Lindbergh, nostalgia di bellezza in mostra all’Armani Silos

scritto da il 16 Agosto 2021

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Lynne Koester, Paris 1984 © Peter Lindbergh

Molte immagini di Peter Lindbergh (1944-2019), uno dei più grandi fotografi dei nostri giorni, fanno ormai parte del nostro patrimonio visivo, tant’è vero che, percorrendo la raffinata e intima mostra all’Armani Silos, Heimat, a sense of Belonging (visitabile fino al 29 agosto), potremo certamente esclamare diversi “ah ecco”, imbattendoci in immagini celeberrime, ma non è questo l’aspetto più intrigante della rassegna.

Come dice nella presentazione il padrone di casa, Giorgio Armani, che ha a lungo lavorato con Lindbergh: “C’è un universo intero negli occhi di un fotografo, nella sua capacità di capire e unire persone ed esperienze, che può cambiare il nostro sguardo sulle cose”. Heimat è un percorso non tanto nella bellezza, bensì nella ricchissima, inesauribile costellazione di emozioni che essa suscita in noi, risvegliando risonanze profonde e misteriose.

Il tiolo della prima delle tre sezioni della mostra, che occupa come di consueto il piano terra, Naked beauty può trarre in inganno: ci si aspetterebbe una parata di splendide donne discinte da contemplare nella loro avvenenza, ma non è così. Il richiamo è piuttosto all’antico concetto della nuda veritas: mettersi a nudo, lasciar cadere vesti e difese e rivelarsi allo sguardo del fotografo, e attraverso il suo al nostro, semplicemente per quel che si è, come Nadja Auermann in tre memorabili scatti, due primi piani con i capelli corti tagliati a spazzola, il mascara che leggermente cola sotto gli occhi come può accadere a qualsiasi ragazza colta di sorpresa nella sua quotidianità, e un nudo del torso (provocatoriamente la testa è tagliata fuori dall’inquadratura), dove possiamo vedere l’accapponarsi della pelle (la foto fa parte di un servizio famoso, nel deserto californiano del Mojave, nel 2015) e una cicatrice accanto all’inguine sinistro. È questo che ci aspetteremmo da delle foto cosiddette di moda? Le etichette non si attagliano ai grandi. Sono immagini di rara potenza e bellezza, perciò sono immagini vere, che Peter Lindbergh ha saputo fare genialmente rientrare nell’ambito della fashion photography: nella misura in cui la moda mette in gioco le emozioni, la sua fotografia sa parlare come nessun’altra con il cuore e al cuore. E questo ne ha fatto uno dei più acclamati e amati fotografi degli ultimi decenni, in senso assoluto.

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Armani Silos – Heimat. A Sense of Belonging – Courtesy of Giorgio Armani

Persino l’ultimo tabù, il trascorrere del tempo, si sgretola di fronte al suo obiettivo: i ritratti di Jeanne Moreau (2003) settantenne, intenta a osservare un punto lontano con i capelli ribelli e la bocca a formare un sorriso / smorfia, o quello di Isabelle Huppert (2001), che ci guarda dall’alto della sua maturità di quasi cinquantenne, fiera e seduttiva, non preoccupata di nascondere i segni dell’età, sono foto indimenticabili e coraggiose. Ci è voluto infatti coraggio da parte di Lindbergh per proporre al mondo delle riviste glamour, nel corso di tutta la sua carriera, un ideale di bellezza non artefatta, spontanea, sincera e per di più affidata a un rigoroso bianco e nero di ascendenza cinematografica, educato dagli studi artistici e dall’ammirazione per la grande stagione del cinema espressionista tedesco. Nel libro Images of Women II Lindbergh scrive: “Dovrebbe essere compito dei fotografi liberare le donne, liberare finalmente tutti, dal terrore della giovinezza e della perfezione”.

Ma un uguale, forse superiore coraggio è quello delle star, per le quali l’immagine e la rappresentazione di sé costituiscono il bene più prezioso e la garanzia della carriera, e che pure hanno accettato la sfida di mostrarsi nella loro umana, poetica fragilità e verità: questi scatti sono possibili solo se c’è una sintonia profonda tra modella e fotografo, un contatto misteriosamente potente che permette a chi sta di fronte all’obbiettivo di abbandonarsi con fiducia a uno sguardo acuto ma onesto, affamato di sincerità eppure colmo di riserbo e rispetto.

Al 3° piano dell’Armani Silos, dove si conclude lo straordinario percorso tra gli abiti dello stilista e si può accedere al patrimonio dell’archivio digitale, la sala proiezioni presenta diversi film di Lindbergh, tra cui un video relativo al Calendario Pirelli del 2017: le testimonianze di Catherine Winslet, Uma Thurman, Nicole Kidman convergono nel raccontarne la capacità unica di saper toccare quella cosa impalpabile e sfuggente che chiamiamo interiorità. Per la cronaca: Lindbergh è, a oggi, l’unico fotografo ad avere realizzato ben tre edizioni del calendario Pirelli, 1996, 2002 e 2017.

La seconda sezione è Heimat, una parola tedesca priva di corrispettivo in italiano, carica di un’emotività difficilmente traducibile, che ci aiuta a comprendere il regista Edgar Reitz, autore del film Die Andere Heimat: “Non descrive soltanto il luogo della propria infanzia, ma anche la particolare sensazione che colleghiamo alle nostre origini, la sicurezza e la felicità correlate al senso di identificazione, e nello stesso tempo, la percezione di aver perso tale appartenenza.”

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Alexandra Carlsson, Beri Smither, Harue Miyamoto Beauduc 1993. Photo by Peter Lindbergh, Emporio Armani Magazine 10

Lindbergh, nato nel ’44 in Polonia, allora annessa alla Germania, deve fuggire a causa dell’invasione sovietica, riparando con la madre (il padre fu ucciso da un cecchino) in Germania a Duisburg, grigia città industriale nel cuore della Ruhr, di cui costituisce il principale polo siderurgico: qui trascorre infanzia e giovinezza, forgiando il suo immaginario tra il grigio, lo smog, il metallo e la ruggine delle architetture industriali e l’aria densa delle fornaci, tra cui vediamo in azione (foto d’apertura) una delle sue muse predilette, Lynne Koester. Le sue donne, top model in abiti severi riprese mentre attraversano i capannoni siderurgici o ci guardano impassibili tra enormi macchinari, non hanno l’ambigua sensualità di tanta fotografia di moda ammiccante e costruita, sono apparizioni misteriose che lasciano aperta l’interpretazione, affidandola allo sguardo di chi osserva. Come dice Armani: “Peter sapeva cogliere un’intensità segreta e vivace, lasciando intravedere un mondo di sensibilità ed emozioni.” Un mondo, aggiungo, che non si lascia spiegare facilmente e, per questo, fa risuonare corde inattese dentro di noi, come l’immagine mozzafiato delle gru nella Berlino notturna, città ribollente di entusiasmo per la ricostruzione dopo la caduta del muro, eppure impregnata di malinconia nel plenilunio.

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Berlin, 1996 © Peter Lindbergh

Lindbergh sentiva la città con una sensibilità moderna, vorrei dire industriale, inconfondibilmente tedesca: Parigi è una metallica scala a chiocciola, che solo leggendo la didascalia scopriamo essere della Tour Eiffel, New York vive nei contrasti drammatici di ombra e luce che squarciano le strade, Berlino ci parla attraverso le scritte di protesta sui muri e gli anfratti squallidi e abbandonati di una città che porta dentro di sé la memoria di tutte le sue ferite.

L’ultima parte della mostra, The Modern Heroin, illustra il pensiero di Lindbergh: “la fotografia di moda non dovrebbe riguardare la moda, né avere la moda al suo centro. Deve riguardare le donne in quanto individui, la ricerca della bellezza nell’onestà.”

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Amber Valletta, Paris, 1995 © Peter Lindbergh

Lindbergh raffigura donne dalle personalità forti, autonome, consapevoli del proprio valore e felici di esibirlo, come Kate Winslet, che non teme di perdere femminilità indossando un completo maschile e atteggiandosi nelle movenze secondo l’iconografia dei film di gangster, o Amber Valletta, il cui irresistibile magnetismo dello sguardo rivela una sicurezza al limite della spavalderia e la tranquilla attesa di chi non teme le mosse di colui che ha di fronte. Sovente queste foto riprendono le atmosfere fumose dei film di Marlene Dietrich, modello indimenticabile di una femminilità nuova e rivoluzionaria che ci parla ancora dal cuore degli anni ’30 e ’40, a dimostrazione di una solida e vasta cultura artistica e visiva. Come nell’immagine celeberrima di Mathilde sulla Torre Eiffel (1989), quasi un’originale riscrittura in pelle e metallo degli angeli nel cielo sopra Berlino del quasi coetaneo Wim Wenders.

L’ultima immagine, congedo da un’esposizione intima e suadente come una musica, è il ritratto di Kate Moss, struccata, mentre fuma una sigaretta e ci osserva, dietro le sue spalle i vetri della finestra rigati di pioggia nascondono il volto di Parigi, la città che Lindbergh scelse come dimora per più di trent’anni della vita, la propria heimat.

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Ultimi commenti (2)
  • Gianmarco Sivieri |

    E allora le consiglio di fare una visita all’Armani Silos: potrà vedere la mostra di Lindbergh e una ricca esposizione di alcuni dei migliori abiti dello stilista!

  • Gloria |

    Armani è il mio stilista preferito.Bella questa iniziativa