Voto di laurea e prima retribuzione: i bravi sono ben pagati?

scritto da il 25 Luglio 2022

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Da qualche tempo, il voto di laurea e la retribuzione dei laureati sembrano andar crescendo di pari passo, lentamente ma costantemente (Figura 1).

Prendiamo, ad esempio, la serie storica dal 2009 al 2021 del voto medio di laurea e della retribuzione media mensile netta dei laureati dei percorsi di laurea magistrale biennale (escluse quelle a ciclo unico) a un anno dal conseguimento del titolo:

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Fonte: ns. el. su dati Rapporto AlmaLaurea 2022

Questa relazione positiva tra la valutazione accademica e quella del mercato del lavoro non è sorprendente: voti più alti possono indicare sia le maggiori competenze acquisite (secondo la teoria del capitale umano) sia la maggior dotazione di talento (secondo la teoria dei segnali); in entrambi i casi ad un voto più alto corrisponde una più elevata produttività, e quindi una retribuzione maggiore (Castagnetti et al. 2005).

Ma allora perché questa relazione positiva si rovescia quando i dati sono aggregati a livello di ateneo? In questo caso, infatti, i laureati delle università più generose nell’assegnazione del punteggio ricevono una retribuzione minore di quelli che si laureano nelle università più severe.

Il grafico qui di seguito dimostra la regressione lineare del voto medio di laurea e della retribuzione media mensile netta dei laureati dei percorsi di laurea magistrale biennale a un anno dal conseguimento del titolo nei 73 atenei che aderiscono al consorzio AlmaLaurea.

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Fonte: ns. el. su dati Rapporto AlmaLaurea 2022

Ogni punto del grafico rappresenta la combinazione del voto medio di laurea (asse orizzontale) e della retribuzione mensile netta (asse verticale) in ciascuno dei 73 atenei che aderiscono al consorzio AlmaLaurea.[1] Prendendo per semplicità in esame solo i casi che si scostano più marcatamente dal voto medio, in aumento o in diminuzione, possiamo classificare gli atenei in quattro categorie, a seconda che le variabili rappresentate nel grafico siano concordi o discordi:

1) Atenei con voto maggiore di 109 e retribuzione maggiore della media.

Solo 3 atenei rientrano in questo gruppo: Bari Politecnico; L’Aquila; Roma Campus Bio-Medico. I neo-laureati di queste università ricevono un doppio premio per il loro impegno: voto sopra la media e retribuzione sopra la media.

2) Atenei con voto minore di 107 e retribuzione minore della media.

All’estremo opposto si trovano quattro università i cui laureati non ricevono alcun premio per il loro impegno: sia il voto sia la retribuzione sono infatti sotto la media (Urbino Carlo Bo; Chieti e Pescara; Calabria e LUM G. Degennaro).

3) Atenei con voto minore di 107 ma retribuzione maggiore della media.

Il premio per i neo-laureati delle undici università che rientrano in questo gruppo sta nella retribuzione che ricevono al primo impiego, anche se il loro voto di laurea non è il massimo (Torino Politecnico; Valle d’Aosta; Brescia; Modena e Reggio Emilia; Scienze Gastronomiche; Bergamo; Bolzano; LIUC Carlo Cattaneo; Piemonte Orientale; Parma; Trento).

4) Atenei con voto maggiore di 109 ma retribuzione minore della media.

Quest’ultimo è il gruppo più consistente, e contiene le restanti venti università[2]. Per i neo-laureati di questi atenei il voto è l’unico premio che riceveranno per il loro impegno accademico: la loro eccellente valutazione finale, infatti, non serve a sostenere la retribuzione, che resta più bassa della media. È da notare che in alcune di queste università il voto medio dei laureati si scosta davvero molto poco dal valore massimo; ad esempio, nelle Università della Basilicata, di Palermo e di Bari il voto medio è uguale o supera 110/110[3], e in quelle di Roma LUMSA, del Molise, di Sassari, del Sannio, di Napoli (Parthenope e L’Orientale), di Foggia e di Cagliari il voto medio è uguale o supera il 109,5.

Questo appiattimento delle votazioni sui valori più elevati segnala la difficoltà degli atenei nel gestire la funzione allocativa dei percorsi formativi, per la quale l’università opera come strumento di selezione delle differenze di talento esogene (Arrow 1973), e il risultato che si osserva non manca di evocare la strana “corsa confusa” di Alice nel Paese delle Meraviglie, dove “hanno vinto tutti e tutti meritano un premio”.

Anche Alice riceve il premio, ma se ben ricordo è preso dalle sue tasche …

***

[1] La stessa relazione inversa, con un coefficiente di correlazione di poco minore (R² = 0,2198), si osserva anche tra il voto e il tasso di occupazione (ottenuto dal rapporto tra gli occupati e gli intervistati, e calcolato adottando la definizione più restrittiva di occupato, cfr. .Note metodologiche 2022). Si osserva invece una relazione diretta sia tra il voto e la percentuale di laureati occupati che cercano un nuovo lavoro (R² = 0,228) sia tra il voto e il tasso di disoccupazione dei laureati (R² = 0,2308). Sembra quindi che al crescere del voto aumenti la probabilità di essere in cerca di occupazione o, per quelli occupati, l’intenzione di cambiare lavoro.

[2] Roma UNINT; Macerata; Roma Tre; Tuscia; Salento; Salerno; Cagliari; Foggia; Napoli L’Orientale; Perugia Stranieri; Napoli Parthenope; Sannio; Sassari; Milano Vita-Salute S. Raffaele; Molise; Roma LUMSA; Bari; Siena Stranieri; Palermo; Basilicata.

[3] Ai fini della determinazione della media i 110 e lode sono considerati come pari a 113.

Ultimi commenti (1)
  • Nicola |

    Mi pare di notare che anche la collocazione geografica delle università gioca un ruolo. Gli atenei con voto minore della media e retribuzione maggiore si trovano tutti in regioni del nord Italia dove, verosimilmente, c’è un mercato del lavoro più dinamico, mentre gli atenei con voto superiore alla media e retribuzione inferiore si trovano tutti in zone svantaggiate dell’Italia meridionale. Gli atenei con voto superiore alla media e retribuzione superiore anche, ma sono un numero minimo.