Gloria! Il film che racconta i talenti femminili della musica

Aveva circa 12 anni Maria Anna Mozart, quando il padre la portò in tournée in Europa a suonare assieme al fratello di 5 anni più giovane, Wolfgang Amadeus. Il padre dei due piccoli geni, ​​Leopold, affermava che sua figlia era una delle migliori musiciste d’Europa, e che il suo talento fosse addirittura superiore a quello del fratello. Ciò non impedì che, una volta raggiunta l’età da marito, a Maria Anna venisse imposto un matrimonio che la allontanò immediatamente dalle scene e dagli sfarzi delle corti, portandola a vivere a St Gilgen, un paesino vicino a Salisburgo.

Sappiamo che la musica faceva parte dell’educazione delle fanciulle nelle famiglie aristocratiche o ricche. E se tra queste giovani donne, che passavano anni a dedicarsi a suonare e cantare, vi fossero state oltre che delle ottime esecutrici, anche delle geniali compositrici? Questo no, non lo sapremo mai. Ma possiamo immaginare che sì, anche solo per la legge dei grandi numeri, il talento musicale abbia albergato negli animi femminili come in quelli maschili, la differenza è che la Storia non ci ha consegnato nessun componimento immortale, ma solo rassegnate supposizioni e amare ipotesi.

Eppure dovevamo raccontare questa storia, anche immaginandola, anche inventandola, anche strappandola al tempo passato e inserendola prepotentemente nel nostro presente, dove ancora le donne sono costrette ogni giorno a denunciare un gender gap che le vuole condannate alla non espressione del proprio talento, in ogni settore, anche (ancora) in quello musicale.

L’esordio alla regia di Margherita Vicario

A raccontarci questa storia è arrivata Margherita Vicario (che già conoscevamo come cantautrice e attrice, classe 1988) con un film, “Gloria!”, che è un esordio alla regia magnifico, al tempo stesso leggero e prepotente, elegante e sfrontato, ma sempre equilibrato. Scritto insieme ad Anita Rivaroli, il film è il risultato di un’indagine storica tra documenti e aneddoti, in cui Vicario ha scoperto le storie di «compositrici che, come fiori secchi, sono state dimenticate nelle pagine della Storia».

Sono le giovani ospiti degli istituti assistenziali di Venezia e dintorni, le “orfanelle”, tra cui le più dotate entravano a far parte del coro e dell’orchestra e si esibivano protette da una grata durante le funzioni della cappella. A partire da questo dato di realtà, Vicario e Rivaroli hanno costruito una trama che affonda i piedi nel passato e alza le braccia verso il presente, grazie a una musica sorprendentemente viva e moderna: una colonna sonora realizzata da Margherita Vicario e Davide Pavanello.

Incantevole la sequenza iniziale, in cui la protagonista (Galatea Bellugi), fa vivere un cortile di faccende e lavandaie trasformando in musica i suoni che la circondano, volgendo in armonia tutto il caos della vita attorno a sé. Una sequenza per la cui forza va anche ringraziata l’efficacia ritmica del montaggio, a cura di Christian Marsaglia.

“Gloria!”, al cinema dall’11 aprile, è dunque la storia di un gruppo di ragazze cresciute in un istituto religioso femminile in epoca napoleonica nei dintorni di Venezia. Teresa (Bellugi) è una giovane apparentemente muta che lavora come domestica nell’istituto, mentre le altre protagoniste – Carlotta Gamba, Veronica Lucchesi, Mariavittoria Dall’Asta, Sara Maffoda – sono ospiti dell’istituto e suonano dirette dal maestro Perlina, un Paolo Rossi che si sobbarca il ruolo di un potere stanco, inetto e incapace.

È a lui che viene assegnato il compito di comporre un concerto per la visita del Papa, ma la sua vena creativa è esaurita, cosa che non gli impedisce di umiliare e vessare le ragazze che pure scalpitano per suonare e comporre, trascinate da una carica creativa che possono esprimere solo di notte nascondendosi. Ognuna di loro ha una storia diversa alle spalle, ma tutte amano la musica più di quanto siano disposte ad ammettere, mentre immaginano un futuro in cui l’unica salvezza sembra essere un matrimonio che le porti fuori dall’istituto.

Una storia di alleanze e amicizia

Margherita Vicario sul set con Elio

Sono molti e intricati i fili delle relazioni che tessono la trama del film. Non solo l’amicizia tra le ragazze, che resta amorevole e solida anche nei momenti più drammatici, ma vi è anche il racconto di alcune alleanze inaspettate e che sono importantissime per dare un senso al finale.

Un finale che qui ovviamente non racconteremo, ma va citato almeno un momento: durante il concerto per il Papa, tutti i nodi vengono al pettine e le relazioni si mostrano per ciò che sono realmente. La fragilità del potere, la sua incapacità di comprendere e abbracciare il cambiamento, la bellezza e freschezza della libertà, la gioia delle alleanze che finalmente possono mostrarsi e riconoscersi.

È una festa: donne e uomini, finalmente liberi, cantano e danzano, sorpresi e divertiti nel vedere il patriarcato cadere e strepitare. Questo è, diciamolo. Se Margherita Vicario prova a riconsegnarci le storie di queste musiciste anonime, non può farlo senza dare un colpo a quel potere che le ha nascoste nell’ombra, ma lo fa con grazia, senza rancore, mettendo tutta la bellezza che può in un momento di festa in cui fanno eco le parole di Carla Lonzi:

«Così sono arrivata al femminismo che è stata la mia festa, qualcuna doveva ben cominciare, e la sensazione che mi portavo addosso che, o lo facevo io o nessuno mi avrebbe salvato, ha operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero, alla fine, dopo avere accettato di essere qualcosa che non sapevo».

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