», dice Costantino. «Davanti ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze che cercano risposte nella pornografia online, pornografia sempre più violenta, che vede di fatto degli stupri filmati spacciati per rapporti sessuali la conseguenza politico istituzionale invece di dire: “rafforziamo e sistematizziamo l’educazione sessuo affettiva nelle scuole”, risponde: rendiamo ancora più difficile la diffusione di questo sapere». Per interrompere il ciclo di violenza, conclude Costantino, «abbiamo bisogno di far sapere a queste ragazze e ragazzi, a questi bambini e bambine che esistono altre possibilità. Che la violenza non è un destino ma che ci sono strumenti che la scuola mette a disposizione per loro, un accompagnamento che offre delle alternative alla loro sofferenza e perché no anche a quella delle loro madri».
Tuttavia, nel caso del provvedimento, il focus sembra essere altrove. Nelle stesse parole del ministro, la legge sul consenso informato «ha lo scopo di non creare confusione nei bambini insegnando le cosiddette teorie gender, cioè teorie secondo cui accanto ad un genere maschile e femminile ci sarebbero altre identità di genere che non sono né maschili né femminili».
Ma davvero l’educazione sessuo-affettiva aumenta la violenza sulle donne? Il cosiddetto “paradosso nordico”
Tra le posizioni che sono emerse nel dibattito degli ultimi mesi sul tema, ce n’è una che trova spesso molto seguito e che si riferisce al cosiddetto “paradosso nordico”. C’è chi sostiene che l’educazione sessuo-affettiva possa essere addirittura deleteria per sconfiggere la violenza di genere, come dimostrerebbe il caso della Svezia, per esempio, in cui all’adozione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non ha corrisposto un calo dei femminicidi. Tuttavia, questo paragone – che torna periodicamente da anni – risulta fallace se messo alla prova dei dati per una serie di motivi, primo tra tutti che trattarli come fattori determinati da causa-effetto non può essere scientificamente corretto. In primo luogo, va detto che se l’elemento che prendiamo in considerazione è il numero dei femminicidi, nei Paesi nordici si accompagna a un numero maggiore anche di omicidi, il dato quindi andrebbe parametrato. Ma non solo. «Spiace in particolare che a utilizzare questa argomentazione siano persone che ricoprono ruoli politici di rilievo, perché non solo è fuorviante, ma anche scientificamente infondata», spiega la professoressa Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università degli Studi di Trento. «Le uniche evidenze scientifiche di cui disponiamo – spiega la propfessoressa – ci dicono infatti che nei Paesi più egualitari le donne hanno più strumenti per riconoscere la violenza come tale, perché lì la violenza non viene normalizzata o minimizzata; esiste maggiore fiducia nelle istituzioni e nei servizi, e di conseguenza una maggiore propensione a denunciare o a rispondere alle indagini su questi temi; i sistemi di registrazione e presa in carico sono spesso più attenti e strutturati». In sostanza, cioè. i tassi più alti di violenza di genere non indicano necessariamente più violenza reale, ma più riconoscimento e visibilità della violenza. «Quando poi si distinguono meglio i dati (violenza da partner attuale vs da ex partner, tipo di violenza, caratteristiche dei contesti), il quadro cambia: nei Paesi più egualitari la violenza nelle relazioni in corso tende a essere più bassa, e le donne riescono maggiormente a uscire da relazioni violente».
In questo senso, spiega la professoressa, prendere il solo dato sui femminicidi come fattore correlato è fuorviante. Il femminicidio, vale la pena ricordarlo, «è un continuum che comprende controllo, svalutazione, violenza psicologica, economica, sessuale, stalking, fino – in una minoranza di casi – al femminicidio. Il femminicidio è l’esito estremo di processi che maturano nel tempo. Valutare l’efficacia dell’educazione sessuo-affettiva guardando solo al numero di femminicidi è, semplicemente, un errore di metodo. È come dire che l’educazione stradale non serve perché non ha azzerato gli incidenti mortali».
Una ricerca recente sui femminicidi in Italia (“Femicides, Anti-violence Centers and Policy Targeting”, Senato/Sapienza) mostra che il rischio di femminicidio è più basso nelle aree rurali e più alto nei contesti urbani, dove in genere l’emancipazione femminile è maggiore. «Questo risultato – dice la professoressa Poggio – viene letto in coerenza con l’ipotesi del backlash: in contesti ancora segnati da norme patriarcali, l’aumento dell’autonomia femminile può incontrare reazioni violente da parte di alcuni uomini». Il femminicidio, quindi, come perdita di controllo della relazione (non a caso in molti casi avvengono nel momento della rottura della relazione). In contesti dove la libertà e l’emancipazione sono maggiori, dove è più facile separarsi da uomini violenti (come nel caso appunto dei paesi nordici) emerge che la violenza arrivi soprattutto da ex partner, mentre è quella esercitata dai partner registra frequenze più elevate nei Paesi dove è maggiore la diseguaglianza tra i generi.
Per misurare dunque l’impatto dell’educazione affettiva, sessuale e alla parità non basta correlare il numero dei femminicidi con la formazione scolastica, sono molti e molto più complessi i fattori da monitorare, a partire da tutto ciò che sta a monte del femminicidio, al continuum della violenza, alla cultura, agli stereotipi, alle dinamiche nelle relazioni, alla propensione a chiedere aiuto, alla fiducia nelle istituzioni. «Su questi piani – conclude la professoressa Poggio – la letteratura internazionale è piuttosto chiara: i programmi ben progettati di educazione sessuo-affettiva migliorano le conoscenze, gli atteggiamenti e alcuni comportamenti, riducono la violenza nelle relazioni giovanili e aiutano ragazze e ragazzi a non normalizzare la violenza».
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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.
Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.
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