Non c’è sicurezza senza benessere psicologico

Non l’ho visto”, “Avevo altri pensieri per la testa”, “Mi sono distratto”. Frasi che qualsiasi responsabile sicurezza si è sentito dire almeno una volta. Siamo umani e in quanto tali, fallaci. Sbagliamo, ci distraiamo, manchiamo di attenzione focalizzata, ci stanchiamo. Tutti elementi che impattano profondamente sulla nostra sicurezza e su quella di chi lavora con noi.
Promuovere ambienti di lavoro sicuri significa quindi lavorare su questi elementi, come ben sa chi si occupa di formazione in questo campo. Eppure, non è sufficiente.
Serve infatti investire nel benessere psicologico delle proprie persone perché solo quando queste stanno bene e percepiscono un ambiente di lavoro pronto ad accoglierle, sono davvero in grado non solo di fare sicurezza, ma di essere sicurezza. In occasione della Giornata Mondiale della Sicurezza e della Salute sul Lavoro di questo venerdì, è essenziale ricordarlo e sottolinearlo. Ma perché questo avviene? I motivi sono principalmente tre.

Il legame tra benessere psicologico e percezione del rischio

La percezione del rischio, si sa, è estremamente soggettiva. Una persona può avvertire un rischio basso nel fare i 180 in autostrada (illecito a parte), mentre un’altra può temere anche solo di attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali.
Questa differenza è data da un insieme complesso di fattori biologici, socio-anagrafici, culturali. Anche le esperienze passate giocano un ruolo, così come lo stato di benessere psicologico che si esperisce. Un aspetto, quest’ultimo, spesso sottovalutato.
La letteratura, ci dice che elementi come ansia e stress impattano profondamente sulla percezione del rischio e sulla presa di decisioni in sicurezza. In che termini? Se sto male da un punto di vista psicologico, sarò meno in grado di valutare il pericolo.
Ecco perché in azienda è necessario investire nel benessere psicologico delle proprie persone attraverso strumenti di supporto e ascolto. Non c’è infatti sicurezza, senza benessere psicologico.

Consapevolezza, attenzione e concentrazione

Se stress, fatica e stanchezza sono elementi che giocano un ruolo nodale nel fare sicurezza, è la consapevolezza che salva la vita. Conoscere i propri meccanismi e i propri limiti, infatti, permette di sapere quando fermarsi. Solo nel momento in cui ci si ascolta, si è in grado di riconoscere quando è opportuno prendersi una pausa.
Accanto alla consapevolezza, vi è anche l’importanza di conoscere le dinamiche che sottendono l’attenzione e la concentrazione. Due elementi intrinsecamente correlati alla gestione dei rischi. È pertanto primario formare tutta la popolazione organizzativa ai meccanismi cognitivi che sottendono a questi processi. Come fluttua l’attenzione? Perché cala? Quali sono i segnali per cogliere le distrazioni prima che si trasformino in errori? Come mantenere la concentrazione? Tutte domande a cui ogni persona dell’azienda dovrebbe saper rispondere.

Il ruolo della sicurezza psicologica

Favorire ambienti di lavoro in cui la persona si sente libera di esprimere idee, opinioni e pareri – così come di dichiarare la propria fatica o il proprio stress – è un aspetto fondamentale nel fare sicurezza. Solo a queste condizioni, infatti, è possibile garantire la fiducia necessaria a riportare anomalie, rischi ed errori. Se la cultura organizzativa impedisce la libera circolazione di punti di vista diversi da quello predominante, l’azienda si rende cieca a gran parte dei pericoli che possono nascondersi tanto in produzione, quanto alle scrivanie.
Ecco perché diventa essenziale formare manager e responsabili affinché promuovano un clima di apertura, condivisione e ascolto. Il messaggio che il management deve saper trasmettere è che riportare un errore, un’anomalia o uno stato di malessere, significa aver a cuore la sicurezza di tutti e di tutte. Non ci deve essere posto per vergogna o paura nel farlo.

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