Diversità&Inclusione nei piani di sostenibilità, ma non strategia di business

scritto da il 08 Febbraio 2024

La grande maggioranza (69%) delle imprese analizzate dalla 2° edizione del rapporto .DE&I Italia di Lundquist comunica gli impegni presi in termini di diversità, equità e inclusione all’interno della propria strategia di sostenibilità. Ma solo una su cinque (22%) collega questi stessi impegni alle strategie aziendali e “questo solleva interrogativi – spiega il rapporto – sulla sincerità degli sforzi in termini di DEI”.

Se la strategia a sostegno della diversità, dell’equità e dell’inclusione è un percorso in salita – immaginiamo una scala – poche sono le aziende che hanno progredito, un gradino alla volta, fino alla “maturità”, per l’esattezza solo il 4% .

Poche le aziende “mature” 

La seconda edizione del rapporto DE&I Italia di Lundquist – che analizza la comunicazione aziendale rispetto alla DEI – rivela che solo in due aziende su 49 analizzate la strategia di diversità, equità e inclusione è una componente pervasiva della narrativa corporate su ogni canale. In questi casi, azioni, target e traguardi sono presentati con trasparenza e i social media sono utilizzati come strumento di advocacy dal management e dai dipendenti. La metà delle imprese invece (48,9%) ha ancora un approccio “tattico” : ha implementato azioni specifiche, esplicita il proprio commitment verso la DE&I, dialoga efficacemente con i propri stakeholder attraverso il sito corporate, ma solo talvolta attraverso i propri canali social. Insomma, non è ancora un impegno trasversale e pervasivo. 

Manca il “perché” 

“Per passare a una comunicazione matura – spiega Joakim Lundquist, Ceo di Lundquist – è essenziale che le aziende veicolino un approccio strategico alla DE&I, che non significa semplicemente definire i propri obiettivi, ma far comprendere come l’impegno in questo campo porti benefici all’azienda. Ci deve essere il perché l’azienda ha fatto questa scelta e la motivazione deve essere chiara per tutti gli stakeholders”. Così se la maggioranza delle imprese (69%) collega gli impegni DE&I alla sostenibilità, solo una su cinque (22%) li collega alla propria strategia di business. 

Il genere la “diversità” più trattata 

La grande maggioranza delle aziende (61%) si focalizza sulla diversità di genere, che  è ancora il “tallone d’Achille” del nostro Paese. Basti pensare che nel solo 2022 sono state oltre 40mila (44.669) le dimissioni di donne lavoratrici, nella maggior parte dei casi a causa dell’impossibilità di conciliare lavoro e carichi di cura (+17,1% rispetto al 2021). Non stupisce quindi che solo un’azienda su tre estende il proprio impegno ad altre categorie, come la disabilità o la nazionalità, ampliando il concetto di diversità.

Il fenomeno dell’hushing 

Alcune recenti crisi reputazionali hanno rilevato come il tema della diversità, dell’equità e dell’inclusione sia sotto i riflettori ed eventuali “scivoloni” siano molto costosi e difficili da recuperare. Questo ha portato – spiega il report – a un fenomeno inverso al pinkwashing, il “DE&I hushing”: le aziende cioè preferiscono lavorare sotto traccia su questi temi e ne parlano poco pubblicamente, per la paura di esporsi troppo e di avere ripercussioni anche di tipo legale. “Per noi, il pericolo del pinkwashing si manifesta in due modi: concentrarsi esclusivamente sulle questioni di genere (pink) e limitarsi a dichiarazioni prive di azioni tangibili (washing)”. 

Pochi numeri e pochi ambassador

A oggi in Italia pochissimi Ceo o manager di prima linea (16%)  parlano di questo tema sul sito corporate e poco più di un’azienda su dieci (14%) presenta un numero significato di storie e/o video sulla DE&I. Se si analizza poi la comunicazione dei dati, poco più della metà delle aziende (57%) presenta target quantitativi e solo il 5% li illustra in modo approfondito. 

Insomma la strada per una comunicazione matura in termini di DE&I è ancora ripida per molte imprese, ma forse c’è più attenzione, e meno superficialità, che in passato. 

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